07/06/2013
Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio - I Mastini N.15 – Polillo Editore
Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio (Sleep Long My Love, 1959) – trad. Giovanni Viganò – I Mastini N.15 – Polillo Editore, aprile 2013, pagg. 220
Recentemente è uscito nelle librerie, a firma di Hillary Waugh: Dormi ben, amore mio (Sleep Long My Love, 1959), nella collana “I Mastini” di Polillo Editore. Del resto è un titolo già pubblicato da Mondadori, otto anni fa, col titolo “Un fantasma ha ucciso”, nella collana da edicola, “I Classici del Giallo”. Solo che, mentre Polillo, molto spesso pubblica un solo romanzo per autore, in una ideale galleria che al posto di quadri presenti romanzi, Mondadori ha pubblicato, nel corso degli anni, anni lontani però, parecchi romanzi di Waugh. Già…chi è, anzi chi fu, Hillary Waugh?
Si chiamava Hillary Baldwin Waugh ed era nato nel 1920 a New Haven, nel Connecticut. Si laureò nel 1942 all’Università di Yale, per poi arruolarsi nell’Aeronautica Militare Statunitense: proprio mentre prestava il Servizio Militare, pensò di scrivere un romanzo, il suo primo, Madam Will Not Dine Tonight nel 1947. Dopo aver pubblicato altri due romanzi senza particolare successo, nel 1949 volse la propria attenzione dal Mystery ad enigma - genere che aveva imperversato negli anni trenta e nei primissimi anni quaranta - al Mystery cosiddetto “Procedural”, cioè un romanzo in cui l’indagine è svolta da un corpo di polizia, seguendo piste, interrogatori, formulando ipotesi, abbandonandole, etc.. fino all’individuazione del colpevole. Il suo primo romanzo, del cambiamento, fu il folgorante Last Seen Wearing ... che fu pubblicato nel 1952, seguito da molti altri. Per il genere di Mystery, crudo e realistico, il passaggio all’Hardboiled fu quasi naturale.
Waugh, nominato anche Grand Master da Mystery Writers of America, morì a 88 anni, cinque anni fa.
“Dormi bene, amore mio” titolo non proprio esatto (io avrei detto “Dormi a lungo, amore mio”, molto più macabro e sarcastico) è un romanzo nero, ma più nero che non si può.
Anche qui la caratteristica di Waugh emerge prepotentemente: un inizio del romanzo assolutamente spiazzante, così come i finali spiazzanti erano la caratteristica di Brown. Ma non sto parlando del Prologo, bensì proprio dell’inizio del romanzo.
Nel Prologo c’è il dialogo tra un uomo ed una donna, due amanti: lui è stanco di lei, lei invece lo assilla, lo supplica ed infine lo minaccia, con la storia che è incinta di lui. Una minaccia vecchia come il mondo, che per un uomo sposato che vive una relazione extraconiugale solo come divertimento carnale senza voler rompere con la prima moglie, diventa il movente per un assassinio.
Fin qui nulla di particolare. E’ l’inizio del romanzo invece che è spiazzante: Mr. Watly, dipendente di una società immobiliare che affitta case, trova rotto il vetro del suo ufficio. Sospetta un furto ma non trova nulla che sia stato sottratto, tranne…dei contratti di affitto dagli archivi?
Uno ruba dei soldi, delle azioni, dei titoli, se ci sono..dei gioielli, ma non si è mai sentito che si siano rubati dei contratti di affitto. Eppure è così. Mah.. Ma Fred Fellows, capo della polizia di Stockfords, non la pensa così. E comincia a scavare, ad analizzare tutti gli affitti e alla fine concentra l’attenzione sui contratti a breve scadenza. Restlin, il proprietario dell’agenzia immobiliare gli parla di un certo Campbell che aveva affittato una bella e grande casa per un mese, e che sarebbe stata disponibile a breve; solo che Watly vi aveva portato il giorno prima un acquirente, Brunnell, ma aveva trovato la casa disabitata e la porta chiusa.
Fellows e il suo sergente Sidney Wilks si recano con altri agenti, e subito sentono un odore strano che non riescono ad identificare. La casa è disabitata, pulita, messa in ordine. Nulla di strano, eccetto due valigie con due iniziali in oro “J.S.” proprio nell’ingresso, dimenticate quasi.
Stanze spoglie, bagni puliti tranne uno con della schiuma nel fondo della vasca, ed un freddo glaciale all’interno della casa. Si muore dal freddo, e già che si è a febbraio, il 26 di febbraio. Ma per di più il riscaldamento è spento. Restlin si lancia disperato in cantina dov’è la caldaia e da giù si sentono le sue grida: qualcuno ha lasciato la caldaia spegnersi non chiudendo il contatore dell’acqua e così i tubi si sono ghiacciati e sono scoppiati.
Fellows entra in tutte le stanze e non trova nulla, proprio nulla. Poi scende in cantina. Ma perché proprio in cantina? Già perché nelle cantine delle case abbandonate si celano i segreti. Mi ricordo che il buon Carr che se intendeva di letteratura gotica, in It Walks By Night, in un muro della cantina aveva fatto nascondere un corpo in decomposizione. No, qui di corpi in decomposizione nascosti in nicchie murate non ce ne sono. Ma c’è un baule. Altro topos dei romanzi neri. Quando si trova un baule, puoi stare certo che dentro ci sia sempre qualcosa di interessante: Agatha Christie fa scoprire un cadavere in decomposizione dentro un baule, da Poirot, in One, Two, Buckle My Shoe; Alfred Hitchcock ne cela uno dentro un baule e poi sopra vi imbandisce la tavola per un cocktail party, in Rope; Michael Gilbert nasconde un corpo in decomposizione anche lui in un baule nel suo capolavoro, Smallbone Deceased; persino il francese Pierre MacOrlan (uno degli pseudonimi del grande Pierre Dumarchey, autore del mai ricordato abbastanza Quai des Brumes, romanzo da cui Marcel Carné trasse l’omonimo film capolavoro con Jean Gabin eMichèle Morgan) in Le tueur numéro deux nasconde un cadavere in un baule; e perfino The Jackal nel romanzo di Forsyth, quando uccide il falsario di passaporti che gli vuole estorcere altri soldi con la minaccia di rivelare a chi li abbia forniti, lo nasconde in un baule.
Vuoi vedere che nel baule nella cantina della casa disabitata c’è un cadavere?
Inizialmente trovano abiti, scarpe ma poi..trovano un tronco di un corpo che dal freddo è stato parzialmente preservato dalla decomposizione, da cui mancano gli arti superiori ed inferiori e la testa. Dove mai li avrà nascosti l’assassino?
Siccome nella caldaia trovano una strana cenere, non di carbone, si suppone subito che siano i resti delle parti mancanti del corpo. Come si potrà mai identificare il cadavere?
Innanzitutto le indagini puntano a individuare chi ha spedito il baule, perché si sa che è il baule della donna morta, ma non si riesce a scoprire nulla di importante. Poi solo per la curiosità di Fellows che trova su un notes degli strani segni come prodotti da un foglietto strappato soprastante, riesce con un metodo empirico, a sapere un nome “Jane Sherman” e il suo indirizzo. Si convince che è la donna uccisa. Ma quando si reca a casa della donna, la trova davanti a lui viva e vegeta. E quindi dal dialogo che ne segue, quasi un interrogatorio, capisce che la Sherman è una donna insoddisfatta, mai guardata dagli uomini, che un giorno ha conosciuto un tale in un treno, nei confronti del quale ha provato una forte attrazione fisica, tanto da andare con lui in una casa e passare una notte con lui. Rivela che tutte le stanze erano aperte tranne una e solo dopo che Fellows glielo rivela capisce di essere stata ad un passo dallo scoprire un cadavere in essa e finire nello stesso modo. Dio mio! Un assassino uccide una donna e poi va in cerca di un’altra, la seduce, la porta nelle stessa casa e col cadavere ancora caldo in una stanza, ci fa l’amore in un’altra!
Fellows capisce di stare cercando un mostro, che è un uomo comune, tanto comune da essere imprendibile: perché John Campbell è un nome inventato.
Tutto viene sondato ma invano: si cerca qualcuno che possa essere venuto da qualche paese vicino, magari che abbia una doppia vita. Una vicina dice che questo tale viveva con una donna riservata, arrivava di pomeriggio e poi andava via di sera. Fellows si convince che l’assassino è un commesso viaggiatore, ma nonostante tutte le ricerche sono capaci solo di arrestare un innocente, un venditore di aspirapolveri con l’hobby delle avventure carnali con massaie insoddisfatte. Solo quando Fellows pensa di avvalersi dell’aiuto dei dentisti e domandare loro se abbiano pazienti con iniziali “J.S.” imbocca la strada giusta e riesce a capire chi sia la vittima.
E dopo un paziente e meticoloso lavoro di indagine…non approda ad alcun risultato degno di nota. Così, riparte da zero: dal furto dei contratti; dalla visita di Watly e Brunnell alla casa disabitata; dal tentativo di bruciare il corpo, a cui sono stati sottratti maldestramente e con imperizia degli organi, temendo la gravidanza della donna, prima nella caldaia e poi, quando essa si era spenta per negligenza, nel camino della casa: a ciò era dovuto l’odore strano e disturbante, dato dall’aver cercato di bruciare il corpo nel camino; dal fatto che il tronco non fosse stato fatto sparire, capisce che qualcuno deve aver disturbato l’assassino dal compimento del delitto perfetto.
Riuscirà ad inchiodare l’assassino solo con una idea, estrema nella sua concezione, solo facendo un ragionamento sottile e concependo una soluzione al limite dell’immaginabile, in un finale strepitoso.
Romanzo veramente straordinario, Sleep Long My Love è un Procedural serrato, avvincente, con una tensione sempre crescente, che trova i propri punti principali in una trama semplicemente perfetta: un assassino che non si trova, un’ombra nella notte; una vittima irriconoscibile; le armi, un trinciante ed un coltello da macellaio ritrovati bruciati nel camino; l’assenza di impronte, di firme, di tracce. E l’indagine meticolosa della polizia, che non tralascia nulla, che non arretra davanti a nulla, che prende false piste, arresta falsi omicidi, ma che poi riesce ad arrestare quello vero e quando è in dubbio se poter dimostrare l’omicidio premeditato, come pensa Fellows, invece che l’omicidio colposo come suppone Wilks, solo un errore dell’assassino, che afferma di aver comprato le armi solo dopo che la morte della donna fosse accaduta, in un giorno che scopre Fellows essere stato non feriale ma festivo, consegnerà la verità e il romanzo finirà come era iniziato: con una attribuzione di omicidio premeditato all’assassino.
La tecnica seguita da Waugh,un autore la cui grandezza è ancora lontana dall’essere stata accettata e riconosciuta in Italia, e di cui rimangono tante tracce lontane, ma poche recenti (tra cui un altro romanzo magnifico, pubblicato l’anno scorso in uno Speciale del Giallo, Pure Poison), è quella di presentare gli indizi tutti insieme, non dando minimamente enfasi ad essi e tantomeno a quello specifico, in maniera che pur essendo molto corretto col lettore, nello stesso momento in cui presenta l’indizio ne nasconde gli effetti più velenosi derivanti da esso. Solo alla fine, vi farà riferimento, traendone la domanda su cui ruota tutta la vicenda: perché mai l’assassino ha interrotto la distruzione del cadavere, se nessuno nei paraggi aveva avvertito alcunché di strano e tantomeno annusato il fetore che si irradiava attorno?
Solo dando risposta a questo quesito si riuscirà a dare una svolta alla vicenda e acciuffare l’assassino.
Anch’io sono stato sviato come tutti, ma avvezzo alle tecniche dei romanzi e ai sotterfugi degli scrittori (essendo uno piccolo scrittore, fondamentalmente di racconti, anch’io) sono riuscito a sviluppare lo stesso ragionamento di Fellows e a inchiodare lo stesso assassino prima che venisse rivelato da Waugh.
L’assassino è la persona più insospettabile della vicenda e nel tempo stesso la più plausibile.
E richiama un celeberrimo romanzo di Agatha Christie per come l’assassino si presenta ai lettori.
Più di questo, è inutile dire.
La psicologia del romanzo è portata al suo massino, i ritratti delle persone coinvolte sono a tutto tondo; e vi è una certa sensibilità e una certa tristezza nel raccontare gli avvenimenti luttuosi, che allontanano il mystery dalle certezze asettiche degli enigmi degli anni trenta, affondandolo invece nelle brume e nel sangue della Crime Story. Per certi versi, anche qui la vittima è in fondo un carnefice e il carnefice una vittima: se la vittima non avesse minacciato l’assassino di rivelare la sua relazione alla moglie di lui, ella sarebbe ancora viva e lui non sarebbe diventato un assassino.
E a dominare la vicenda, di cui è unico vincitore, è il Fato, imperscrutabile: fà sì che la Simpson porti all' estremo la sua minaccia; porta Campbell a premeditare la morte della donna, anzi la sua scomparsa (il fatto che essa non dica nulla alla convivente tranne che si è sposata, è indicatore della premeditazione dell'omicidio e di come la donna dovrebbe sparire nel nulla, perchè nessuno possa sospettare di Campbell-Lawrence-X), posto che Campbell-Lawrence-X stia distruggendo il corpo nel camino, cioè un pezzo alla volta (brr...), l'intervento di Watly e Brunnell sconvolgono i suoi piani, e quindi deve nascondere il tronco nel baule, pulire tutto quanto, distruggere o quasi le sue armi (ma non capisco per quale motivo non le abbia portate via con sè e buttate da qualche parte!) e andare via, ritornando alla sua identità celata e da tutti non conosciuta. E per di più fà sì che a occuparsi della vicenda sia Fellows che non è un semplice poliziotto, ma un erede della grande tradizione degli anni '30, un Poirot, un Fell o anche meglio, un Appleby, l'unico che possa, facendo un certo ragionamento (ma lo può fare anche il lettore ultra-smaliziato), smascherare l'assassino. Rivelatore è anche il furto dei contratti, che peraltro non poteva non essere consumato.
Del resto l’assassino è lontano un miglio da quelli freddi o astuti o malvagi di Ellery Queen o di Carr o di Agatha Christie: qui è un uomo che solo in forza dell’aura di mimesi di cui si è dotato, riesce a credere di essere in salvo; ma che poi dimostra la sua fragilità, nei singhiozzi e nel pianto finale.
E c’è una squisita sensibilità nell’analizzare la provincia americana, e le malcelate tendenze depresse di uomini vittime della degradazione sociale e dalla mancanza di qualsiasi valore in cui credere, in un’altra faccia della società dominata dal mito del “Self Made Man” e di donne depresse nella loro mancanza di speranze in una vita migliore, stritolate dall’assenza di ruoli di comando loro riservati e rifugiate solo nella promozione sociale dell’essere sposate o comunque amate, anche solo per una sola notte. Così le due J.S. della vicenda, la Jean Sherman, ragazza di provincia, dedita al padre infermo, che in virtù della sua condizione non può godere della vicinanza di uomini, insomma una fanciulla virtuosa e la Joan Simpson che ha dato o crede di aver dato una svolta alla propria vita, ritrovando un amore giovanile, che la condurrà invece alla morte, se sono accomunate dalle iniziali, percorrono invece due sentieri paralleli ma profondamente diversi: sono andate a letto entrambe con l’assassino, ma mentre la prima si salva perché si accontenta della notte d’amore non avendo dubbi o avendone pochi che l’uomo si farà mai rivedere da lei, perché riprenderà a vivere la vita di ogni giorno al fianco del padre infermo (un esempio tutto sommato positivo) la seconda finisce assassinata e mutilata per la sua volontà opposta nel cercare di allungare all’infinito una storia che è già finita, nella sua volontà di non accontentarsi di quello che le viene offerto, cercando con le sue arti femminili di violentare una situazione more uxorio altrui sostituendola con la propria (un esempio negativo, nella sua mancanza di virtù).
Forse che il vecchio proverbio “Chi si accontenta, gode” è sempre valido?
Waugh ti sbandiera l'assassino sotto il naso più di una volta e intanto mena il can per l'aria.
E la domanda che ti fa, "Una sfida al lettore" implicita, cioè come mai l'assassino sapeva che sarebbe stato disturbato, è una mazzata: è come se fosse l'unica chance che lui offre al lettore per riuscire a capire l'enigma prima della soluzione finale. Tanto più che ti sfida a capire l'indizio dei contratti, che, visto nella sua interezza, è complementare a quanto detto prima.
Veramente un romanzo magnifico!
Pietro De Palma
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30/05/2013
Jacques Futrelle: Il Problema della Cella 13 - I Bassotti, Polillo, 2002
Jacques Futrelle. Il Problema della Cella 13 (The Problem of Cell, 1905) – trad. Luigi Viganò – I Bassotti N.6, Polillo Editore, 2002
Può mai essere che l’invenzione di un personaggio fittizio abbia potuto mutare la storia? In assoluto no certamente, ma nella fattispecie del genere letterario, sicuramente sì.
Jacques Futrelle nacque in Georgia nel 1875, figlio di un insegnante. Ancora giovane intraprese la carriera di giornalista prima all’Atlanta Journal, poi al Boston Post, poi di nuovo all’ Atlanta Journal. Nel 1895 si sposò: sua moglie, Lily May Peel, in quattro anni gli diede due figli: Virginia nel 1897 e John nel 1899; e intanto i due si erano trasferiti a New York, lavorando Jacques stavolta al New York Herald. Il pellegrinaggio nelle sedi dei giornali non si fermò qui: nel 1904 si era di nuovo trasferito, questa volta a Boston, con il Boston American. Si può dire che proprio l’attività presso questa testata gli fornì l’energia per tentare l’attività dello scrittore a tempo pieno: apparvero infatti, sulle colonne del giornale, le avventure del Professor Van Dunsen, Il genio dei genii, uno Sherlock Holmes all’ennesima potenza, poi riprese nell’antologia The Thinking Machine (1907), seguita da altra The Thinking Machine on the Case (1908). Per strano che possa essere, tuttavia, il personaggio che gli permise di divenire super famoso, non venne mai utilizzato nella stesura di romanzi, e così Futrelle si può dire sia divenuto un’icona, nel genere poliziesco, solo per queste due raccolte. Seguirono anche dei romanzi, ma su quello che egli sarebbe potuto diventare, nessuno può dare garanzia, visto che ancor giovane, a 37 anni, perì nell’affondamento del Titanic, dove si era imbarcato con la moglie, per ritornare dai figli che li aspettavano in America, loro che erano andati in Europa per cercare consensi e scritture editoriali: ebbe appena la forza di farla salire su una scialuppa e poi la salutò, per sempre, fumando una sigaretta, sulla nave già inclinata. La fama postuma di Jacques Futrelle è legata a due fatti che hanno mutato la storia: l’affondamento del Titanic il 15 aprile del 1912, e l’invenzione del personaggio del Professor Van Dunsen, detto anche The Thinking Machine, “La Macchina Pensante”. Tuttavia, nell’ambito della sua opera collettiva, non tutto è conosciuto, tranne uno dei racconti della raccolta del 1907, The Thinking Machine: The Problem of Cell 13 (1905), l’opera per cui Futrelle è passato alla storia. E’ in sostanza la storia di una sfida,quella che il Professor Van Dusen, un essere che dall’aspetto rachitico, dal volto emaciato, ma dalla testa spropositata, dalla fronte larga e da una gran zazzera arancione di capelli, muove a due suoi interlocutori e amici, Charles Ransome e Alfred Fielding, che non credono alla capacità sua, sulla base del solo ragionamento e della logica pura, di sconfiggere ogni avversità, anche la più estrema. Così, quando lo sfidano a fuggire da una prigione sorvegliata, e in particolare dal braccio della morte del penitenziario di Chisholm, lui a sua volta risponde, nella loro incredulità, che evaderà entro una settimana. Anzi, con sarcasmo e sicurezza ostentata, ordina alla cuoca di preparare, a distanza di una settimana da quel giorno, per cena, i carciofi come piacciono a Ransome. Poi entra nel carcere. Il direttore del carcere ostenta a sua volta sicurezza: dal suo carcere non è mai fuggito nessuno, né tantomeno fuggirà. Vi sono sette porte da varcare per arrivare alla Cella n.13, nel braccio della morte, che è chiusa da una pesante porta di acciaio, con delle sbarre al di sotto: nella cella non c’è nulla al di fuori di una brandina. Prima di entrare deve consegnare tutti gli oggetti personali e i vestiti, chiedendo solo: che le sue scarpe siano lucidate, di poter portare una camicia bianca, pantaloni, calze, e di avere delle banconote. Nient’altro. Ben presto comincia a stupire il direttore: viene beccato mentre cerca di comunicare con Ransome, mediante una striscia di cotone, su cui vi è uno scritto incomprensibile, fatto per mezzo di un codice: alla perquisizione della cella risulta che la stoffa è stata strappata dalla camicia, che gli viene sequestrata e sostituita da una giacca carceraria. Ma nessuno tuttavia riesce a capire come e con che cosa egli sia riuscito a scrivere, visto che non viene trovato nulla. Nei giorni successivi lo vedono spesso carponi mentre cerca di acciuffare numerosi topi che entrano nella cella, topolini di campagna: per quale ragione nessuno lo sa. Passano i giorni, e si nota che egli cerchi di corrompere o far passare dalla cella numerose banconote, non del taglio di quello che era stato consegnato all’atto dell’imprigionamento: come avrà fatto a procurarsele, quando nessuno ammette di sapere nulla? Il direttore del resto afferma di fidarsi ciecamente dei propri uomini, e da quello che leggiamo la cosa è perfettamente vera.E allora? Fatto sta che un bel giorno, di notte, sentono un macello provenire da una cella del braccio della morte: pensano si tratti di van Dusen, ma quello dorme beato: il baccano proviene invece da una cella situata esattamente sopra quella dello scienziato, in cui il detenuto, accusato di aver buttato dell’acido in faccia ad una donna, grida la propria colpevolezza, che mai prima d’ora aveva ammesso, sulla base di voci che sono venute a tormentarlo. Una in particolare mormorava: “Acido..acido”. Poi si registra un black-out, mai verificatosi prima d’allora, e, successivamente a ciò, Van Dusen riesce ad evadere, mentre nessuno al di dentro del carcere pare essersene accorto: del resto il secondino, quando si affaccia per controllare, vede una zazzera bionda. E allora? Come avrà fatto Van Dusen,? Il povero direttore, che aveva giurato di dimettersi semmai Van Dusen fosse riuscito nel suo intento, se lo ritroverà davanti, dopo aver chiamato una ditta esterna per eliminare il black-out delle luci del penitenziario, sotto le mentite spoglie di uno dei due giornalisti, (l’altro è Hutchinson Hutch, una vecchia conoscenza del direttore del carcere) che sono appena un attimo prima arrivati. La spiegazione della fuga farà restare Ransome, Fielding ed il direttore del carcere a bocca aperta. E con loro, tutti i lettori che mai si avvicineranno a questo lungo racconto. Una sola cosa anticipo: l’inchiostro e la penna di cui Van Dusen si era servito più volte (altre, in aggiunta alla prima, e sempre su strisce di cotone bianco che non si capiva da dove provenissero e dove fossero state occultate): l’inchiostro era stato formato dal lucido per scarpe grattato dalle scarpe e disciolto in acqua, mentre il pennino di cui il professore si era servito, era stato la punta metallica delle stringhe delle scarpe. Perché il racconto ebbe tanto successo? Innanzitutto il personaggio: Van Dusen è un clone di Sherlock Holmes, ma all’ennesima potenza. Segue un po’ la falsa riga del principe Zalenski di Shiel, un nobile che in forza del suo ragionamento logico riesce a sbrogliare ogni matassa anche la più complessa. Mi sembra che i due personaggi siano molto simili, dal fatto che entrambi rifuggono dall’azione, da cui il personaggio di Sherlock Holmes invece non rifugge. Del resto altri autori del tempo, inventano personaggi che si adattano alla figura di Holmes non solo per doti logiche ma anche temperamentali e fisiche: innanzitutto Gaston Leroux che inventa il personaggio che diverrà famosissimo di Rouletabille, c’è Maurice Leblanc che inventa un personaggio ancor oggi famosissimo, molto letto e molto tradotto: quello di Arsene Lupin, ladro gentiluomo, dotato di requisiti pari a quelli di Holmes, ed in più seduttore di belle donne: in alcune avventure Leblanc gli contrapporrà un clone sfortunato di Sherlock Holmes, Herlock Sholmes, che uscirà sempre sconfitto dal duello con Lupin. Ma anche altri autori inventarono cloni di Holmes e tutti nel periodo agli inizi del ‘900, conseguenza dell’enorme successo del personaggio doyliano: per esempio George Meirs che inventò i due personaggi di William Tharps, “il celebre poliziotto inglese”, e quello di Walter Clarck, pure definito “Il celebre poliziotto inglese”. Ma il personaggio di Van Dusen fu usato per molti racconti: perché proprio questo ebbe particolare fortuna? Beh, io una teoria l’avrei. Secondo me la fortuna di questo romanzo va cercata proprio nel soggetto, la fuga da una cella guardata a vista. In quegli anni anche un altro personaggio faceva parlare i giornali delle sue imprese: si trattava non di un europeo, bensì di un americano. E non si trattava di uno scrittore, ma di un illusionista: Harry Houdini, famoso ancor più per le sue fughe impossibili, che proprio in quegli anni, quelli in cui viene ideato e pubblicato il racconto (1905), raccoglieva ovunque il calore entusiastico delle folle. In particolare, Houdini, dopo esser visuto 4 anni in Europa, nel 1904 era tornato, attorniato da un alone di leggenda, in U.S.A. I tempi, troppo stretti e coincidenti quasi, suggeriscono una filiazione evidente ed una correlazione tra i due personaggi (uno vero: Houdini) ed uno fittizio (Van Dusen). Stabilite le origini, l’importanza del racconto risiede piuttosto nella soluzione della fuga dalla cella, che negli avvenimenti accessori, anche questi spiegati, che hanno una funzione di cornice e servono a spiegare le stranezze, che di per sé attengono all’atmosfera. Non c’è dubbio, ancor prima che si giunga alla soluzione finale, che Van Dusen non può esser fuggito da solo, ma solo ricorrendo all’aiuto di altre persone, che non sono i secondini o il direttore del carcere: del resto una frase finale o quasi, del testo, è rimasta celebre: “Ogni prigioniero ha un amico, fuori, disposto ad aiutarlo ad evadere (op. cit. pag. 59).. E’ altresì evidente quanto il racconto sia importante per la teoria delle Camere Chiuse e per la soluzione di alcune di esse: tra le Camere Chiuse più famose , un posto particolare hanno quelle che si rifanno alla soluzione presente in questo racconto, per essere spiegate, ossia la presenza di un complice che fa sì che il delitto o comunque il reato, che altrimenti non sarebbe stato possibile, risulti impossibile da essere classificato come un omicidio (quasi sempre c’è un delitto) e ancor più come un suicidio: il complice non è l’esecutore materiale, cosa che accade anche nel nostro racconto, ma un fiancheggiatore, un complice che dall’esterno favorisce la fuga dalla camera chiusa del colpevole, mettendo in atto tutte le mosse perché esso non possa essere inizialmente inquadrato. L’ingegnosità, qui, sta dolo nel capire, attraverso quale via, Van Dusen ed X, abbiano potuto stabilire una via di comunicazione: indovinata quella, il tutto diviene estremamente semplice.
O quasi.
Pietro De Palma
07:41 Scritto da lo11210scriba | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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13/05/2013
Stuart Palmer : Natale con i tuoi – I Classici del Giallo Mondadori N.258 del 1976
Stuart Palmer : Natale con i tuoi ( Omit Flowers anche No Flowers By Request, 1937) – trad. Rossana De Michele – I Classici del Giallo N.258, Mondadori, 1976, pagg. 186.
Stuart Palmer è uno dei grandi scrittori degli anni trenta del passato secolo. Nato nel 1905, e scomaparso nel 1968, fece una moltitudine di mestieri diversi, tra cui il giornalista e l’investigatore, prima di dedicarsi alla scrittura. Raggiunse il successo nel 1931, con The Penguin Pool Mystery, il suo primo romanzo con la insegnante zitella Hildegarde Withers, ma nella realtà il suo secondo: il suo primo romanzo, Aces of Jades (1931), non ebbe granchè successo, anzi fu un flop, e così di copie in circolazione ne rimasero poche tanto che oggi il romanzo è una rarità da collezionisti. Tuttavia si riprese subito, pubblicando sempre nel 1931, proprio The Penguin Pool Mystery ( Un dramma nell’acquario, Mondadori; L’enigma della vasca dei pinguini, Polillo): il romanzo fu così popolare che immediatamente ne fu tratto un film. Da allora si dedicò assiduamente alla elaborazione di nuovi romanzi, che furono regolarmente pubblicati in Italia ed esclusivamente, da Mondadori. Tuttavia non molte furono le sue opere ad essere tradotte: a fronte dei 23 romanzi pubblicati con il suo nominativo ed uno con lo pseudonimo di Jay Stewart, in Italia solo una dozzina, libro più libro meno, sono stati pubblicati da Mondadori (tra cui uno, il primo, pubblicato due anni fa da Polillo).
Perché proprio quel romanzo di Palmer sia stato ripubblicato al posto di Murder on Wheels, per esempio, generalmente considerato tra le sue opere migliori, non è dato sapere: forse perché fu per lui il maggior successo popolare. Ma non è sempre detto che successo significhi opera migliore: io sono per esempio tra quelli che non considerano la sua opera prima con l’accoppiata “Insegnante Hildegarde Withers/Ispettore Oscar Piper”, The Penguin Pool Mystery, tra le sue cose migliori, per una serie di motivi che potranno essere snocciolati quando parlerò, nel futuro, proprio di quel romanzo.
Oggi invece introdurremo un altro dei suoi romanzi più popolari (e migliori, direi), Omit Flowers, pubblicato anche come No Flowers By Request, del 1937.
Perché questo e non invece altri? Perché Palmer è popolare per i suoi romanzi con Hildegarde Withers. E siccome io amo distinguermi dagli altri, propongo un romanzo che non ha, come personaggio principale, proprio Hildegarde Withers. Semplice, no?
Joel Cameron è un ex-petroliere. Ha acquisito una notevole fortuna con l’estrazione del petrolio, tanto da aver costruito un villaggio di case (Cameron Heights), per i suoi dipendenti, dalle vie ispirate ai grandi attori del passato hollywoodiano. E soprattutto la sua casa (Prospice), una immensa residenza, di moltissime stanze, molte disabitate o lasciate in abbandono, su cui troneggia una sala da biliardo all’ultimo piano, dalle ambizioni pretenziose. Tuttavia con la fine dell’estrazione del petrolio, il villaggio è stato abbandonato, e le sue case ospitano semmai solo fantasmi e polvere. E’ rimasta solo la casa, col suo proprietario, visto che la moglie è morta molto tempo addietro lasciandolo disperato e solo.
Col passare degli anni la sua solitudine è diventata misantropia.
Joel ha molti parenti, tra cui la sorella, ma si è rintanato nella sua tana, accudito da una coppia di servitori messicani, gli Oviedo. Col tempo è diventato anche avaro, non regalando nulla della sua immensa fortuna ai parenti, che lo odiano e lo vedono al tempo stesso come l’unica alternativa alla mancata realizzazione dei loro sogni. Così un bel giorno, uno di loro, Gilbert Cameron, invita tutti i parenti, a trascorrere il Natale dal loro ricco parente, col segreto scopo di farlo dichiarare insano di mente e potete quindi disporre delle sue sostanze. Un invito che non rimane inascoltato, giacchè tutti, ma proprio tutti, si recano alla residenza mastodontica dei Cameron, non tanto per visitare il loro parente, ma invece per appropriarsi delle di lui ricchezze. Insomma dei farabutti, chi più chi meno!
Il narratore è Alan Cameron, uno dei nipoti, uno scrittore alla Peter Kolosimo (alieni, Atlantide, etc..) che sulla strada per Cameron Heights, rimorchia per strada due belle ragazze, Mildred e Dorothy Ely, nipoti di Alger Ely, cognato di Joel, e, in pratica, sue cugine. Insieme arrivano, di sera, al villaggio: non c’è una luce, il vento ulula, e le ragazze che tremano per la paura. Arrivati a casa, si aspetterebbero di essere accolti con gioia, ed invece trovano la dimora chiusa, e quando vi entrano, anche desolatamente vuota, con tutto il mobilio ricoperto da teli. Del padrone neanche l’ombra. La luce non funziona, ai loro richiami nessuno accorre, ed inoltre si sentono rumori, come uno sferragliare di catene. Per dei tipi impressionabili è il massimo. Anzi no, non lo è ancora: il massimo viene raggiunto, quando il terzetto entra nella biblioteca e qui alla luce fioca di una candela trovano una donna distesa sul divano, Evelyn Cameron, la sorella di Joel, ed un essere chino su di lei. Quando si volta, ecco che a malapena riconoscono il vecchio Joel, con un’ espressione orrida, e coperto di ragnatele, quasi fosse un cadavere alzatosi dalla sua bara in una polverosa cripta.
Ben presto arrivano gli altri ospiti. Intanto lui, Joel, si scusa per il suo aspetto, dovuto alla sua discesa nelle cantine allo scopo di riparare il guasto nel sistema elettrico della casa.
Ben presto, alle spalle del vecchio, i parenti si riuniscono per vantare chi più chi meno, le proprie pretese sul patrimonio. Tuttavia proprio Gilbert Cameron, colui che ha dato il via alla riunione, manca.
Il vecchio Joel, dopo aver sistemato sotto l’albero i regali per i parenti (ma definirlo albero di Natale è un’accezione troppo lusinghiera, giacchè è solo il resto rinsecchito, impolverato e pieno di ragnatele, dall’aspetto più lugubre che festoso, dell’ultimo albero di Natale che vide la moglie di Joel ancora viva), va a dormire in una delle stanze sopra il garage. Fatto sta che durante la notte, proprio Alan è richiamato dalle grida dei suoi parenti, e di suo cugino Todd,la pecora nera della famiglia, un nullatenente, in quanto il garage è un immenso rogo. Alan dice addio alla sua automobile, parcheggiata lì; ma soprattutto i parenti danno l’addio al vecchio Cameron, non troppo contriti, anzi il contrario visto che finalmente potrebbero disporre pienamente dei suoi beni, e nello stesso tempo indignati perché gli stessi regali posti dal vecchio sotto l’albero di Natale, altro non erano che scatole vuote: l’ultimo scherzo di pessimo gusto che Joel aveva riservato ai suoi avidi parenti (dopo quello dell’anno prima in cui ad alcuni aveva inviato un assegno in bianco, senza però alcuna firma e quindi carta straccia).
Il condizionale è d’obbligo però, perché gli incaricati delle indagini, lo Sceriffo Bates ed il giudice (e medico legale) Sam Eckersall, in tutto quel rogo non trovano traccia del cadavere di Joel, tranne che un osso e di una mandibola, che potrebbero essere di origine umana, ma anche no. E così i parenti, tutti felici per quell’inaspettata scomparsa, ora lo sono parecchio di meno, visto che si trovano ad essere sospettati e nel tempo stesso a non poter accampare nulla finchè di Joel non sarà dichiarata almeno la morte presunta.
Nel frattempo Alan, coadiuvato dal cugino, si improvvisa detective, anzi il principale detective è proprio Todd che ispira le indagini dello Sceriffo desideroso di trarre qualche ragno dal buco della vicenda, così da guadagnare i diecimila dollari promessi da un giornale per l’esclusiva.
I principali indiziati sono i cugini del Wisconsin, i Waldron, perchè lui, Ely, ha dato l’allarme dell’incendio, pur non potendo dal suo balcone vedere alcunché visto che esso è rivolto in tutt’altra direzione. Ma poi da indagini più accurate, sembrano perdere in attenzioni da parte degli improvvisati investigatori, cui si sono aggiunte le sorelle cugine, Dorothy e Mildred, a discapito invece dei due servitori messicani, gli Oviedo, ritenuti i probabili omicidi, sempre che di delitto si tratti, dallo sceriffo: sarebbero stati loro ad appoggiare sul terreno sottostante alla finestra della camera occupata da Joel, la scala pesante, i cui segni sul terreno sono stati indicati proprio da Alan allo sceriffo nella notte dell’incendio.
Il quartetto, non tralascia neppure l’ipotesi che il vecchio Joel non sia morto, e quindi organizzano un esame accurato ed infruttuoso nell’immensa dimora in cui tutti sono ospitati senza alcun risultato.
Intanto finalmente le indagini sulla scomparsa di Joele sembrano arrivare a risultati concreti: mediante analisi chimiche e biologiche, lo sceriffo e il medico legale sono in grado di affermare che i reperti ossei appartengono ad un essere umano, ma ovviamente solo la comparazione della mandibola e di due denti, con la scheda relativa da parte di un dentista, potrebbe senza ombra di dubbio attribuire quei reperti ossei a Joel oppure no. E neanche a farlo apposta nessuno è in grado di sapere se Joel fosse andato o no da un dentista, e nessuno dei paraggi sa nulla.
Così si può solo vagare a caso. Todd e lo sceriffo organizzano una trappola telefonica: sarà chiamato al telefono ciascun parente, mentre nascosto in un armadio prospiciente all’apparecchio telefonico, Alan sorveglierà il tutto. In sostanza Todd dice che per rivelare chi sia il bugiardo, farà arrivare la macchina della verità. La sola che rimane impressionata è Mildred, che la notte prima ha affermato di aver visto lo spettro di Joel coperto di ragnatele e che ha riportato un grave shock. Proprio Mildred volerà poco dopo dalla finestra della sua camera nel roseto sottostante, sfracellandosi. Suicidio o omicidio?
In quest’atmosfera plumbea ed opprimente, un dentista si fa vivo, inviando una fattura il 27 dicembre. Andati a interrogare costui, il Dottor Garvey si presenta in un bello studio, con mobili nuovi ed una segretaria con tanto di pelliccia: dichiarerà che in effetti Joel era suo paziente e poi ingiuntogli dallo sceriffo di esprimersi sull’origine dei reperti umani, dichiarerà che la mandibola è appartenente a Joel.
Così finalmente i soldi sono svincolati e tutti potrebbero ora goderne. Bisogna solo trovare l’assassino di Mildred (se non si sia suicidata) e di Joel , visto che tra le ceneri è stato trovato quello che sembra un bossolo di argento puro. Chi mai ucciderebbe con proiettili di argento? Solo nelle leggende questo trattamento è riservato ai vampiri, ai negromanti o ai lupi mannari. Una coltre si superstizione e di male si addensa sulla vicenda.
Le domande cui rispondere sono due: se Mildred è stata uccisa, perché lo è stata? E se non è stata uccisa, cioè se si è suicidata (esclusa l’ipotesi della fortuita caduta accidentale), per quale motivo l’avrebbe fatto? Possibile che la paventata minaccia della macchina della verità abbia così impressionato la ragazza da indurla a suicidarsi? Aveva a che fare con l’omicidio di Joel? Oppure è stato l’incontro notturno della figura che lei ha attribuito allo spettro di Joel, a indurla all’insano gesto, sempre che lei si sia uccisa? La tensione raggiungerà il culmine quando una terza vittima si aggiungerà ai due precedenti: il dentista si schianterà a bordo della sua fiammante Rolls- Royce su una strada.
Il finale è convulso. Si ribalterà giungendo prima all’individuazione di un omicida morale, poi all’attribuzione a lui o ad altri delle due morti in più, ed infine di un omicida reale, diverso dal primo, ed inaspettato. Lieto fine, ma non troppo.
Ottimo romanzo di Stuart Palmer, Omit Flowers si contraddistingue per una trama sempre in bilico, per una nebulosità della situazione che accresce l’incertezza sulla sorte della vittima (e anche di Gilbert, che continua a mancare) e dei suoi parenti. Ne consegue che l’atmosfera è il principale pregio del romanzo: la sua potenza evocativa viene anche più accresciuta da vecchi espedienti tipici della letteratura gotica (sferragliare di catene, ragnatele, polvere, spettri, buio, cimiteri, notte), già tuttavia essendo molto densa in virtù dell’inconsistenza dell’indagine e delle morti che si succedono, a loro volta dominate dal dubbio che trattasi di omicidio o suicidio.
L’escamotage di un quartetto di investigatori, due effettivi e due aggiunti, nel cui ambito si muove la seconda vittima, aggiunge mordente alla vicenda, soprattutto quando lo stesso Alan viene sospettato di essere l’omicida in virtù del fatto (prima che si arrivi alla scoperta del bossolo di argento) che la sua pistola, una calibro 22, fosse stata riposta nell’auto, andata distrutta, e non fosse stata trovata. In altre parole ricadremmo nel vecchio trucco di Leroux, ampliato da tanti altri scrittori, che cioè il detective fosse anche l’assassino. In questo caso avremmo un doppio incidente, nel caso ciò fosse vero, giacchè Alan è anche il narratore in prima persona, e quindi ricadremmo nella soluzione proposta da Agatha Christie in un suo celebre romanzo.
Ma è davvero lui l’omicida? O altri?
Niente è come sembra in questo romanzo. Nulla. Tutto è destinato a mutarsi, ad essere riportato nella sua giusta prospettiva, quando Todd, che è stato sospettato anche lui dallo sceriffo, scoprirà la verità, e come le morti avvenute sono state solo il verificarsi casuale nell’ambito di un piano che nella sua semplicità mirava a tenere in scacco i vari personaggi del dramma, godendo della loro paura, il cui fautore, finirà con l’essere ucciso a sua volta.
In questa edizione mirabile, la traduzione di Rossana De Michele, anche se non integrale, è molto fluida e ha il pregio di riuscire a conservare la tensione originale concepita dall’autore. Funzionale al testo è anche la bellissima immagine di copertina, che ritrae una giovane donna (Mildred), in preda alle sue paure e angoscie, vicino a quelle che sembrerebbero foglie di un albero di Natale fantasma.
Il romanzo è scritto con verve, ed un umorismo molto acido, tipico di Palmer, presentandosi più che sotto l’aspetto di un romanzo ad enigma: di una commedia nera, direi molto vicina a certi lavori di Ursula Curtiss; e di un romanzo di suspence, in cui la tensione è massima in più punti del romanzo, avvincendo fino alla fine e riservando due sorprese finali, nel ribaltamento del rapporto omcida-vittima, ed una ancora dopo, in quello del rapporto d’amore tra Dorothy e i due cugini Todd ed Alan. Di quale dei due cugini, la bella Dorothy confesserà di essere innamorata?
Di quello che avrà saputo lasciarla libera di scegliere, pensando che l’altro valesse più di lui.
Ma la scelta d’amore è funzionale anche ad un’altra ragione, che toccherà al lettore scoprire e che sarà rivelata negli ultimi righi dell’apologo finale.
Pietro De Palma
20:47 Scritto da lo11210scriba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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03/05/2013
Michael Innes : Delitto ad Elvedon Court
Michael Innes : Delitto ad Elvedon Court (Appleby's Other Story, 1974) - trad. Anna Ponti; I Gialli di Qualità N.21, Rizzoli, 1975.
Di John Innes Mackintosh Stewart abbiamo già parlato quando abbiamo analizzato l’unico romanzo pubblicato da Mondadori, “Meglio erede che morto” (The Gay Phoenix, 1976). Quindi..tireremo innanzi. Tuttavia, rimarchiamo la pochezza dei romanzi di questo straordinario autore britannico pubblicati in Italia a fronte dei molti invece tradotti di Nicholas Blake (pseudonimo di Cecil Day-Lewis, e come lui, cattedratico: solo 5. Un po’ poco, se si considera la grande qualità di questo romanziere.
Nel 1975 fu pubblicato da Rizzoli, nell’ambito della sua collana “I Gialli di Qualità” (comprendente tra l’altro, oltre a Innes, altri ottimi scrittori, talora assolutamente sconosciuti in Italia), “Delitto ad Elvedon Court” (Appleby’s Other Story, 1974). E’ un’altra avventura di Appleby, anche questa volta piuttosto tarda. E’ curioso rammentare come i romanzi di Innes siano stati pubblicati in Italia solo a partire dagli anni settanta, e, cosa ancora più curiosa, sono stati pubblicati suoi romanzi allora relativamente recenti, come se i precedenti romanzi della sua produzione, quelli più rinomati, soprattutto i primi quattro, Death at the President's Lodging (1936) conosciuto anche come Seven Suspects; Hamlet, Revenge! (1937); Lament for a Maker (1938); Stop Press (1939; anche come The Spider Strikes), e i molti ottimi, tra cui altre eccellenze, non fossero mai stati stampati. Una cosa ben strana!
Il primo romanzo di Innes ad essere pubblicato in Italia, nell’agosto 1966, fu “La moglie immortale” (The New Sonia Wayward,1960), nell’ambito della collana Feltrinelli “Il Brivido e l’avventura”. Seguirono “Per quarantott’ore silenzio” ( Silence Observed, 1961) pubblicato nel 1972 dalle Edizioni Paoline; poi quello che presento oggi; ed infine il romanzo pubblicato da Mondadori nel 1976, “Meglio erede che morto” (The Gay Phoenix, 1975). Qualche anno fa, anche Polillo ha voluto dire la sua, pubblicando l’opera prima di Innes, “Morte nello studio del rettore”, Death at the President's Lodging (1936).
“Delitto ad Elvedon Court” comincia con un omicidio.
John Appleby ex Commissario Capo ora in pensione, assieme al suo amico Colonnello Tommy Pride, Capo della Polizia di Contea, si sta recando ad Elvedon Court, antica residenza di campagna, di proprietà di Maurice Tytherton, uomo d’affari e grande collezionista di quadri. Il segreto intendimento di Pride, che ha allegramente coinvolto Appleby, ben contento di risvegliarsi dal torpore della pensione, è quello di ottenere un parere dall’amico in merito ad una faccenda avvenuta qualche anno prima: la scomparsa di alcuni quadri di valore dalla magione di Elvedon Court, ben pagata dalla assicurazione di turno. Comunque a Pride qualcosa non quadra in quella sparizione e così i due si stanno recando dal collezionista. Sfortuna vuole che lo trovino già morto e stecchito: è stato ammazzato nella notte con un colpo di pistola, all’interno del suo studio.
Pride, chiede ad Appleby, con la benevolenza dell’Ispettore Henderson, ben contento di ottenere una consulenza prestigiosa come quella dell’ex Commissario, di occuparsene discretamente.
L’ambiente in cui la polizia deve muoversi è nebuloso, ben oltre le più rosee aspettative: gli abitanti della casa, dai familiari ai domestici, sono quanto di più infido possa esistere.
La moglie di secondo letto di Maurice Tytherton, Alice, è bellissima ma gelida e distante: è interessata al buon nome della proprietà, ad essere ben considerata dalla società, e sfrutta le sostanze del marito in maniera considerevole, vivendo agiatamente. Per quanto si sappia i suoi rapporti col marito sono freddi: il marito ha un’amante, Cynthia Graves, una tipa di assai dubbia moralità, una cortigiana di lusso, una mantenuta insomma, che non disdegna di riscaldare il letto non solo dell’amante ma anche del nipote di questi, Archie, altro tipo debosciato, la cui attività preferita è quella di fare sesso con chiunque tizia gli capiti a tiro, comprese le cameriere; ma anche lei, Cynthia, in fondo, non ha perso tempo: ha una relazione extraconiugale col Dottor Carter, eminente chirurgo. Insomma una famiglia in cui “le corna” sono vicendevoli e anche ben conosciute.
Oltre agli stretti familiari, altri personaggi strani si muovono nella casa: Raffaello, strano mediatore di opere d’arte, dalla fedina penale non proprio immacolata, coinvolto nel passato di Appleby in inchieste riguardanti sparizioni di opere d’arte e ricettazione, che si aggira nelle enormi e molteplici stanze della villa, pare invitato dallo stesso padrone di casa; Miss Kentwell, altro strano personaggio, la cui occupazione sembra essere quella di spillare soldi per beneficenza; e infine il maggiordomo, Catmull, e la sua consorte, entrambi viscidi, molto interessati alle proprietà di casa, e pettegoli. Infine c’è anche il figliol prodigo, appena tornato a casa, Mark, unico figlio di Maurice, che Appleby trova nel bosco attorno alla casa, e che pare sia stato a casa la sera prima poco prima che suo padre fosse ucciso, e che avesse avuto con lui una furiosa lite, conclusasi con la fuga nel bosco. Il motivo di tanto astio? I gioielli della madre, prima moglie di Maurice, monili di gran valore, tra cui una parure di diamanti, che in quanto di sua proprietà e non donategli dal marito, dovrebbero essere propri del figlio ed invece sono finiti, nonostante le aspirazioni a possederli da parte di Alice, nelle mani della puttana di Maurice, Cynthia, che in ogni occasione non perde mai occasione di far capire come per lei il sesso sia un’occupazione e una possibilità di successo.
Oltre a questi “esempi di moralità”, altri due personaggi girano nel tourbillon dell’entourage: il vicario Voysey, e il segretario di Maurice, Ronnie Ramsden, altro personaggio alquanto ambiguo.
Le indagini di Appleby e Harrison si presentano subito alquanto complesse: Ramsden e Miss Kentwell, hanno la sera prima fatto un giro nella casa, con destinazione i tetti, salendo e discendendo scale interne, per godersi la luna piena. Prima si sono affacciati nello studio al primo piano, non trovandovi Maurice Tytherton, poi, quando sono ridiscesi, lo hanno trovato morto: particolare curioso è il vassoio col brandy che invece di trovarsi sulla mensola del caminetto è in altro posto come se Maurice avesse ricevuto una visita. Inoltre, la prima volta che sono entrati nello studio, si è sentito l’urlo di un pavone, e affacciandosi lo hanno visto stazionare sulla testa della statua di Ermete, proprio sotto la finestra, mentre la seconda volta non l’hanno sentito.
Il lasso di tempo è di venti minuti, in cui chiunque della casa avrebbe potuto compere il delitto senza essere visto: i due che verosimilmente, per quanto detto, sono esclusi a priori sono Ramsden e Kentwell, che in quanto assieme, forniscono ognuno all’altro un alibi inattaccabile (sempre però che non l’abbiano ucciso assieme!). Comunque sia non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto sopprimere il suo padrone Ramsden, e ancor più la Kentwell che è apparentemente in quella casa per reperire fondi di beneficenza: avrebbe dovuto uccidere “la sua gallina dalle uova d’oro”. Per quale motivo?
Appleby comincia ad indagare. E ben presto capisce che ognuno dei soggetti di questo dramma presenta due o tre diverse facce, ognuno mentendo e nello stesso tempo presentando le verità che più fanno comodo. E capisce che tra i vari moventi: gelosia (nei confronti del nipote o della moglie: Maurice aveva chiesto il pomeriggio stesso della sua morte, al suo legale, di cambiare il testamento), cambiamento del testamento (nipote, moglie, figlio), possesso dei gioielli della moglie (figlio, moglie, amante), quadri rubati (Raffaello), icone sottratte all’URSS e finite nelle mani di Maurice, e del cui ritrovamento si occupa Miss Kentwell, detective privata sotto mentite spoglie, la cui doppia occupazione in quella casa era quella di controllare Alice per parte del marito, per comprovarne il tradimento e nel tempo stesso cercare le icone rubate, di nascosto a Maurice, una doppiogiochista scaltra e furba, il movente determinante è quello delle opere d’arte. E nell’arco di un giorno perviene alla soluzione del caso, dopo aver fatto il giro dell’immensa villa e aver visitato tutte le stanze e i piani e persino esser stato nelle soffitte; dopo aver trovato della carta stracciata, nel locale deputato alla spazzatura; dopo aver sentito del grido di un pavone, nella notte dell’omicidio; dopo aver trovato le icone rubate, dietro a degli innocenti quadretti.
Ci troviamo dinanzi ad un romanzo di altissima classe, con una tensione che non si allenta un attimo. Varie sono le caratteristiche che individuo.
Innanzitutto l’assenza di un prologo, di una parte introduttiva al delitto: Innes, pur essendo un puro britannico, e quindi inserito nel filone della detective story di marca anglosassone, alla Christie o alla Heyer insomma, si comporta invece come soleva fare Carr: inserire il proprio personaggio a delitto avvenuto, il più delle volte, estraneo al contesto in cui è maturato il delitto, imparziale, “super homines” e quindi in grado di valutare le mezze verità anche come mezze bugie.
Poi la presenza di figure retoriche sparse qua e là, tra cui alcune rappresentazioni allegoriche molto efficaci.
John Innes Mackintosh Stewart era un cattedratico di grande cultura umanistica, qualità che si poteva apprezzare nella tendenza più volte espressa nei suoi romanzi, al riferimento letterario di opere di autori latini e britannici del passato: anche qui, ogni tanto, emergono le sue conoscenze letterarie.
All’inizio del romanzo, c’è un passo emblematico: “Il boschetto ammicca al boschetto, ogni sentiero ha il suo gemello, e metà della piattaforma rispecchia l’altra metà”, che il lettore non molto curioso, potrebbe falsamente attribuire a William Blake che viene citato qualche rigo più sotto, e che soprattutto potrebbe attribuire ad uno sfoggio assolutamente vanitoso di cultura poetica.
In realtà, “Grove nods at grove, each alley has a brother,
And half the platform just reflects the other” , che è un passo tratto da “Epistles to Several Persons: Epistle IV, To Richard Boyle” (Moral Essays, ep. IV, l. 117) di Alexander Pope, a parere mio sottende ad altro ragionamento.
Come avevo supposto per The Gay Phoenix, anche qui Michael Innes sfrutta le sue conoscenze umanistiche utilizzandole anche in preziosismi lessicali ed enigmatici riferimenti, che, quando inserite nel dialogo, mai sono avulse dal contesto del plot ma anzi anticipano la natura della rivelazione e le deduzioni successive. Così, se il titolo del romanzo del 1975 alludeva non tanto ad una qualità della Fenice quanto ad una sottile allusione alla natura omosessuale di uno dei protagonisti, così anche qui in più occasioni, Innes si serve di figure retoriche per rivelare talune caratteristiche del plot. L’allegoria che è insita nel distico di Pope, può esser riferita oltre che alla doppiezza psicologica dei personaggi, anche alla doppia natura di una caratteristica del plot che sarà alla base della rivelazione finale. Non credo proprio sia una mia personale supposizione, tant’è vero che l’inizio del distico “Grove nods at grove” viene ripetuto più in là nel prosieguo del romanzo, quasi a cadenzarne il significato nascosto.
Tuttavia Innes inserisce altre figure retoriche nella tessitura narrativa del romanzo: una similitudine tra il modo di sbucciare la mela del reverendo Voysey e la leggiadria con cui sale la rampa delle scale di Elvedon Court: “Gli rammentava assurdamente il modo in cui il reverendo Voysey aveva sbucciato la mela, con tanta delicatezza, tanto elegante era la sua aggraziata spirale in pietra di Bath finemente intagliata” (cap.4 pag 75); oppure un’altra allegoria, quella riferita al sogno di Archie: “Il tavolo da biliardo diventava sempre più grande e così le stecche. E le palle alla fine erano come palle da cannone, e lui doveva continuamente farle sbattere di qua e di là, freneticamente” (cap. 3 pag. 41). In questo caso l’allegoria è chiara, a parere mio: alluderebbe ad una rappresentazione dell’amplesso, in una figurazione anche piuttosto oscena: il tavolo da biliardo potrebbe essere l’amante o il letto, le stecche sono spesso rappresentazioni figurate del membro maschile,le palle dei testicoli. Il loro movimento frenetico figurativamente esprime proprio la foga di un amplesso, in una rappresentazione estremamente plastica.
E anche descrive meravigliosamente la figura di Archie, legando la comprensione della sua natura psicologica ad una rappresentazione che è anche visiva, esplicativa nella sua volgarità e associabile ad un tipo di persona particolare.
Un passo celebrativo è quello presente nel cap.4 della traduzione italiana del libro, pag.92:
“Tenete alte le vostre spade lucenti o la rugiada le farà arrugginire”. Il distico è riferito al celebre discorso che l’Otello di Shakespeare fa e che in inglese recita: “Keep up your bright swords, for the dew will rust them” (William Shakespeare : Othello, Atto 1, Scena II, verso 60).
Il matterello levato in aria dalla moglie del maggiordomo Catmull e pronto a colpire, richiama la spada levata in aria da Otello. Qui l’immagine epica del discorso shakespeariano, assume un tono assolutamente e volutamente più ruspante: perché al guerriero del mare è contrapposta una guerriera della cucina. La rugiada, che come si sa si posa sui fiori e sull’erba, quindi su qualcosa che è in basso. Se non si usa sovente la spada, quella resterà inoperosa, infilata nel fodero, e potrà correre il rischio di arrugginirsi. Se invece la si usa, combattendo, essa non potrà arrugginirsi, perché sarà sempre usata, e quindi pulita e affilata.
Altra figura retorica che mi appare è la circonlocuzione: la frase presa in esame è “L’assoluta inutilità dei regni sommersi”, a pag. 114 del cap. 6^ del romanzo nella versione italiana, con cui Appleby commenta tra sé e sé il suo errare nelle soffitte di Elvedon Court. Comunque sia, la frase nella sua versione originale è “The superannuations of sunk realms”, ha significato ben diverso dalla sua resa in italiano, direi alquanto strana: infatti, se volessi letteralmente tradurre il verso inglese, che è tratto da “The Fall of Hyperion – A dream” di John Keats (1, 66), scriverei “L’obsolescenza (o il pensionamento) di reami irrecuperabili”. Solo in questa resa si potrebbe apprezzare il senso della perifrasi citata da Innes perché in questo caso meglio si accorderebbe con una soffitta polverosa in cui sono accatastate tante cose oramai messe in pensione perchè non più utilizzabili oppure passate di moda.
Tuttavia queste figure retoriche ed espressioni, che ogni tanto si incontrano, hanno tutte un’aria molto ironica, classica estrinsecazione dell’humour britannico, una risata a denti stretti, che sgrava la tensione, mitigandola con la battuta dell’uomo colto.
Il risultato nella sua complessità, è una scrittura non molto facile da interpretare, preziosa nei suoi giochi di parole, nei suoi significati, molto spesso doppi, difficile e quindi anche lenta nel suo incedere, assimilabile a quella lentezza dell’incedere con cui una persona anziana, come Appleby, si muove e parla: insomma una similitudine nascosta nella stessa natura stilistica del modo di scrivere..
Altro significato nascosto mi parrebbe essere il riferimento all’urlo del pavone appollaiato sulla testa della statua di Hermes: come lo stesso Innes dice, citando la natura di Psicopompo di Hermes: “ E’ Ermes, signorina Kentwell. Conduce le anime dei morti nell’Ade, ed è perciò indicato con l’attributo di psychopompos dagli antichi greci…con un chiaro di luna come quello vedemmo subito di che si trattava: il grido era stato lanciato da un pavone, appollaiato sulla testa della statua.” (pag.101, cap.5). Infatti Hermes era l’accompagnatore degli spiriti dei morti, nel viaggio per il mondo sotterraneo dell'aldilà: quindi, il riferimento di Hermes e del pavone, sarebbe un’allusione ricercata: il pavone che urla (di notte, anche l’upupa urla, ed è un simbolo di morte), appollaiato sulla testa di una divinità , con valenza di divinità dell’oltretomba, alluderebbe alla morte di qualcuno, in questo caso di Maurice. In altre parole, quando il pavone urla appollaiato sulla testa della statua di Hermes, Maurice è già morto e Hermes lo sta conducendo nel Regno dei Morti.
Tuttavia, la classe di Innes sta nel servirsi di queste sottigliezze della pratica poetica, e di queste citazioni dotte, non come abbiamo detto prima, per sfoggiare solamente la propria cultura, ma soprattutto per sottolineare talune caratteristiche del romanzo. In questo, quindi, ancora una volta, il romanzo rivela dei tesori, non così palesi alla prima interpretazione.
Il romanzo infine possiede anche delle citazioni molto significative, di autori polizieschi: esse sono manifeste, quando cita “Il problema sul ponte della Thor” di Conan Doyle da Il taccuino di Sherlock Holmes, e celate, quando molto probabilmente si rifa nella soluzione, ad un celeberrimo racconto di John Dickson Carr.
Pietro De Palma
11:33 Scritto da lo11210scriba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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28/04/2013
Michael Innes : Meglio erede che morto (The Gay Phoenix, 1976)
Michael Innes : Meglio erede che morto (The Gay Phoenix, 1976) – trad. Antonio Ghilardelli – I Classici del Giallo Mondadori N. 1306, 2012 (2^ ediz.) ; Il Giallo Mondadori N. 1580, 1979 (1^ ediz.)
(Articolo già pubblicato il 17 settembre 2012, reintegrate dopo esser stato eliminato per errore).
19:00 Scritto da lo11210scriba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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22/04/2013
Il debutto di John Bingham : Mi chiamo Michael Sibley - C.G.M. 1295 del 2012
John Bingham – Mi chiamo Michael Sibley (My Name Is Michael Sibley, 1952) – trad. Vittoria Comucci – Classici de Il Giallo Mondadori N° 1295 del 12 aprile 2012
John Michael Ward Bingham non dice alcunché in Italia, eppure è un autore molto conosciuto in Inghilterra.
Di origine nobile (fu il settimo Barone Clanmorris of Newbrook), nacque nel 1908. Fu educato nelle migliori scuole e poi durante il secondo conflitto mondiale, volle arruolarsi come volontario, ma fu scartato per un difetto alla vista. Tuttavia fu arruolato nel MI5, Il Controspionaggio militare britannico, nel quale servì non solo durante la guerra, ma anche per parecchio tempo dopo, fino agli anni sessanta inoltrati.
La sua figura fu presa ad esempio da John LeCarrè per il personaggio di George Smiley.
Scrisse parecchi thrillers, gialli classici e storie di spionaggio.
In Italia è stato parecchio tradotto nei primi anni ’50 (Romanzi de Il Corriere della Sera), poi è seguito un periodo di oblio, dal quale è riemerso con la pubblicazione per Mondadori, proprio del suo primo romanzo. Alcuni suoi lavori sono stati adattati per il piccolo schermo da Alfred Hitchcock. E’ morto nel 1988.
My Name Is Michael Sibley, 1952 è una storia in prima persona.
Michael Sibley è un giornalista che è fidanzato con Kate Marsden. E’ stato amico di John Prosset, sin dai tempi dalla scuola. Strana amicizia quella con John! Più che amicizia, dovremmo chiamarla una sorta di vassallaggio, un riconoscimento della propria debolezza spirituale ed un riconoscimento della forza altrui. John gli è stato amico ma anche nemico: insomma un’amicizia strana in cui amicizia e odio hanno formato un connubio strano ma duraturo, almeno sino a quando Michael si è allontanato dall’ambiente di casa. Ma Prosset si ì rifatto vivo per caso, più tardi: i due si rivedono per caso e l’occasione fa sì che i due ricomincino a frequentarsi. Michael fa lo sbaglio di presentargli la fidanzata e allora il falso amico, per scherzo, uno scherzo di pessimo gusto, insomma per ridere alle sue spalle, gli insidia la fidanzata, non perché voglia conquistarla ma solo per il gusto di rompere le scatole all’amico. Insomma, l’amicizia o quel che sembrava, presto cede il passo al vero e proprio astio, all’odio di Michael per John e i due hanno un violento alterco.
Michael va via. L’indomani viene a sapere che John è morto in seguito all’incendio della sua villetta. Fin qui nulla di anormale, e la cosa sembra destinata ad essere archiviata come un incidente, fin quando qualcuno comincia a sospettare che l’incendio abbia coperto un assassinio.
Michael era stato dall’amico poco prima che questi morisse, e allora inspiegabilmente, per una irragionevole paura, ai funzionari di Scotland Jard, Ispettore e Sergente, recatisi da lui per interrogarlo in merito alla sua passata amicizia con Prosset, Sibley comincia a mentire. E man mano che dice delle bugie, deve inventarne altre che rendano plausibili quelle precedenti. Questo incastro traballante, lo porta anche a chiedere alla sua compagna di sostenere le sue bugie, nate anche in seguito a una sua superficialità nel lasciarsi alle sue spalle tutta una serie di azioni che lo rendono se non colpevole almeno fortemente sospettabile.
Per cui cerca a questo punto di sapere cosa possa una sua passata fidanzata Cynthia Harrison aver detto alla Polizia e ne ricava la certezza che quella ha raccontato alla Polizia delle cose che possono metterlo in cattiva luce; per di più egli inspiegabilmente ha avuto con sé da parecchio tempo un tirapugni ed ora ritiene che il possesso di quell’oggetto potrebbe arrecargli dei fastidi; infine, un altro trascurabile fatto lo fa assurgere a colpevole perfetto agli occhi di Scotland Yard: pensando che lui sia l’assassino di Prosset, la polizia pensa che di frugare tra le sue cose e così viene a sapere dalla domestica di Joh che i suoi abiti completi non sono più 5 ma 4: quello mancante può spiegarsi con la sua distruzione perché sporco del sangue di Prosset? Scotland Yard pensa di sì, ma non sa che Michael ha regalato uno dei suoi cinque abiti, il più liso, ad un reduce di guerra che gli ha ispirato sentimento di carità. Fatto sta che tutte queste circostanze unite alle bugie colossali che ha inventato, fanno sì che egli sia arrestato per l’omicidio dell’amico.
Sulla base di uno specifico odore, egli pensa che il socio in affari di John , che egli immagina poco puliti e legati al contrabbando, sia il vero assassino dell’amico ma non ha nulla per dimostrarlo.
Intanto si celebra il processo per omicidio a suo danno. Il dibattimento prende una piega ostile e a suo danno, e quando Sibley si dà oramai per spacciato e ritenuto di omicidio di Joh Prosset, ecco che l’avvocato difensore di Sibley, mettendo in seria difficoltà una testimone a carico dell’accusa, la cui testimonianza era ritenuta decisiva per l’incriminazione del suo assistito, causa l’assoluzione di Sibley, la sua libertà, e il successivo sposalizio con Kate rallegrato dalla nascita di due figli.
Strano ma affascinante romanzo.
Innanzitutto il debutto di Bingham non è un classico romanzo di detection ma qualcosa di innovativo, anche per l’epoca in cui fu scritto: prende le distanze da tutti i romanzi che fino a quel momento erano stati scritti, e non propone affatto una storia in cui il fine sia l’acciuffamento del colpevole, ma invece la sua liberazione. Non è importante cioè che la polizia arresti l’assassino quanto che non becchi una cantonata arrestando e facendo condannare un innocente. Questi, da par suo però fa di tutto perché la polizia pensi che lui davvero sia il colpevole, comportandosi in un modo che dire superficiale è dire assai poco.
Sibley è uno qualunque, neanche poi uno stinco di santo (se davvero fa la corte alla prima sua “fiamma” non per trasporto emotivo ma per ben altro), ma è comunque un innocente, travolto dal peso degli eventi, che comincia a comportarsi in maniera irrazionale in quanto non ha la benché minima considerazione o fiducia della polizia. Al tempo il romanzo fece sensazione perché descriveva il modo non sempre leale delle polizia di svolgere un’indagine.
La cosa interessante della storia è che essa alla gfine non è altro che una singolar tenzone, un duello che combattono Sibley e i due poliziotti che lo braccano: lui nel dire panzane sempre più grosse e i poliziotti nel metterne in luce le grossolane velleità. Ma anche..un duello tra comportamenti: quello di Sibley di nascondere la verità, quello della polizia nel non rendere manifeste le proprie vere intenzioni. Sullo sfondo c’è un vero assassino che non viene mai sfiorato dall’inchiesta, e neanche quando Sibley scampa alla condanna che lui ritiene certa, la polizia ritiene di avviare indagini serie che portino all’individuazione dell’omicida.
Il romanzo è un devastante ritratto psicologico di quello che noi diremmo “un borghese piccolo piccolo” parafrasando un celebre film di Monicelli interpretato da Alberto Sordi, l’uomo comune che sospettato, pur essendo innocente, proprio perché sospettato finisce per costruire la rete in cui alla fine incappa: per paura di essere sospettato, finisce per esserlo davvero.
La struttura del romanzo si basa su due piani temporali che si incastrano vicendevolmente: il presente, in cui avviene l’omicidio e la relativa indagine che poi si indirizza nei confronti di Sibley; il passato, presente in forma di un flash-back prolungato, cui induge Sibley per spiegare il sentimento di vassallaggio, quasi un rapporto masochistico suo nei confronti di Prosset; e le sue donne. Ogni volta che lui mente alla Polizia e ritiene di aver finalmente dissolto i dubbi, la trappola si stringe; e ogni volta che la tenaglia parrebbe riaprirsi, ad una nuova bugia, si stringe ancor di più. Ed è il suo inconscio a guidare le azioni dei due poliziotti: è come se Sibley cercasse inconsciamente di essere incolpato per pagare il fio delle proprie azioni, per essersi comportato in maniera indegna con Cynthia che ha trattato sino a quando la sua compagnia non si è trasformata in un qualcosa di veramente serio (per lei).
Capolavoro di introspezione psicologica, il romanzo è narrato in prima persona: proprio la mancanza di un’azione narrante impersonale in terza persona, conferisce al discorso la qualità di una riflessione profonda, intima, quella che chiunque di noi potrebbe avvalorare trovandosi nella stessa situazione di sospetto: il ritmo serrato, e privo di pause, l’attesa di nuove bugie, che puntualmente vengono presentate , rende la lettura quantomai tesa, con una tensione molto hithcockiana. Non a caso molti soggetti di Hitchcock riguardano non tanto il colpevole da acciuffare, quanto l’innocente da salvare, che è poi il motivo dominante di questo straordinario romanzo: una corsa contro il tempo, di cui si crede di conoscere l’ineluttabile fine, e che invece riserva un finale dolce. Senza però che l’assassino di Prosset venga acciuffato.
Perché il cattivo per antonomasia qui, non è il colpevole ma la vittima, l’assassinato. E quindi, in ultima analisi, la fanno franca, sia il falso colpevole che il vero.
Se dovesse essere rivelata la morale del romanzo, questa sarebbe la seguente: conviene sempre dire la verità. Le bugie, quasi mai, non vengono scoperte.
Pietro De Palma
21:11 Scritto da lo11210scriba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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