03/05/2012

Il successo mancato di un romanzo leggendario: La Morte nel Buio (Death in the Dark, 1930)

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Stacey Bishop (George Antheil ) : La morte nel buio (Death in the Dark, 1930) – Prefazione Mauro Boncompagni – Traduz. Giancarlo Carlotti – Shake Edizioni, Nnoir Sélavy , Milano, 2009, pagg.188.

Il titolo che ho voluto dare a questa esplorazione di Death in the Dark, rende secondo me molto bene, la strana reazione del pubblico, almeno strana a parere di Antheil, che se ne aspettava una ben diversa, da cui derivò la decisione dello stesso, di abbandonare del tutto le velleità paraletterarie e dedicarsi ad altro.

In verità, il noto critico britannico e romanziere Julian Symons, affermò che Antheil avrebbe scritto un secondo romanzo, oltre a questo pubblicato all’epoca da Faber & Faber, la casa editrice fondata da Elliot; ma di questa seconda opera, al momento abbiamo solo il suo commento e null’altro. Quindi, a meno che non lo si trovi un giorno sepolto in qualche collezione privata, l’unico poliziesco scritto e pubblicato, di Antheil, rimane Death in the Dark.

Perché rimase l’unico tentativo di Antheil? Perché il pubblico non lo accettò come lui si sarebbe aspettato che fosse accaduto?

Innanzitutto diciamo che il romanzo è uno super-vandiniano. All’epoca, in cui Antheil lo scrisse, Van Dine era il campione e l’archetipo da prendere a modello se non copiare, soprattutto per uno scrittore statunitense come Antheil che, pur se trapiantato temporaneamente in Europa (dopo la prima guerra mondiale si era creata una comunità di americani (Ezra Pound, Antheil, Hemingway, Miller, etc..), soprattutto a Parigi, che aveva familiarizzato con autori europei:Elliot, Joyce, Mirò, Picasso, Stravinskj, De Chirico ), risentiva profondamente dell’influsso nietzschiano di Van Dine: Philo Vance è un detective borghese, ma ricchissimo e coltissimo, che disprezza il volgo, e per cui ha valore solo il delitto commesso secondo “una delle belle arti” a dirla come Thomas De Quincey. Insomma un detective per cui le teorie di Nietzsche sulla nascita del Superuomo (che nello scrittore tedesco, al di là della strumentalizzazione post-mortem del nazismo, ha però più un significato filosofico) avevano un valore emblematico. Tuttavia questo super-ominismo filosofico, aveva anche una sua anima profondamente irrazionale, che ben si sposava con gli aneliti di chi voleva risvegliare le coscienze dal torpore in cui erano sprofondate.

Ecco che allora Antheil non potè che creare un detective che fosse in larga parte tributario a Van Dine. E così il Philo Vance di Antheil, che assunse come pseudonimo Stacey Bishop, è Stephan Bayard: come Philo Vance è un esteta, appassionato cultore e critico di arte contemporanea (come appassionato e critico d’arte è Philo Vance), e come Vance è appassionato di musica, solo che Bayard lo è di musica contemporanea; ha anche lui un amico Procuratore: il Markham di Philo Vance è il Wayson di Antheil. E il romanzo di Antheil si basa su uno di Van Dine, in maniera talmente palese, da esserne quasi una citazione.

Una catena di delitti si svolge in una casa, guarda caso di New York: a casa Denny, facoltosa famiglia della borghesia ricca, Dave Denny è stato trovato ucciso da un colpo di pistola in fronte. Cosa c’è di strano? Il fatto che al momento dello sparo, la casa fosse al buio: come ha fatto l’assassino a riconoscere al buio la sua vittima e sparargli esattamente in mezzo alla fronte, nella sua camera da letto? Il bello è che tutti i sospettati erano al momento dello sparo riuniti nella stessa stanza: Frieda Alvinson era sprofondata in una poltrona a leggere; il Dottor Stein e John Alvinson erano affacciati ad una finestra, mentre all’altra, adiacente o quasi, era Gertrude Denny, la moglie della vittima; infine nella sua camera da letto dormiva la matriarca della famiglia, la madre dei Denny. E c’è anche un fratellastro, Aaron, nato dal primo matrimonio di Roscoe Denny, che però al momento dell’omicidio, era fuori di casa.

Le indagini paiono a prima vista più che ardue: chi ha ucciso ha approfittato di una fortuita distrazione dei presenti (l’ululato delle sirene dei pompieri che passavano sotto le finestre di casa), oppure ha scientemente premeditato il tutto? E chi si aspettava di vedere dentro il bagno Gertrude, quando il capitano Jules ha aperto la porta del bagno? E chi ha scritto un misterioso libro poliziesco in cui si trova minuziosamente descritta una vicenda che si adatta a pennello a quella appena accaduta? E soprattutto perché la chiave della porta si trovava infilata dal di dentro, quando era consuetudine che quando uno della famiglia fosse fuori (Aaron) essa fosse appesa ad un gancetto? E perché la pistola ha fatto due volte fuoco e la seconda pallottola era a salve?

Fatto sta che le indagini porterebbero ad Aaron, accusato pure dalla matrigna e la cui parte nella vicenda sembra essere pericolosamente accertato; e la polizia non può fare a meno di arrestarlo, perché proprio mentre la vecchia madre sta per pronunciare il nome dell’assassino ( lui?), qualcuno, in mezzo ai presenti, le spara. Solo che nessuno ha visto chi ha sparato, e, cosa ancor più strana, la pistola che ha sparato, vien trovata sul letto della prima vittima: in pratica avrebbe misteriosamente da sola attraversato il corridoio che divide la camera dei Denny dalla stanza dov’è avvenuto il secondo delitto.

Tutto risolto? No, per nulla. Perché il sospettato viene a sua volta trovato morto nella sua cella, ucciso da un colpo di pistola sparato quasi a bruciapelo. La cosa strana è che : nessuno ha visto entrare chi l’ha ucciso, e tantomeno uscire; nessuna pistola è stata trovata dentro la cella.

Insomma tre delitti uno più insolubile dell’altro.

In mezzo a questa jungla di sospetti, false piste, indizi più o meno convincenti, indizi risolutori, strampalate analisi e altre per nulla strampalate, considerazioni artistiche e musicali, ricerche endocrine criminologiche, Stephen Bayard, riuscirà ad incastrare un assassino di mente superiore, astuto, vendicativo, e diabolico.

E’ evidente che il falso rigo su cui Antheil costruisce il suo romanzo, come abbiano detto prima, è costituito da un romanzo di Van Dine. Considerando l’anno cui risale la scrittura e non mera pubblicazione del suo romanzo (1929), Death in The Dark, avrebbe potuto avere come esempio solo uno dei prim romanzi vandiniani scritti sono a quell’anno. Tra questi viene scelto quello che ancor oggi è considerato forse se non il capolavoro uno dei suoi capolavori e quello che sicuramente ha influito più di tutti gli altri, sul romanzo poliziesco tout court: una catena di delitti che si verificano in una famiglia.

Da Van Dine aveva preso alcune caratteristiche cui abbiamo accennato più sopra. Dirò ancora che lo stesso narratore in prima persona Stacey Bishop, lo pseudonimo di Antheil, è modellato sul Van Dine, che compare nei romanzi e che è pseudonimo di Willard Huntington Wright.

Lì c’è la famiglia Greene, qui la famiglia Denny. In tutti e due vi è una matrigna, vedova. In entrambi, essa finisce per essere ammazzata. In entrambi vi è una biblioteca, in cui si trova un particolare libro, rivelatore per l’assassinio (il primo), in entrambi i casi vi è una mente diabolica che pianifica la strage; in entrambi i casi vi sono considerazioni artistiche; in entrambi i casi vi è un dottore, lì Von Blon, qui Stein; in entrambi i casi vi è un delitto commesso con una pistola che non si trova (il terzo omicidio), in entrambi i casi vi è qualcosa che viene aperto e che provoca la morte. Troppi elementi simili per non parlare di un esempio di super-vandinismo.

La cosa che maggiormente mi ha incuriosito, tuttavia è il fatto che in un romanzo costruito (forse) come omaggio a Van Dine e al suo modo di costruire i romanzi polizieschi, Antheil vi avesse inserito sue considerazioni sull’arte (Mirò, Picasso ) e sulla musica (Stravinskj, Schumann, Raff), attribuendole al protagonista; e soprattutto sue considerazioni (che gli valsero, come ricorda nella Prefazione Boncompagni, la considerazione della Polizia parigina) sulla natura endocrinologia del crimine: in particolare sul timocentrismo. Considerazioni che egli – nella trattazione del romanzo – affida al dottor Stein. Quello che però mi ha particolarmente colpito è come Stein parli del fenomeno e di come egli intenda guarirlo: e per far ciò, tra le altre, esprime proprie considerazioni sul fatto come, avvalendosi di determinati espedienti scientifici, si possa tramutare una massa di deficienti in una serie di menti brillanti. La creazione di una super razza? La descrizione che fa di Stein è di uno scienziato coltissimo, ma anche che crede ciecamente nel suo progetto. Il laboratorio con tutti i suoi apparecchi elettrici, e l'aura che riesce ad ottenere attorno al corpo umano, mi fanno pensare a Metropolis di Fritz Lang. Ma la considerazione che operando una modificazione radicale del timocentrismo si riesca a tramutare un criminale in un essere dal cervello brillante, un superuomo, come egli dice, mi fa pensare a Nietzsche, ma anche agli studi che vennero dopo di genetica e che individuarono il cromosoma della criminalità.

Al di là di questo, il romanzo pur essendo un trionfo della deduzione pura, è troppo difficile per il lettore medio: perché possa essere capito a fondo, necessita di un lettore che conosca determinate problematiche, e certamente questo può aver influito sul successo del romanzo. Forse anche la somiglianza notevole (e taccio su altre somiglianze ancor più dirette) con The Greene Murder Case, ebbe la sua importanza. Chissà..

Certo è che Antheil si aspettava un grande riconoscimento del pubblico, ed invece l’accoglienza non fu quella auspicata. Quello che ne risultò fu che un grande interprete del modernismo musicale statunitense, cercò senza grande fortuna di consegnare un’opera poliziesca di grande respiro alla storia del genere.

Sembra quasi la storia di un’altra interprete musicale statunitense, Blanche Bloch, anch’essa vandiniana, che consegnò alla storia un solo romanzo degno di nota: The Bach Festival Murders (1942).

Ma questa è un’altra storia.

Al di là di tutto ciò, un romanzo straordinario, pubblicato in Italia per la seconda volta in assoluto, dopo la prima pubblicazione del 1930.


Pietro De Palma

 

 

 

 

 

 

 

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05/04/2012

Derek Smith : Un fischio al Diavolo ( Whistle Up The Devil, 1953) – I Gialli del Secolo N.182 dell’ 11 Settembre 1955.

copertine anobii 007.jpgLeggendario romanzo, tanto quanto sembrerebbe esserlo il suo stesso autore.

Di lui si sa molto poco. Doug Greene, tempo fa, rivelò di aver avuto con lui una sorta di corrispondenza, e anche Bill Pronzini si incontrò con lui. Poche e scarne le notizie biografiche: era nato nel 1926 nella periferia di Londra, e ha abitato per tutta la vita nella stessa casa, non sposandosi mai e stando vicino alla madre finchè lei non morì. Derek Smith aveva accumulato una tale collezione di libri, migliaia, tra cui moltissime prime edizioni che avrebbero fatto la felicità di chi so io, che, quando morì, dieci anni fa, chi era stato incaricato da lui di occuparsi della sua collezione dopo la sua morte, ebbe notevoli problemi pare per accedervi, in quanto i libri erano accatastati a pile, in mezzo a polvere e perdite di umidità dal soffitto. Pare, a detta di Pronzini, che addirittura una parte del secondo piano fosse crollata sotto il peso dei libri.

Derek Smith scrisse una sola opera meritevole di passare alla storia della Camera Chiusa, ma..ciò basta e avanza. Infatti l’altro romanzo che scrisse “Come to Paddington Fair” non è stato mai pubblicato in lingua madre, ma solo in una edizione ridotta in giapponese: pare, tuttavia, che non si tratti di una Camera Chiusa, ma di un delitto impossibile.

Whistle Up The Devil può esser considerato uno di quei romanzi partoriti sulla falsa riga dell’esempio dato da Carr e Rawson: non solo però romanzo basato sulla Camera Chiusa, ma anche monumento simbolico ai massimi romanzieri della Camera Chiusa che hanno preceduto lo stesso Derek Smith. Così Whistle Up The Devil, diventa un romanzo a sé, un romanzo che trascende la stessa trama e lo stesso plot, entrando a far parte di quella trinità del genere costituita anche da The Hollow Man di J.D.Carr e Death from a Top Hat di C.Rawson, tutti romanzi che quasi a sottolineare la propria unicità nel genere di cui sono esempi, presentano una propria dissertazione sulle Camere Chiuse.

Nonostante possa apparire strano, Whistle Up The Devil non è mai apparso in edizione italiana integrale: eppure lo meriterebbe! E’ stato a tutt’oggi, invece, tradotto una volta sola, e pure in versione accorciata, nel 1955, e presentato nell’ambito della mitica collana de “I Gialli del Secolo”, inventata da Gherardo Casini Editore e poi circa intorno dal numero 150, gestita dall’omonima Casa Editrice. L’albo, virtualmente introvabile, ma che io possiedo, presenta la dissertazione, anche se modificata: il dialogo della versione originale, da cui scaturiscono le varie osservazioni che individuano la dissertazione, viene reso semplicisticamente nella forma di un monologo, da cui vengono espunti tutti gli accenni, presenti invece nella versione originale, a romanzi e romanzieri precedenti, una delle cose a mio modesto avviso più interessanti della stessa dissertazione. Fatto sta, il romanzo è straordinario per l’impatto e l’intelligenza con cui è costruito, cosicché l’ingenuità dell’idea base viene in certo modo occultata dal velo di mistero e dall’atmosfera dell’impianto. Ovviamente, dato anche il ristretto numero di indiziabili, la soluzione, ad un lettore sufficientemente esperto nel genere, non appare difficile da immaginare, diversamente da quello che può sembrare ad un lettore comune. Il fatto è che la figura dell’assassino è facilmente individuabile solo nel caso si abbia una certa enciclopedica conoscenza del genere: in parole povere, chi non abbia letto un certo romanzo (e non ne faccio il nome) non capirà subito chi possa essere.

Al di là di questo, il romanzo si impone per una spettacolarizzazione del primo delitto, che affonda la propria genesi non tanto su dei trucchi meccanici quanto su un illusionistico uso delle capacità umane nel distogliere l’attenzione da un certo oggetto dell’attenzione e rivolgerlo ad altro.

Oltre al primo delitto, ve n’é un secondo, più semplice nella realizzazione ma non meno spettacolare, la cui spiegazione è nell’individuazione del personaggio chiave, a cui sopra si è accennato.

Ma il merito della bontà del romanzo è anche nell’uso sapiente della tensione narrativa ottenuta con false soluzioni che preparano il terreno a quelle vere, non meno spettacolari, anzi..

La trama del romanzo è imperniata su un “segreto di famiglia” che in quella dei Querrin viene passato di padre in figlio (parlo del maggiore), un mese prima del matrimonio di quest’ultimo, e che è legato anche ad una certa stanza della residenza di famiglia, detta “La Stanza del Passaggio”; la storia esige tuttavia che, ad un certo punto, qualcosa sia andato storto e misteriosamente sia il padre (Thomas Querrin) che il figlio (Martin Querrin) siano morti: il padre in seguito a crisi convulsive, il figlio accoltellato nella stanza chiusa dal di dentro. E prima ancora si era sentito un urlo inumano terribile provenire dalla stanza. Da allora si dice che il fantasma del padre infesti la stanza in questione.

Gli ultimi due rampolli della famiglia dei Querrin sono Roger e Peter. Roger che è fidanzato con Audrey, decide di rinverdire la tradizione di famiglia e “fischiare al Diavolo”: rimarrà nella stanza in questione spavaldamente sfatando la tradizione che afferma essere quella stanza infestata. Il discorso è che la tradizione vuole che chi accetti di passare la notte nella stanza, accettando il segreto con coraggio e rispetto, venga risparmiato, mentre muoia chi vi passa la notte contestando tali norme.

Audrey quindi è in apprensione. E lo è anche Peter, suo futuro cognato. Tanto che si rivolge  a Castle, Ispettore Capo di Scotland Yard, che però gli rappresenta l’impossibilità della Polizia di occuparsi della faccenda. Tuttavia Castle si ricorda del suo amico Algy Lawrence, un detective dilettante, che ha tuttavia già collaborato brillantemente con la polizia, e gli prospetta di interessarsi del caso.

Roger vuole a tutti i costi passare la notte nella stanza così da sfatare la maledizione che pesa su di essa, e allora si decide di sorvegliarla: Algy e Peter si attestano nel corridoio che collega la stanza al resto della casa, mentre il sergente Harding staziona sotto un albero, all’aperto, tenendo d’occhio dall’esterno la porta finestra che collega la stanza all’esterno, ad un giardino pieno di fiori, la cui terra a causa della pioggia è l’ideale perché chiunque la calpesti vi lasci le sue impronte.

Nonostante ciò l’impossibile si verifica e Roger viene ucciso nella stanza chiusa da lui dal di dentro, accoltellato con lo stesso pugnale con cui era stato ucciso molto tempo prima Martin. Solo che parrebbe che possa esser stato ucciso solo da un fantasma, visto che né Peter e Algy hanno visto alcuno uscire dalla stanza, né tantomento il sergente ha visto qualcuno entrare e/o uscire dalla porta-finestra; né tantomeno il pugnale con cui Roger  stato ucciso presenta impronte, nemmeno quelle di guanti; né ancora la terra bagnata dalla pioggia presenta impronte. Insomma un rompicapo da impazzire.

Ad un certo punto sembrerebbe che i sospetti si possano concentrare su un certo Turner, un vagabondo visto aggirarsi attorno alla tenuta; per questo egli viene arrestato.

Algy si reca alla prigione per interrogarlo ma prima che egli sia riuscito a sapere alcunché, nonostante egli ed il sergente siano nella stanza adiacente, Turner viene ucciso, nella cella chiusa dal sergente precedentemente.

Paradossalmente tutto sembra volgere all’incriminazione del povero Algy, anche se non si capisce bene per quale motivo egli avrebbe ucciso Turner. A questo punto per Algy, trovare l’assassino di Roger e Turner (perché evidentemente è lo stesso) non è solo una questione di principio ma anche l’unico modo per convincere la polizia di non essere stato lui. E così, dopo che lo zio di Audrey, Russell Craig, anche lui residente a Querrin House, ha pensato di poter inchiodare l’assassino con una sua spiegazione deduttiva degli avvenimenti, fallendo miseramente, toccherà proprio ad Algy risolvere la faccenda e dare un volto ad un assassino astutissimo.

Quello che mi preme osservare è che in questo romanzo, curiosamente, non è la figura del detective, quella che si impone sugli altri, quanto quella di un personaggio che dovrebbe essere minore: D. Smith, laddove dà del primo una descrizione svagata, e non certo ascrivibile a quella di un detective importante che risolva i misteri più strampalati, connota invece a tutto tondo la figura dello zio di Audrey, Russell Craig, personaggio anche comico, scroccone, imbroglione, che ama la bella vita e la carne: già più che maturo, si dà da fare con le cameriere, con una in particolare, con soddisfazione di entrambi. Insomma se Algy è romantico ed imbranato, e con le donne non ci sa fare, lo zio Russell è finanche difeso dalle sue donne. Un imperterrito Don Giovanni, la cui virilità è amata dalle donne, contrapposto ad un morigerato Don Ottavio.images?q=tbn:ANd9GcSCft0UoCalLrwYHQXU5YO4pQ-jU9JDzcKwI3ItiWW1RDnxX1VvFw

Tuttavia una delle caratteristiche più interessanti del romanzo è la Locked Room Lecture con cui si dichiara apertamente essere lo stesso, un omaggio a Carr e Rawson:

Do you remember the Case of the Dead Magicians? A spark of interest showed on the Inspector's rugged face. "You mean that odd affair in America, round about 1938? Yes, I remember. Homer Gavigan handled that for the New York Police Department. Though I believe most of the credit went to a man calling himself"—the Inspector's voice held a high pitch of unbelief—"theGreat Merlini."

"That's it. Merlini solved  the mystery, then wrote upthe case as a novel, calling it Death From a Top Hat. He collaborated with Ross Harte—they used 'Clayton  Rawson' as a pseudonym." Lawrence digressed slightly. " There have been four Rawson books to date, though only three have been published in England. More's the pity. Every one is first rate."

Castle stirred restively. Lawrence said quickly:

"Here's the point. Merlini devoted the bulk of Chapter Thirteen to a lecture"—Castle groaned—"on the general mechanics of the sealed room murder. He indicated that everysuch crime falls within one of three classes, namely----"

The Chìef Inspector held up his hand.

"I've read the book," he growled. "And before you go any further, I'm also well acquainted with Doctor GideonFell’s famous Locked Room Lecture in The Hollow Man"

'Published in the U.S.A.," threw in Algy irrepressibly, "as The Three Coffins. . . . I'm glad you know it. Fell and John Dickson Carr are experts.” (Derek Smith, “Whistle Up the Devil”, Gifford, London 1953, pagg.108-109)

Del resto il romanzo conserva la stessa impostazione base del romanzo di Carr: il protagonista sfortunato della storia, qui Roger Querrin, lì il Professor Grimaud, sfidano le forze delle tenebre, dell’oltretomba e finiscono “apparentemente” da queste annientate.

Il romanzo di Derek Smith confessa la propria dipendenza, nella costruzione del plot e della messinscena drammatica, proprio dagli scrittori citati nella sua dissertazione: da ciascuno di essi, si può dire, trae ispirazione. In particolare da alcuni.

“..there was no opening at all in that room. No secret panels, whether the size of a man or a sixpence. And that knife certainly wasn't shot through the keyhole or a Judas window."

Not very much. We've exhausted nearly every possibility in Class One. Roger definitely wasn't the victim of any elaborate trickery such as Rupert Penny described” (op. cit. pagg.110-111).

Ma altri autori sono citati prima della dissertazione, nel corso degli avvenimenti narrati nel romanzo.

Nella Dissertazione, Derek Smith attraverso il dialogo tra Castle e Algy Lawrence, esamina le tre classi su cui avevano riposto la propria attenzione Carr e Rawson, giungendo alla deduzione finale, che non spiega come l’assassino abbia compiuto il suo delitto, ma solo dove egli fosse al momento dell’assassinio.

We've eliminated Classes One and Three. Therefore the killer's method must be somewhere in Category Two."

The Inspector nodded agreement, though he still looked worried.

"You mean that the room only seemed to be sealed because the murderer tampered with the door or the windows."

"Yes. But," warned Algy, "be careful. There's a big headache in store. This room wasn't just locked. It was also guarded."

Castle swore. He said :

"Don't confuse me, curse you. Our conclusion is that the killer was in the room with Querrin. When he knifed Roger, he somehow contrived an escape.”(op. cit. pag.112).

Inchioderà l’assassino solo dopo aver raccolto le idee.

Dico solo che a mio parere, Derek Smith, se dichiara essere tributario sia di Carr che di Rawson, e poi cita rispettivamente The Hollow Man e Death from a Top Hat, in realtà, nell’elaborazione dell’idea che sta alla base della creazione della prima Camera Chiusa in Whistle Up The Devil, si rifa ad altri due romanzi di Carr: non dico quali siano, altrimenti chi li avesse letti potrebbe capire subito o almeno essere indotto a capire come potrebbe esser stato commesso l’assassinio di Roger Querrin. Dico solo che questi altri romanzi sono del…1937 !

Prima di concludere, faccio notare che tra le influenze su questo romanzo, può esservi  stata quella di Talbot. Il suo Hangman’s Handyman (“Il Terrore sull’Isola”, che sappiamo essere del 1942), scritto prima di quello di Derek Smith, contiene un’oscura maledizione connessa ad un segreto di famiglia, come succede in Whistle Up The Devil.

Possibile che Derek Smith abbia preso qualcosa da Talbot?

Lascio ai miei lettori l’esser d’accordo o meno. Ma secondo me è possibilissimo.

 

Pietro De Palma

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24/03/2012

Hake Talbot : Terrore nell'Isola (The Hangman's Handyman, 1942)

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20/03/2012

DISSERTANDO DI CAMERE CHIUSE : Terza ed ultima parte

Da oggi, su Il BLOG GIALLO MONDADORI, Terza ed ultima parte del mio saggio sulle Dissertazioni sulle Camere chiuse, che si intitola "The Locked Room Lecture: Il periodo d'oro".

Parlo questa volta di parecchi autori che hanno preso le mosse da Carr, e una che lo anticipa, analizzando i loro testi di assai difficile reperimento in Italia, se non addirittura quivi mai tradotti.

Molte le sorprese e le cose interessanti che non potranno non interessare chi è per natura sua curioso e amante delle Camere Chiuse, il massimo del Whodunnit.

Chi volesse leggerlo, non deve fare altro che cliccare sul titolo corrispondente nella colonna a sinistra del blog.


Pietro De Palma


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10/03/2012

Rufus King : Omicidio a Capodanno (Holiday Homicide, 1940) - I Classici del Giallo Mondadori N. 754 del 1995

copertine gialli blog 007.jpgRufus King (1893-1966) fu un romanziere molto attivo dalla fine degli anni ’20 alla fine degli anni ’50 inizio ’60, pur facendo tutto sommato vita ritirata: in vita, nulla di lui si sapeva molto, all’infuori del fatto che vivesse “nella parte rurale dello Stato di New York, che fosse single, e che ogni anno avesse problemi a causa della neve”, tant’è vero che si “fece una villa” a Miami; del resto proprio a Miami ambientò alcune delle sue storie.

 

Altra cosa che si sa è che avesse studiato a Yale, che nel 1916 si laureò e che si arruolò proprio in quell’anno per la Grande  Guerra e che dopo di essa lavorò per del tempo come operatore radio sulle navi

Oggi è molto poco conosciuto e i suoi romanzi vengono di rado pubblicati, ma al tempo fu molto noto: era un fine esponente di quella scuola di scrittori americani (anche J.D.Carr, Mignon Eberhart) che non volevano rinunciare alla scuola di giallo all’inglese, in favore invece della “scuola dei duri”, nata in ambiente americano.

In Italia è stato un autore, pubblicato parecchio negli anni ’30 – ’40 e ’50, e meno dopo: infatti, parecchi dei romanzi pubblicati soprattutto da Mondadori, risalgono a questi anni. Solo in pochissimi casi, altre case editrici si son cimentate in romanzi di Rufus King : tra queste, la Casa Editrice Martello con I Gialli del Veliero : “Il colombo della morte” (The Deadly Dove, 1945); la Italedit di Cremona che pubblicò “Intervallo Tragico”: questa pubblicazione, ricavabile tramite ricerca OPAC, è disponibile solo presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, ma non si ricava da alcun indizio, il suo titolo d’origine; e i Gialli del Secolo, fino ad un certo punto di proprietà della Gherardo Casini Editore.

Mike Grost ritiene che abbia influenzato pesantemente il primo romanzo della coppia di cugini Dannay & Lee, noti per la firma che diventò un marchio internazionalmente riconosciuto e apprezzato: Ellery Queen:

“Rufus King’s first Lt. Valcour novel, Murder by the Clock,had a simple plot idea involving men’s hats…It is possible that EQ used King’s work as a jumping off point and subsequent works. One wonders if the name “Rufus King” affected EQ’s choice of the pseudonym Ellery Queen”.

In altre parole secondo lui, il nominativo Ellery Queen (Queen = Regina) sarebbe stato influenzato dal successo di Rufus King (King = Re)con Murder by the Clock (pubblicato in Mondadori col titolo “Notte d’orgasmo”: CGM 296 e ripubblicato qualche anno fa da Polillo con il titolo “Il corpo nell’armadio” ne I Bassotti), un romanzo in cui il plot del cappello, viene ripreso in “The Roman Hat Mystery” di Ellery Queen e trasformato in idea base per un immaginifico romanzo; il rapporto REGINA-RE potrebbe significare oltre che una filiazione, anche il riconoscimento del fatto che King, nel tempo in cui uscì “La poltrona n.30”, fosse più importante di Queen o comunque i due cugini lo ritenessero tale.

E’ bene dire tuttavia che Rufus King ottenne un notevole successo all’epoca più per altri motivi che per il fatto di essere un seguace, diremmo un po’ atipico, di Van Dine: Rufus King infatti, avendo per del tempo lavorato come operatore radio su bastimenti, riportò questa ambientazione marinara in molti dei suoi romanzi: Murder By Latitude (1930) tradotto ne I libri Gialli n.131 con  “Il Dramma del Florida” o The Lesser-Antiller Case (1934) tradotto anche lui ne I Libri Gialli n.177 con  “La prova in fondo al mare”, o ancora  Murder On The Yacht (1931) tradotto nel 2001 in CGM 899 con il titolo “Crociera tragica”, son tutti romanzi che propongono quasta falsa riga. E’ da menzionare il fatto che qualche tempo prima che avesse cominciato la sua attività di romanziere, Rufus King avesse scritto la storia originale di “The Silent Command”, un film del 1923 diretto da J.Gordon Edwards ed interpretato da Bela Lugosi: la scena finale avveniva su una nave durante una tempesta

La ragione tuttavia è anche di tipo psicologico-descrittivo: Rufus King teneva molto alla descrizione dei personaggi e alle atmosfere; e concentrare l’azione in uno spazio chiuso (le navi per così dire sono degli ampliamenti di una Camera Chiusa), gli dava la possibilità di enfatizzare il dramma e l’angoscia mutevole delle situazioni e dei personaggi, dinanzi alla immobilità del mare, con un effetto di contrasto assai efficace.

Anche in Holiday Homicide, la vicenda si svolge sul mare.

Il romanzo si impone per l’entrata di un nuovo protagonista, Cotton Moon, un ricco investigatore che spende tutti i suoi soldi alla ricerca di noci rare, e del suo assistente-segretario Bert Stanley e che è seguito da un cuoco espertissimo, “Walter..il cuoco del Conchiglia e, insieme ad altre cose, Moon se lo prese nel Madagascar” (Holiday Homicide, “Omicidio a Capodanno”, I Classici del Giallo Mondadori, N° 754, pag. 6): è chiaro che in questo caso Rufus King ha creato un personaggio rifacendosi a Nero Wolfe, al suo segretario-assistente Archie Goodwin, e al cuoco svizzero Fritz Brenner. Ne consegue che questo è uno di quei romanzi in cui Rufus King comincia a denunciare l’influsso di altri giallisti: in sostanza comincia a perdere di originalità. Tuttavia il procedimento di King è sempre di classe.

Nella fattispecie Rufus King sdrammatizza l’azione con trovate umoristiche: per es. Cotton Moon, l’investigatore che vien qui fatto esordire, vien fatto oggetto di attenzioni, lanciandogli una noce di sapucaia che lo colpisce in mezzo alla fronte: a lanciarla è stato un tale, Bruce Jettwick, che, a bordo dell’ “Aliseo”, un lussuoso panfilo ancorato vicino a “La conchiglia”, lo yacht di Cotton Moon, vuole richiamare la sua attenzione. Infatti c’è stato  un omicidio a bordo e teme che ad essere accusato della morte sia lui. Ad essere stato ucciso è lo zio di Bruce, il ricco impresario edile Myron Jettwick. A bordo del panfilo, vi sono anche la madre di Bruce, Helen Jettwick ex moglie di Myron (Bruce è figlio di primo letto di Helen); la sorella di Myron, Emma; Jepson McRoss, segretario di Myron; una donna d’affari, Harriet Schuyler assieme alla figlia Elisabeth. Insomma una strana e variegata fauna di personaggi, tutti ambigui, reticenti e..interessati.

Dalla cabina dove è stato rinvenuto cadavere Myron è scomparsa una cassetta metallica con documenti compromettenti. Dove mai può esser stata “riposta”, se a bordo non si trova?

Ecco allora che a Cotton Moon viene l’idea di impiegare un palombaro. Si badi bene: un palombaro. In questo Rufus King, nonostante risenta dell’influsso di giallisti “più quadrati” come Stout, può aver costituito un valido modello per altri romanzieri: per es. Jonathan Latimer.

E il trait-d’-union con Latimer può essere proprio il palombaro. Ma..a questo punto bisognerebbe introdurre quale opera di Latimer verrebbe influenzata: il romanzo in questione è Headed for a Hearse, “Destinazione: Sedia elettrica”, del 1935.

Ohibò, deve esserci un errore: come mai King avrebbe  influenzato un romanzo di Latimer del 1935, se il suo era del 1940? Il fatto è che Rufus King aveva pubblicato The Lesser-Antilles Case, romanzo noto in Italia col titolo “La prova in fondo al mare”, un anno prima del romanzo di Latimer,  nel 1934. In tutti e tre i romanzi, il precedente ed il successivo di King e quello di Latimer che si pone in mezzo ai due, temporalmente, troviamo un…palombaro. E’ infatti questa figura singolare che è incaricata di ritrovare prove compromettenti in fondo al mare. Tuttavia accanto al “palombaro”, troviamo altri elementi che ci consentono di dire che King avrebbe potuto influenzare Latimer: per es. la scena iniziale del romanzo di Latimer (l’uomo che sta aspettando nella cella della morte la sua ultima ora) è molto simile a quella di un racconto di Rufus King, The Weapon That Didn’t Exist (1926), in cui una ragazza irlandese attende la propria sorte nel carcere di New York.images?q=tbn:ANd9GcS_PH3ab0ScrP2goO8pLpG1toOVDcROe8f2VjA7LwXJB-eQWDDW

Ritornando a Holiday Homicide (H.H.) che è stranamente simile nella sigla sempre al romanzo di Latimer cui abbiamo accennato Headed for a Hearse (H.H.), vediamo come in sostanza proprio le noci di sapucaia vengano utilizzate per costruire le prove della colpevolezza di Bruce. Seguiranno altre due morti, l’ultima delle quali sarà quella del segretario di Myron, Jepson McRoss, opportunamente tolto di mezzo mediante un rasoio affilato, perché si pensasse che lui si fosse tolta la vita per rimorso, dopo aver ucciso lui, gli altri due. Il vero omicida, sarà invece il meno sospettabile, solo che questa volta, e questo è il vero lato debole del romanzo, il colpevole non verrà individuato sulla base di indizi precisi, ma in base all’intuito del protagonista senza che il lettore possa averne avuto, durante il corso della vicenda, la benché minima coscienza.

Al di là di questo.. è un gran bel romanzo, con un discreto plot, un umorismo all’inglese e, pur essendo in sostanza, un pastiche stoutiano, è assai ben scritto, con delle descrizioni notevoli, ed una trama accattivante.

 

Pietro De Palma

 

P.S.

Chi fosse interessato a conoscere Rufus King meglio, può leggere il mio breve saggio a lui dedicato e pubblicato tempo fa sul Blog del Giallo Mondadori. Il link è il seguente:

http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2010/05/26/un-%E2%80%9Cborn-writer%E2%80%9D-rufus-king-invenzioni-stile-e-rapporti-con-la-letteratura-di-genere-coeva/#more-6051

 

Continua...

23:53 Scritto da: lo11210scriba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

08/03/2012

Un racconto nuovo ed una mia intervista, dedicati ad Ellery Queen

Ieri sul sito Sherlock Magazine  diretto da Luigi Pachì, notissima testata italiana web della Delos Book, è stato pubblicato l'ultimo mio racconto, "Il caso del pugnale fantasma", il mio secondo omaggio a Ellery Queen 

http://www.sherlockmagazine.it/racconti/4650 .

Il primo, pubblicato anni fa, "La morte del senatore Banner" (pure leggibile, assieme a parecchi altri su Sherlock Magazine), è stato recentemente segnalato dal sito web americano "Ellery Queen, A Website of Deduction" 

 http://neptune.spaceports.com/~queen/Whodunit_12.html

assieme al mio saggio pubblicato anni fa sul Blog Mondadori

http://neptune.spaceports.com/~queen/New.html .

Sullo stesso sito è anche leggibile una mia intervista in inglese su Ellery Queen in Italia oltre a considerazioni generali sulla Letteratura Poliziesca Classica

http://neptune.spaceports.com/~queen/The_Other_Side_Piero.html 

 

11:10 Scritto da: lo11210scriba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook