Keigo Higashino: Filastrocca per l’assassino (Hakuba Sansō Satsujin Jiken,白馬山荘殺人事件?, 1986) – trad Lydia Origlia – Il Giallo Mondadori N.2672 del 2000

Higa 001Keigo Higashino è uno scrittore giapponese molto conosciuto (anche in Italia ) non solo per alcuni suoi romanzi tradotti, ma anche per il soggetto della famosissima serie cartoon, Detective Conan.

In Italia già parecchi suoi romanzi sono apparsi:

Yōgisha X no Kenshin (容疑者Xの献身?), 2005 (Il Sospettato X, Giunti Editore, 2012)

Seijo no Kyūsai (聖女の救済?), 2008 (L’Impeccabile, Giunti Editore, 2013)

Himitsu (秘密?), 1998 (La seconda vita di Naoko, Dalai Editore, 2006,)

Byakuyakō (白夜行?), 1999 (Sotto il sole di mezzanotte, Giunti Editore, prev. 29 agosto 2018)

Reikusaido (レイクサイド?), 2002 (Il segreto del lago, Dalai Editore, 2007)

Tegami (手紙?), 2003 (La colpa, Atmosphere Libri, 2016).

Il primo comunque ad essere pubblicato nel 2000 da Mondadori nella collana de  Il Giallo Mondadori, col titolo Filastrocca per l’assassino fu Hakuba Sansō Satsujin Jiken (白馬山荘殺人事件?) del 1986.

Era stato anni fa il secondo romanzo di Kigashino ad essere stato pubblicato, dopo l’esordio fulminante dell’anno prima di Hōkago (放課後?), un romanzo con un  delitto in una camera chiusa anzi…in uno spogliatoio di una scuola, chiuso dall’interno.

Anche 白馬山荘殺人事件 che significa “Il caso di omicidio di Hakuba Sanso” in realtà è una camera chiusa, ma il romanzo non si impernia su di essa ma su una serie di delitti, la cui spiegazione è affidata alla comprensione di una serie di filastrocche di Mamma Oca.

Infatti Makoto e Naoko, due amiche intime, fanno un viaggio alla volta della pensione di Hakuba Sanso, una costruzione a forma di L, in mezzo alle montagne, dove ha trovato la mort, un anno prima, il fratello di Naoko, Koichi Hara. Naoko non si fa registrare alla pensione con il suo vero cognome ma con un altro, per non rendere palese la sua consanguineità col fratello e poter svolgere le indagini in tutta calma: infatti entrambe non sono persuase della motivazione di morte data dalla polizia: suicidio. Il ragazzo è vero che era piuttosto chiuso, ma la sorella è persuasa che non avrebbe mai fatto un gesto simile, tanto più che non aveva mai dato luogo a manifestazioni di depressione violenta. Tuttavia se la polizia ha dato quella motivazione, è perché il giovane è stato trovato nella sua camera, chiusa dall’interno, e con la finestra ermeticamente chiusa, e dopo aver fatto esperimenti ha sancito che non poteva essere in alcun modo rinchiusa dall’esterno.

Tuttavia le due amiche, che fanno conoscenza con due coppie di persone e con una serie di individui, più o meno strani, vengono a sapere dell’esistenza nella pensione, di una serie di incisioni, una per ogni camera, recante ognuna una delle filastrocche di Mamma Oca, sia nella versione inglese che in quella tradotta giapponese; e vengono anche a sapere della strana disposizione testamentaria della padrona di quella casa, una inglese, vedova, che alla morte del marito, l’aveva venduta per pochi soldi, ad un amico giapponese del marito, che lì avrebbe voluto impiantare una pensione: in sostanza, non avrebbe dovuto spostare dalle camere quei quadri.

Ciascuna camera ha un nome particolare.

Naoko viene a sapere il fratello prima di morire di era interessato accanitamente a quelle filastrocche, tanto da procurarsi il libro originale in inglese di Mother Goose, anche se del libro non era stata trovata alcuna traccia.

A queste strane filastrocche, che secondo lui sarebbero dovute essere lette secondo un ordine ben preciso, e avrebbero celato un significato nascosto, si aggiungono altri interrogativi (che noi chiamiamo Subplots): la morte due anni prima di un gioielliere, Kawasaki, malato terminale di cancro, fuggito da casa d’inverno con una cassetta piena di pietre preziose e diamanti, destinata ad un suo figlio illegittimo, e riparato presso quella pensione, che era stato ritrovato nella scarpata di un ponte di pietra, franato nel mezzo, come se fosse scivolato sul ghiaccio; una strana statuetta della Madonna, con due corna; la morte, mentre le due amiche dimorano nella pensione, di un tipo, Oki, che aveva sentito rientrare nel cuore della notte in camera, proveniendo non si sa da dove fuori della casa, e tendendo presente che fuori la temperatura era sensibilmente bassa e c’era neve e ghiaccio. In verità prima che Oki venga ritrovato morto, sfracellato anche lui nella scarpata sotto il ponte, le due ragazze avevano trovato sotto il ponte un asse nuova di legno, pesante e stabile che forse qualcuno avrebbe potuto utilizzare come passarella per passare al di là del ponte, forse Oki. Quando lo trovano morto, la polizia trova anche un asse, che non è quella che le due ragazze avevano trovato, ma un’altra, vecchia e tarlata, con le orme dell’uomo. E’ evidente che qualcuno, fidandosi dell’oscurità, avesse cambiato l’asse sotto il ponte, e Oki pensando che fosse la sua, l’avesse utilizzata, rompendosi essa e morendo lui.

Naoko si confida a Muramasa, l’ispettore di polizia, che sembra essere meno intelligente di quel che si pensa fino a quando lui scopre una cosa a cui le ragazze non avevano pensato: la carbonaia, il luogo che c’è al di là del ponte. In attesa di vedere come la carbonaia possa essere collegata al resto, le due ragazze fanno una scoperta: ogni primo verso della filastrocca non finisce con una virgola come gli altri versi, ma con un punto. Leggendo ogni prima frase accanto a quella di ognuna delle filastrocche presenti nelle varie stanze, comprendono di avere un testo, in pratica un codice cifrato, nascosto.

E così comprendono il messaggio finale che allude a qualcosa sepolto laddove in un certo periodo dell’anno le ombre dei due monconi del ponte crollato, si allungano e per un attimo lo restituiscono intero. Quando vi si recano, trovano ad attenderli l’ispettore e il suo attendente, che hanno capito tutto: una cassetta di legno c’è ma è vuota.

A questo punto l’Ispettore, come in un romanzo anglosassone, convoca tutti i clienti della locanda e il personale in una sala della stessa ed espone i fatti, risolvendo il problema della Camera Chiusa e ovviamente individuando il colpevole, anzi..i colpevoli. Perché l’omicida ha avuto un complice. Responsabili anche delle altre due morti.

La storia finirebbe qui ma lascia un grande quesito al lettore attento: se la pensione esisteva da prima che arrivasse il gioielliere, e pure le filastrocche, com’è possibile che facessero riferimento ad un luogo posteriore nel tempo? A questo non indifferente quesito pone rimedio un doppio finale, in cui Makoto e Naoko, rivedendo la propria soluzione delle filastrocche capiscono di aver fatto un errore e che invece del tramonto per osservare le ombre, si parla dell’alba, quando le ombre si ricongiungono in un’altra parte di terreno. Anche qui trovano una cassa, più grossa  e dentro uno scheletro, quello di un bambino, del figlio dell’antica padrona della pensione, l’inglese che aveva venduto tutto a Kirihata prima di uccidersi. Non a caso una delle filastrocche faceva riferimento ad una sentinella, a qualcuno sepolto sotto il ponte, erede di una tradizione macabra medievale, quella di seppellire viva una persona dentro le fondamenta di un ponte o di un castello, per una sorta di protezione magica.

Un triplo finale, spiegherà la presenza di un pezzetto di ferro, trovato da chi era insieme a Naoko e Makoto all’apertura della cassa, e occultato prontamente, testimone della morte di un bambino durante una tormenta di neve, e poi di una signora inglese, che era costata la felicità anche di un’altra persona.

Romanzo notevole di Kigashino, si  apparenta per un’atmosfera costantemente triste più che macabra, e per una fantasia straripante, forse anche troppo straripante, che appassiona ma talora frastorna anche.

Nel romanzo si distingue 1 plot , sostantazialmente, cioè la morte di Koichi Hara all’interno di una Camera Chiusa, e vari subplots che dipendono direttamente o indirettamente dal plot: le filastrocche, la morte del gioielliere Kawasaki e la sparizione delle pietre preziose che portava con sé, la morte del bambino dell’antica padrona della pensione e di lei stessa per suicidio, la morte di Oki durante l’avventura delle due ragazze nella pensione.

Tutto viene spiegato dettagliatamente, persino l’improbabilità di reperire un veleno così raro come l’aconitina.

Interessantissimo il meccanismo della Camera Chiusa:

 Koichi Hara era stato trovato avvelenato nella sua camera da letto, la cui finestra era chiusa dall’interno, e la stessa porta, e chiusa era stata trovata anche la porta che comunicava col corridoio, perché la stanza si componeva di una camera da letto e di un salottino esterno ad essa. I tempi del suo ritrovamento erano stati tre: prima Takase, un giovane dipendente aveva trovato chiusa la porta della camera da letto, poi aveva trovato chiusa anche la porta che dava sul corridoio,  e infine era andato ad aprire entrambe con un passe-partout trovando morto l’ospite. Ora per come ho capito dopo aver letto e riletto parecchie volte il passo, l’assassino avvelena la coca cola di Harata; poi lascia il complice nella camera da letto, e quest’ultimo chiude la porta dall’interno con serratura a scatto automatica e la finestra col chiavistello. L’assassino va a chiamare Takase e gli ricorda che Hara ancora non si è fatto vivo per la cena. Entrambi vanno e trovano la camera da letto chiusa dall’interno. Poi l’assassino convince Takase ad andare a vedere di avvertire Hara attraverso la finestra, ma ovviamente è chiusa. Tutto per far capire a Takase che entrambe, porta e finestra siano inaccessibili. Intanto arriva Takase che bussa: il complice è ancora nella stanza. Dopo che Takase va via, il complice riapre la porta della camera da letto e va a chiudere la porta che dà sul corridoio; poi attraverso la finestra della camera da letto, esce fuori lasciandola socchiusa e rientra in casa. Mezzora dopo, l’assassino rientra dalla finestra, chiude dietro di sé la finestra e la porta della camera da letto e si nasconde dietro il divano. Intanto la complice ha convinto Takase ad entrare usando il passe partout. Dopo aver aperto la porta del salottino, e poi quella della camera da letto, lui sguscia fuori da dietro il divano e va via, riuscendo a materializzarsi dietro Takase, come se stesse giungendo da altro ambiente della pensione. E il gioco è fatto! E’ un’altra di quelle grandi camere chiuse che per la loro spettacolarità e difficoltà, devono necessariamente abbisognare di una messinscena in cui entrino per forza due persone, che agiscono a turno per truccarla.

Per comodità ho diviso l’azione tra assassino e complice, ma nella realtà dei fatti, è più probabile che il complice abbia assassinato Koichi mentre l’altro ha provocato la morte di Osaki che li ricattava. In sostanza abbiamo due soggetti uniti da un patto criminale che assassinano a seconda dell’opportunità. Interessantissima la soluzione come si vede. Tuttavia lascia uno spiraglio, che per me  rende la soluzione un po’ debole: il passe partout. L’esistenza di un passe partout, e il fatto che le camere siano aperte da Takase, riduce l’impossibilità di parecchio: qui non abbiamo porte chiuse dall’interno mediante chiavistelli e/o con chiavi inserite dentro, ma porte chiuse con serrature a scatto. In definitiva, chiunque dotato di passe partout senza fare il macello descritto, sarebbe potuto entrare ed uscire comodamente. Perché questo non potesse verificarsi si sarebbe dovuto eleminare dai sospetti sia Takase e Kirihara, rispettivamente dipendente e padrone della pensione. Non solo. Chiunque sarebbe potuto entrare col passe partout, se dipendente . E dipendenti sono anche Kurumi, la cameriera; e lo chef. Quindi si sarebbero dovuti eliminare anche loro dai sospetti. Quello che il romanzo non dice abbastanza è sul passe partout: sull’impossibilità che esso potesse essere usato anche dagli altri; e sull’innocenza di Kirihara e Takase.

Al di là di questo punto debole, il romanzo è un tripudio di situazioni misteriose, una vera bellezza.

Hakuba Sansō Satsujin Jiken diversamente dai romanzi più posteriori, di taglio più psicologico e  più forti, procede nel verso del Mystery di ispirazione anglosassone, anzi quasi ne è un tributo. Ovviamente ci mette del suo: lo si vede soprattutto nell’atmosfera, nelle descrizioni sempre molto vivide, nei paesaggi e nei riferimenti tipicamente asiatici (i due tronconi del ponte crollato vengono paragonati a due draghi, madre e figlio che si guardano l’un l’altro). Però il riferimento ai temi anglosassoni è chiarissimo: La filastrocca di Mamma Oca, già utilizzata in romanzi di Agatha Christie, S.S. Van Dine ed Ellery Queen.

Ora che Christie, Van Dine ed Ellery Queen, abbiano influenzato la cultura giallistica nipponica, è un fatto assodato; e anche in maniera alquanto marcata. E allora come non riconoscere l’influsso di alcuni loro romanzi su questo di Higashino?

Tra i tre romanzi (There Was an Old Woman del 1943, di Ellery Queen; The Bishop Murder Case di Van Dine, 1928, che si sarebbe dovuto chiamare in origine The Mother Goose Murder Case; A Pocket full of Rye, del 1953 di Agatha Christie), quello che forse può aver avuto maggiormente peso è proprio quello di Agatha Christie: infatti in entrambi i romanzi, la vittima del plot, è uccisa mediante un veleno: aconitina come nel caso di Higashino, tassina in quello di Agatha Christie. E in entrambi i casi, trattasi di veleni assai poco conosciuti e difficili da procurarsi anche se mortali: l’aconitina si ottiene per distillazione delle radici dell’aconito, un pianta dai fiori azzurri; la tassina, per distillazione di foglie, rami e semi dell’albero del tasso, detto albero della morte (la bacchetta magica di Valdemort, in Henry Potter , è fatta di legno di tasso). Altro indizio che ci porta da Agatha Christie, è la figura dell’Ispettore Muramasa. Infatti a pag.111 leggiamo: “Naoko pensò che l’uomo somigliava al famoso investigatore Poirot. Non che la sua immagine si sovrapponesse perfettamente a quella del celebre personaggio, era la scena ad evocarla: le pareva infatti di averla già vista”.

Per il meccanismo della Camera Chiusa, se devo dire la verità, questa mi ha riportato alla mente, ma probabilmente è solo associazione di idee, la prima camera Chiusa di Whistle Up The Devil di Derek Smith, anche per la funzione che ha la finestra e la partecipazione di un complice alla riuscita del piano.

Quel che colpisce, è come dicevo l’atmosfera triste che pervade la storia. Ora i romanzi nipponici sono di solito tristi, melanconici. Non so se sia una caratteristica loro, oppure se quest’aura di pesantezza sia derivata dal bombardamento nucleare del 1945. Non lo so. Fatto sta che di solito i romanzi e i racconti nipponici non sono certo allegri. E normalmente sono pieni di sangue. Qui invece c’è un accadimento diverso: neanche una goccia di sangue.

La Camera Chiusa non condiziona tutto il romanzo, ma, esposta all’inizio della storia, viene abbandonata e sostituita da tutta un’altra serie di vicende, soprattutto il mistero delle filastrocche, per poi essere ripresa alla fine, quando viene spiegata: un po’ come lo stesso procedimento che vediamo esposto nel capolavoro di Alan Thomas: The Death of Laurence Vining. Da questo punto di vista sembra un mystery anni Trenta; e un’altra caratteristica che ci porta di filato alla miglior tradizione anglosassone, è la piantina che troviamo descritta, così come Takate la schizza per desiderio di Makoto e Naoko. E poi la spiegazione di Muramasa e l’individuazione dei colpevoli, fatte nel mentre di una riunione nel salone dell’albergo davanti a tutti gli attori del dramma: altra caratteristica peculiare dei gialli anglosassoni.

Insomma, un bellissimo romanzo, che non sarebbe male riproporre in Italia.

Pietro De Palma

Keigo Higashino: Filastrocca per l’assassino (Hakuba Sansō Satsujin Jiken,白馬山荘殺人事件?, 1986) – trad Lydia Origlia – Il Giallo Mondadori N.2672 del 2000ultima modifica: 2018-09-08T17:16:29+02:00da lo11210scriba
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