Melville Davisson Post : Il mistero di Doomdorf (The Doomdorf Mystery, 1914) trad.Gianni Pilo – in “Tempo di delitti” a cura di Mike Ashley, Grandi Tascabili Economici Newton, 1996

Melville Davisson Post dirà poco al lettore italiano; eppure è uno scrittore di straordinaria intensità, amato da John Dickson Carr, Ellery Queen, Howard Haycraft.

Nato nel 1869 in West Virginia, svolse per parecchi anni la carriera di avvocato. La moglie morì di polmonite, il figlio in tenera età. Visse vedovo fino alla morte avvenuta nel 1930, per una caduta da cavallo (era un abile cavallerizzo). Scrisse romanzi e racconti.

In particolare dal 1911 al 1928 scrisse la serie di 22 racconti che più gli dette fama, quella di Uncle Abner, “the greatest American contribution” to the list of fictional detectives after E.A.Poe’s C.Auguste Dupin.

Zio Abner non fu il solo personaggio creato. Gli altri furono Randolph Manson (di cui consegnò alle stampe tre volumi di racconti), Monsieur Jonquelle Prefetto di Parigi, il Colonnello Braxton (avvocato e virginiano, come l’autore). Ad un altro ancora, Sir Henry Marquis, pensò JDCarr per un suo personaggio, il Colonnello Marquis protagonista di un suo grande racconto/novella, The Third Bullet. I 22 racconti di Zio Abner furono pubblicati su molti magazines dell’epoca: dal 1911 al 1916. Nel 1918 furono raccolti nell’ antologia  “Uncle Abner, Master of Mysteries“. Ellery Queen li definì “an out-of-this-world target for future detective-story writers”.

In Italia, ben poco è stato pubblicato ad oggi, oltre al racconto da me analizzato. Mi  risultano:  Il mistero della morte di Bradmoore (“The Bradmoor Murder”1929), edito dalla Compagnia del Giallo Classico nel 1996, in un’antologia coi racconti di Sir Henry Marquis; ; La notte oscura (Antologia Einudi “I Gialli di Mezzanotte”, 2014); Un atto di Dio (An Act of God, 1913), Antologia “Enigmi e Misteri” di Polillo, 2009; La grande finzione (Monsieur Jonquelle; The Great Cipher su “The Red Book Magazine”, novembre 1921), in Antologia Polillo “Delitti in Codice”, 2009.

“The Doomdorf Mystery” è una camera chiusa. Un inizio col botto, potremmo dire. 

Fu pubblicato per la prima volta sul Saturday Evening Post del 18 luglio 1914, e poi riunito assieme ad altre storie di Zio Abner nel 1918.

Zio Abner, che opera nella Virginia all’inizio dell’Ottocento, è “uomo con spiccato senso di giustizia, timoroso di Dio, e fine osservatore della natura umana e che osserva la legge di Dio” , è impegnato in questa sua prima avventura, nella morte misteriosa di Doomdorf, un avventuriero che si è stabilito su un arido pezzo di terra, piantando con tenacia alberi di pesco, e dai frutti ha ricavato un liquore, che presto ha venduto a  parecchia gente: l’alcoolicità ben presto ha diffuso in quella terra, vizi di ogni genere, portando anche distruzioni e omicidi, quando ne hanno bevuto schiavi e indiani. Fatto sta che un’orda di predicatori e di gente che ne ha piene le tasche di Doomdorf si è mossa per fare giustizia e distruggere la distilleria dietro la casa dell’avventuriero. Anche Zio Abner e il signor Randolph, giudice, stanno andando lì per mettere fine alla faccenda. Quando arrivano, trovano lì il predicatore Bronson, un tale che minaccia castighi divini, che ha in programma di distruggere la distilleria. Doomdorf sta dormendo nella stanza che usa d’estate, come aggiunge una donnetta che si affaccia, intenta a raccogliere le pesche da utilizzare per ricavare il liquore. Dopo averlo chiamato invano, e avendo capito che si è chiuso da dentro, con una spallata Randolph spalanca la porta, tanto per trovare Doomdorf ucciso da una fucilata che gli ha forato il panciotto e lo ha colpito al cuore, mentre era a riposare sul divano. L’arma viene trovata poco in là: è un piccolo fucile da caccia, appoggiato ad una forcella e appeso al muro: ha appena sparato, e la cartuccia sotto il cane sta lì a testimoniarlo. Non c’è altro nella stanza oltre ad un tavolo, ed una bottiglia con del liquido trasparente, il liquore di pesche (probabilmente un tipo di grappa).

Verificano la stanza: è ermeticamente chiusa. Dal camino non sarebbe potuto entrare nessuno, e la finestra, oltre che essere chiusa dall’interno, non veniva aperta da molto tempo, come testimoniano le ragnatele al di fuori, e per di più la finestra non ha un davanzale, è su una parete a picco e liscia dove nessuno potrebbe arrampicarsi; non ci sono botole, e la porta era chiusa dall’interno con un chiavistello impossibile ad aprirsi dall’esterno.

Purtuttavia sia il predicatore Bronson che la donna, rivendicano la paternità della sua morte. Solo che non sono condannabili: il predicatore ha invocato la vendetta divina, che poi si è materializzata; la donna, lo ha tanto maledetto con bambole vodoo da avere finalmente giustizia. Perchè non lo sono?

Perchè all’ora in cui è morto Doomdorf, le ore13, come testimonia il suo orologio da panciotto, trapassato dal proiettile omicida, entrambi non erano in casa: il predicatore era di là a venire, e la donna era ancora impegnata a raccogliere pesche.

In sostanza nessuno avrebbe potuto ucciderlo: eppure il cadavere è lì a testimoniare che qualcuno o qualcosa debba essere stato ad uccidere.

Zio Abner, riflettendo su una cosa che ha detto Bronson (ha invocato Dio perchè lo uccidesse con il fuoco del cielo), riuscirà a dimostrare come la morte sia entrata dalla finestra senza che questa venisse aperta, o i suoi pannelli sostituiti, o il suo telaio tolto (impossibile: c’erano le ragnatele!) e rimesso a posto.

La soluzione di Melville Post, è perfettamente razionale ed è assolutamente una chicca: soprattutto quando appare, alle ore 13, l’assassino nel suo incedere, finisce per tenere il lettore e il giudice Randolph fissi e attenti sulla finestra, in attesa che qualcuno o qualcosa appaia. E appare. Ma non è condannabile sul banco degli imputati.

E’ un assassino che non è umano, perchè deve identificarsi in qualcosa che sia la vendetta di Dio. In certo senso se ci fosse un boia qui, sarebbe Dio stesso: perchè solo Dio poteva fare giustizia così.

Zio Abner si collega  al Dupin de Gli assassini della Rue Morgue di E.A.Poe: anche lì vi è una Camera Chiusa, anche lì l’omicida non è umano. 

Se vogliamo i due omicidi che non possono aver ucciso, possono invece averlo fatto: il racconto non lo dice, ma lo fa intuire. L’uomo può averlo fatto, perchè se non avesse invocato Dio, il suo fuoco distruttore non l’avrebbe ucciso (il fuoco dello sparo). La donna, perchè anche se al momento della morte, lei materialmente non era lì, potrebbe aver predisposto la stanza, sapendo lui dove si riposava, e in quale posizione, perchè morisse. In quest’ottica sarebbe non una morte dovuta ad un incidente, ma un omicidio premeditato. Impossibile però da accreditare in giudizio alla donna. Certo però, se davvero si fosse realizzato così come Zio Abner dice, sarebbe stato per un caso leggendario, una volontà divina.

RIVELAZIONE DELL’ARMA USATA PER UCCIDERE: 

Chi volesse leggere il racconto è pregato di non leggere da questo punto in poi. 

Perchè dico che  la vera arma usata per uccidere non è il fucile? 

Perchè esso non è l’arma quanto il mezzo. L’arma è un’altra: la bottiglia di liquore. 

Per un principio ottico, il  sole (l’assassino) con un suo raggio, appare all’una spuntando dalla finestra e cade sul tavolo laddove c’è la bottiglia. La bottiglia col liquore funziona come lente: riflette i raggi del sole focalizzandoli in un punto, la cartuccia opportunamente preparata nel fucile da caccia, che scoppiando, spara contro la figura distesa.

Se la morte di Doomdorf è dovuta al caso, il sole è l’omicida involontario o il latore della giustizia divina; se la morte invece è dovuta all’omicidio premeditato della donna, il sole è il complice.

Ma perchè la donna avrebbe voluto uccidere l’uomo tanto da premeditarne la morte (lei dice non la magia nera)? Perchè come spiega lei in un inciso, Doomdorf molti anni prima l’aveva comprata in cambio di una collana d’oro data ad un vecchio povero (il nonno) che forse si aspettava per la nipote un futuro di gioie e non di sofferenze, di soprusi, di stupri , a cui l’aveva condannata, a cui aveva condannato una bambina che coglieva fiori gialli nel prato. In parte quella bambina era rimasta nella donna, in quella donna distrutta.

Volete che io dica la mia tra le due opzioni? Non lo so. Opterei per la seconda perchè in sostanza,  quando normalmente si ripone un fucile da caccia, lo si depone scarico e non carico. E’ la presenza della cartuccia che non mi convince. Ma devo anche prendere in esame la dimenticanza ed il caso.

Il metodo usato, la riflessione della luce, un principio ottico, è tipico delle storie di quel periodo: dardi avvelenati, letti che uccidono, e ora anche un raggio di sole che spara una cartuccia, riflesso da una bottiglia di liquore. Non è un caso che  anche illustri scrittori posteriori (Carr, Commings,per es.) utilizzeranno principi di fisica ottica per realizzare alcune celebri messinscene dei loro lavori.

Sta al lettore a questo punto, indicare quale sia secondo lui il vero assassino. Anche se Melville D. Post conclude:

It is a world filled with the mysterious joinder of accident .

It is a world – replied Abner – filled with mysterious justice of God!  

Pietro De Palma 

 

Melville Davisson Post : Il mistero di Doomdorf (The Doomdorf Mystery, 1914) trad.Gianni Pilo – in “Tempo di delitti” a cura di Mike Ashley, Grandi Tascabili Economici Newton, 1996ultima modifica: 2017-08-30T13:13:10+00:00da lo11210scriba
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