Augusto De Angelis : L’Albergo delle tre rose – La Memoria N° 539, Sellerio Editore, 2010

Il più famoso autore poliziesco italiano dell’epoca fascista è Augusto De Angelis, l’unico i cui romanzi abbiano superato l’esame dei tempi, e che siano ancor oggi riproposti con successo, dopo la riscoperta anche mediata da due fortunate serie televisive nei primi anni ’70 della RAI in cui la parte del Commissario De Vincenzi fu affidato a Paolo Stoppa.

Il romanzo più famoso di De Angelis è senza dubbio “L’Albergo delle tre rose”, che è il suo capolavoro. Non è solo un romanzo poliziesco di prim’ordine, con false piste, indizi, personaggi estremamente sfaccettati e a tutto tondo, ma che ha una suspence crescente, un ritmo non indifferente e misteri a go-go. Ha anche un’atmosfera claustrofobica, in quanto è ambientato in un piccolo albergo, nell’arco di una notte, e propone per di più anche un mistero della Camera Chiusa, con una interessantissima variazione.

De Vincenzi, che è più giovane del suo Vice Commissario Sani (ma nello sceneggiato omonimo è più anziano in quanto interpretato da Paolo Stoppa), ma è da lui rispettato e stimato per via della sua non comune genialità, appena entrato in Questura, trova la posta e tra le varie lettere, una accende il suo interesse: è una lettera anonima che annuncia che qualcosa di sinistro sta accadendo all’Albergo delle tre rose, un albergo di terz’ordine, più pensionato che altro, dotato di sala ristorante. La frase molto d’effetto che richiama la sua attenzione parla del “Diavolo che sghignazza dietro ogni porta”. Colpito dalla lettera, quasi subito viene chiamato dal Commissario Bianchi, un suo amico, e viene informato che all’Albergo delle tre rose è avvenuto un delitto.

Arrivati sul posto, notano un certo trambusto. Siccome è sera, nel ristorante la sala è piena: oltre agli occasionali clienti, vi sono quelli che giocano a scopone, e poi i clienti fissi della pensione. I poliziotti vengono informati che al terzo piano, Bardi, un gobbo che abita nella pensione, ha trovato impiccato il giovane Douglas Layng. Sembra che sia stato messo per impressionare o Carlo Da Como, un tale che nato ricco ha dissipato tutte le sue ricchezze vivendo in maniera dissoluta, o un tedesco, Vilfredo Engel, amico di Da Como: si pensa che possa essere un avvertimento per uno di loro, perché per andare alle loro due camere bisogna obbligatoriamente passare per dove è stato impiccato il giovane.

Il giovane comunque pare appeso, non impiccato. Fatto sta che la Guardia Medica chiamata lì per lì, non può dire di più di quel che vede perché la luce è davvero fioca, ma alla luce di una lampadina di forte luminosità recuperata dabbasso, tolti i vestiti, si accorgono che il giovane è stato pugnalato. Gli abiti però non sono lacerati, segno che dopo essere stato denudato e pulito dal sangue, è stato rivestito, e poi appeso. Una orribile messinscena: perché? Portato il cadavere all’istituto di Medicina Legale fanno un’altra scoperta: il cadavere presenta la flaccidità secondaria, che si manifesta dopo la rigidità cadaverica. Ma, da quanto tempo è morto? Prima si ipotizza un tempo, ma poi dal rilievo della scoperta di una tazzina sul comodino, tazzina che non sarebbe potuta esserci all’atto del riordino della stanza avvenuta nella mattinata perché sarebbe stata portata giù, si ipotizza che l’assassinio sia avvenuto dopo; il fatto che essa fosse accuratamente lavata, fa pensare a qualche sostanza disciolta, o veleno o sonnifero. La prima ipotesi è da scartare perché non avrebbe avuto senso avvelenare, poi pugnalare ed infine impiccare la stessa persona; per cui si pensa ad un narcotico. Dall’esame della stanza si accerta che sotto il copriletto messo alla bell’ e meglio, il lenzuolo sottostante è tutto imbevuto di sangue, segno che il cadavere nudo o comunque svestito è stato lasciato lì per del tempo. Quello che ancora non si capisce è come sia stato mutato il rigor mortis: si pensa ad una stufa, ma non se ne ritrova traccia.

Parecchie sono le persone sospette. Innanzitutto quelli che stanno sul piano dove è stato trovato l’impiccato, tra i quali spicca Engel, il quale dimostra di aver paura di qualcosa, oltre a possedere una cosa strana per un uomo: una bambola. La cosa ancor più strana è che anche Layng possedeva una bambola, come pure una svedese diciannovenne, tale Karin Nolan. Tre bambole uguali, in possesso di tre persone diverse. E’ chiaro che debba esserci un legame. E siccome per di più uno dei tre possessori è stato ucciso, De Vincenzi sospetta che l’assassino voglia ancora uccidere.

A complicare le cose, è anche l’arrivo, di poco successivo alla scoperta del cadavere, di una coppia di nazionalità britannica, i coniugi Flemington, che, informati della triste casualità e invitati ad andare in altro albergo, preferiscono anzi dichiarano che devono soggiornare in questo, di terz’ordine. Subito al Commissario la moglie di Flemington pare molto spaventata, a addirittura atterrita quando conosce l’identità della vittima. E’ facile capire che anche loro c’entrino con tutto quel casino, ma non si capisce come.

Tra i vari clienti fissi, ce n’è uno che subito cattura l’interesse del commissario: è un levantino, di nazionalità cipriota, che sbarca il lunario facendo il chiromante e vendendo chincaglierie varie. Entrato nella stanza di Layng, subito dichiara che quell’ambiente è saturo di morte e che lì è stato ucciso qualcuno alle 12,30 del giorno prima. Oltre questo non dice nulla, oltre il fatto di essere chiromante e di aver captato un’aura malvagia. Pure reticente è il gobbo Bardi, che De Vincenzi capisce essere stato il misterioso e anonimo scrittore della missiva fatta recapitare in questura, tanto più che la macchina da scrivere nella sua stanza presenta le stesse imperfezioni dei caratteri riscontrate da lui sul foglio dattiloscritto.

Altri personaggi sono la bionda Stella Essington , attricetta, che è visibilmente spaventata e non vuol dire nulla ma che deve aver visto qualcosa; e la stessa Carin Nolan, parente di un militare che aveva combattuto nella guerra Boera.

Viene trovato un foglietto in cui, a firma di un certo Julius Lassinger, si promettono in pratica altre morti, perché il giovane ucciso è il primo di una serie.

Prima che tuttavia il Commissario cominci a capire qualcosa, in quella pensione così angusta, così poco illuminata, disseminata di poliziotti, avviene un secondo omicidio: viene trovato il mago cipriota, Giorgio Novarreno, pugnalato. De Vincenzi aveva dato ordine di presidiare il giardino interno chiuso, su si affacciano le finestre delle varie camere, ma a causa della pioggia battente il suo vice non se l’era sentita di piazzare sotto la pioggia un piantone. Fatto sta che la finestra è aperta, e siccome non è passato dalla porta l’assassino perché sarebbe dovuto passare davanti a dei poliziotti che affermano che nessuno è passato, egli deve essere passato per la finestra. Infatti ai piedi del muro c’è una lunga scala, adagiata per traverso. Il fatto è chiaro: l’assassino tramite la scala deve essere salito, deve essersi incontrato con Novarreno (probabilmente che aveva l’intenzione di ricattarlo) e deve averlo ucciso e poi è ritornato dabbasso mediante la stessa scala. Non capisce perché tuttavia perdere tempo a rimetterla a posto, con la possibilità di essere visto. Per di più, l’unica accesso interno da porta al giardino è dato dal ristorante, ma quando vi irrompono, nessuno dice di aver visto qualcuno entrare ed uscire da quella porta finestra, né tantomeno trovano le impronte bagnate che dovrebbero esserci visto che fuori piove a dirotto. Insomma un classico mistero da Camera Chiusa. Come ha fatto l’assassino?

Uno degli inquilini fissi dell’albergo è tale Pompeo Besesti, un ricco industriale non è ancora ritornato all’albergo. Un altro è tale Nicola Al Righetti, un italo-americano, per sua stessa confessione passato per parecchie città straniere, ultima delle quali New York. De Vincenzi sospetta, ma non ha prove che lo sia effettivamente, che sia un gangster americano. Questi due sembrerebbero che non avessero nessun peso nella morte del giovane, perché Besesti era fuori e Righetti cenava nel ristorante, e ci sono dei testimoni che lo hanno visto. Inoltre c’è un altro sospetto ancora: una donna, Mary Alton, arrivata in albergo la sera del ritrovamento del cadavere di Layng, che sembrerebbe avere un passato oscuro. Anche lei possiede una bambola.

Insomma di sospetti ce ne sono a iosa.

L’alba non vuole proprio annunciarsi in quella notte terribile: infatti un altro evento funesto, viene a turbare De Vincenzi, Sani & Co. Infatti viene trovata Carin Nolan, con una forbice infissa nel petto: viene immediatamente inviata in ospedale e De Vincenzi per paura di una emorragia non le fa nemmeno estrarre la forbice dal petto. Ed è un bene, perché, pure dichiarata grave, Carin Nolan si salva. Questa volta l’assassino ha fallito. La serie si è interrotta. Ma chi è Julius Lassinger?

Vilfredo Engel rivela la storia che è alla base di questa mattanza: sia il fratello, sia il maggiore Alton, sia Nolan avevano fatto parte dell’esercito, in particolare di una batteria di artiglieria leggera, e in questa veste avevano combattuto nella guerra Boera. Ma prima di arruolarsi, sia Nolan sia Alton sia Lessinger erano stati soci in una società che si occupava dell’estrazione di diamanti. Col tempo, i migliori pezzi se le era accaparrati, non sempre con propri meriti, ma anche ingannando i due soci, proprio Lessinger. Ciò aveva accresciuto la brama degli altri due, invidiosi, che avevano concepito un piano per riprendersi anche le proprie pietre: con la scusa di snidare dei ribelli, una volta arruolatisi, avevano fatto irruzione nella proprietà di Lessinger dove viveva lui assieme alle tre filglie, e li avevano trucidati, con la complicità di Engel. I preziosi erano stati nascosti. Engel era morto di lì a poco, Nolan dopo un po’ mentre Alton era sopravvissuto per vari anni, e si era poi sposato già anziano con Mary Alton, proprio nell’Albergo delle Tre rose.

E Julies Lessinger? Era l’unico figlio maschio dell’ex cercatore di diamanti, arruolato come soldato all’epoca dell’assassinio del padre  e delle sorelle, e per questo scampato alla strage, che aveva giurato di vendicarsi. E’ evidente che sia lui che sta uccidendo i vari personaggi: ma cosa c’entrava Layng? Si appura che era il figlio del Maggiore Alton, avuto da una relazione con la signora Flemington prima che si risposasse con l’avvocato, arrivato nell’albergo, proprio la sera della morte del figliastro, per leggere le ultime volontà del maggiore Alton che, in prossimità di morire, ha disposto la divisione delle sue sostanze tra i 3 aventi diritto: Engel, Nolan E Layng.

Ma a gettare altra polvere in faccia è proprio Besesti, il Presidente della Società dei Metalli Puri il quale, interrogato da De Vincenzi , confessa il fatto di aver nel passato ricattato Alton e averlo costretto a finanziare  la sua Azienda, minacciandolo di rivelare quanto aveva saputo per bocca di Julius Lessinger. Solo che egli rivela una cosa sconcertante: se prima si pensava che Lessinger avesse avuto un complice all’albergo, in quanto lui era incapace di scrivere in italiano, conoscendo a malapena l’inglese, ora si viene a sapere che Lessinger non può esser stato l’autore di quei delitti, perché lui, Lessinger, è morto nel 1913. E allora chi è l’assassino?

De Vincenzi lo scoprirà non prima che ancora un’altra vittima sia stata sacrificata. E non prima che la lettura del testamento avrà fornito gli ultimi tasselli perché il colpevole, pazzo, venga affidato alle cure di un manicomio criminale.

L’Albergo delle tre rose è uno dei più bei romanzi di narrativa poliziesca italiano del ‘900: innanzitutto è scritto benissimo, con descrizioni a tutto tondo dei personaggi (molto diversamente dalla normalità dei romanzi di quel periodo anche stranieri, in cui o i personaggi sono molto bene tratteggiati e il plot non è niente di speciale o è il contrario, fatto salvo quanto accade solo nel caso di grandi nomi della letteratura poliziesca in cui entrambi i caratteri sono presenti) tale da fissarli bene nella mente; gli stessi caratteri psicologici sono estremamente decisi, e assieme a quelli fisici, realizzano compiutamente un determinato soggetto; la storia è avvincente, e utilizza un espediente che deriva direttamente da Conan Doyle (la valle della paura): un qualcosa accaduto nel passato che è alla base della tragedia che accade nel presente; sono presenti molte false piste, che distraggono il lettore e lo portano a considerare delle strade impossibili da seguire, mentre invece la storia è molto semplice, e anche il movente vero lo è; vi è una Camera Chiusa molto interessante (non la distesa di neve, ma un giardino interno completamente bagnato di pioggia, tale che l’assassino dovrebbe lasciare delle orme umide, ed invece non le lascia, e si comporta in maniera strana, non come si comporterebbe chi non vuole essere visto); vi  sono continue messinscene: le bambole che appaiono; il cadavere pugnalato, poi denudato, rivestito in maniera tale che non si veda il sangue, e impiccato; il tentativo di eliminare il rigor mortis; l’apparizione della vera madre della vittima; due diversi testamenti; e infine anche un matrimonio di cui non si sapeva nulla. Quest’ultimo escamotage è tipico nei romanzieri inglesi (per es. in Agatha Christie).

In De Angelis si nota tuttavia una estremizzazione delle storie e dei caratteri che sono molto forti: non ci sono soggetti deboli, ma tutti potrebbero essere l’assassino, o comunque tutti hanno nascosto qualcosa che poi unito al resto, forma il puzzle ricomposto. Persino, Bardi, il gobbo, che dà inizio a tutta la storia con la lettera anonima, è un personaggio forte: siccome si sente una vittima del sistema per via della sua diversità morfologica, odia più degli altri, anche se ha sentimenti di protezione nei confronti di gente che lui considera debole come lui. Ed è proprio perché vuole salvare una di queste persone, che avvisa il Commissario di qualcosa di imminente che secondo lui sta per verificarsi in quella casa. Solo che nella sua lettera anonima c’è un equivoco che gioca a favore degli eventi. Lui si muove per salvare un’innocente, ma non sa che quella minaccia fa parte di una macchinazione ben più grande.

Al di là di ciò, il giudizio critico non può che appuntarsi anche su altre cose.

Lo spirito con cui è scritto risente della xenofobia strisciante contro gli stranieri (il popolo italico era perfetto, gli altri no: in questo, la propaganda fascista e nazista eran uguali), ma è purtuttavia un dato che doveva esserci altrimenti la censura fascista non avrebbe mai autorizzato la pubblicazione del romanzo. Per il resto, il romanzo narra di tre delitti avvenuti in un albergo (più un quarto presunto, più un tentativo di omicidio), in cui però parecchi clienti dimorano stabilmente. Più che albergo potremmo definirlo quindi “un pensionato”, con sala ristorante.  Questo è un particolare molto importante che raccomando:  infatti, anni dopo Steeman scriverà L’assassin habite au 21, romanzo che si svolge in un pensionato. Direi che Steeman potrebbe aver letto benissimo il romanzo di De Angelis, in quanto in quei tempi, De Angelis era il romanziere di polizieschi più famoso in Italia. Se nel plot Steeman deve qualcosa ad Agatha Christie, per quanto riguarda il luogo del dramma egli sicuramente ripropone quanto già scritto da De Angelis.  Rispetto a Steeman e a Ten Little Niggers della Christie, il romanzo di De Angelis possiede però un’atmosfera estremamente claustrofobica, che accentua spasmodicamente la tensione. Per certi versi è molto vicino a The Greene Murder Case di S.S. Van Dine o The Tragedy of Y di Ellery Queen.  Inoltre, per il particolare che due dei tre delitti, tra cui una presunta Camera Chiusa, avvengono in circostanze impossibili o quasi, in un albergo presidiato dalla polizia, potrebbe esser stato tributario di Vindry, che in alcuni suoi romanzi (per es. Le Piège aux diamants e  La Bête hurlante, scritti il primo un anno e il secondo due anni prima) fà presidiare la casa dalla polizia.

Pietro De Palma

Augusto De Angelis : L’Albergo delle tre rose – La Memoria N° 539, Sellerio Editore, 2010ultima modifica: 2014-09-26T08:55:53+00:00da lo11210scriba
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