Joel Townsley Rogers : La fune sospesa (The Hanging Rope, 1946) – trad. Alessandra Roccato – vol. 3 di Delitti Impossibili – Editrice Garden, 1994

Devo essere obiettivo: l’articolo che avevo una mezza idea di scrivere sarebbe dovuto essere un altro, ma…proprio non ce l’ho fatta: Mary Roberts Rinehart non meritava di essere descritta così. E’ stata una scrittrice di enorme successo, che ha guadagnato moltissimo e ha influenzato tutta un’epoca, con le sue storie in cui mischiava thrilling, mystery & love. Si può dire che certi autori come per esempio Cameron Disney e io penso anche in un certo senso Rufus King gli debbano essere stati riconoscenti alquanto. Però la Rinehart, dopo un periodo di fulgore, ne conobbe anche uno di appannamento. Si sa che alla fine degli anni trenta fu colpita da un attacco di cuore, da cui derivò un mutamento delle sue condizioni di vita (probabilmente ebbe una qualche forma di paralisi) e la sua stesse verve letteraria subì un decadimento progressivo: come non confrontare le opere successive al suo attacco a quelle precedenti, e trovarle banali se non addirittura inconsistenti? Mentre prima il romanzo era una progressione cadenzata ed inarrestabile verso la fine (vedi per esempio La Scala a chiocciola) i romanzi ultimi rivelano delle lacune anche di memoria notevoli, che lasciano interdetti: è come se l’autore, dopo ave paventato un certo accadimento, non lo svolgesse, anzi non si ricordasse neanche di averne parlato. Ciò sicuramente è da mettere in relazione con un peggioramento delle condizioni di salute e col fatto che la mente fosse distratta da altro (morì sette anni dopo, nel 1952, per un tumore al seno, in conseguenza del quale era stata sottoposta ad una devastante mastectomia totale).

rinehart 001Perciò non parlerò del romanzo che avevo in un primo tempo deciso di introdurre, La Camera Gialla (The Yellow Room, 1945), un romanzo anche scialbo in certi sensi, che non risponde a molti interrogativi lasciati lacunosi nel corso della sua trama, e che ha solo ancora viva una delle caratteristiche della Rinehart, che avevano altre autrici del medesimo periodo, ad esempio Mignon Eberhart: cioè parlare di personaggi femminili,  che si trovano al centro di macchinazioni, da cui devono disperatamente fuggire. Qui è Carol Spencer che si trova a dover rispondere di un cadavere trovato semicarbonizzato in un armadio della biancheria in una magione, che sarebbe dovuta essere chiusa da un pezzo, e che invece viene riaperta per offrire una residenza al fratello che ha ottenuto una licenza-premio, durante il secondo conflitto mondiale. Il libro procede stancamente fino alla conclusione, anche in virtù di un numero di pagine tutt’altro che disprezzabile (più di 300). L’unica cosa in certo senso interessante è la descrizione delle condizioni di vita e delle ristrettezze in tempo di guerra, patite anche dalle classi socialmente più distinte. Perciò..parlerò della Rinehart un  altro giorno, introducendo ben altro romanzo.

Oggi parlerò invece di Joel Townsley Rogers.

Rogers è conosciuto soprattutto in Italia per La Rossa Mano Destra (The Red Right Hand,1945) opera che assomma in sè mistero, orrore, fantasy e una vena di bizzarria non certo poco evidente. E sicuramente quest’opera merita il favore del pubblico e della critica. Purtuttavia Rogers, non ha scritto solo quella cosa, ma..moltissimo altro. Anzi, The Red Right Hand, è solo una delle tante opere che scrisse. Rogers fu un autore non tanto di romanzi lunghi o brevi, ma di racconti: ne scrisse a centinaia. Ecco qui un’estratto di una lettera che scrisse negli anni ’60 ad un certo Mr. Vreeland:

How did I come to write stories? In college I’d done poetry and editorials and stories and articles for the college magazines. In the fall of ’19, fresh from the service, jobs were scarce, and so I began writing. For absurd magazines called Snappy Stories, and the like. Better than working at a job, I thought. For three years I wrote a little book-review magazine in New York, and became a kind of pundit….But I didn’t [stay with that job], because I’d got married, and the job didn’t pay enough. So I began writing reams and reams of imaginary war flying stories, for swarms of magazines which were popular at the time. And when the magazines died away, it was too late for me to get an honest job. In fact, if one says one has been a fiction writer, it is like saying one has been a strip-tease artist. You may have a brain, but it is doubtful.

E lo stesso The Red Right Hand fu un ampliamento di una storia scritta e pubblicata sullo stesso magazine sul quale venne pubblicato The Hanging Rope: infatti la prima storia breve da cui fu tratto il famosissimo romanzo, fu pubblicata nel Marzo 1945 su New Detective Magazine, a differenza di The Hanging Rope che fu pubblicato nel settembre 1946. C’è  tra le tante, un’altra storia che vale essere ricordata, di Rogers, che è il suo ultimo romanzo The Stopped  Clock, 1985: un thriller mozzafiato, giocato sulla speranza che l’assassino che ha abbandonato una donna morente non torni a finire il lavoro prima che ella sia riuscita a barricarsi in casa (in qualche misura, il lettore fa il tifo con la donna perché si salvi). Due romanzi quindi. Non unici. Ci sono infatti anche altri romanzi propriamente detti di Rogers, che sono Once In A Red Moon, e Lady With The Dice. Ci sarebbe anche Never Leave My Bed, che però pare sia una revisione di The Stopped Clock.

Però oltre a questi romanzi, ne ha scritto anche uno breve, una sorta di lungo racconto (ma io opterei più per l’accezione “romanzo breve” perché di poco, ma sempre sostanzialmente, l’opera supera la soglia delle 100 pagine che è accettata come un limite perché si possa cominciare a parlare di romanzo), The Hanging Rope. Il romanzo, è stato dimenticato per tantissimo tempo e solo nel 1990 è stato riscoperto da Robert Adey (autore della Bibbia delle Camere Chiuse, Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography) e di Jack Adrian, che assieme hanno realizzato un’antologia vorrei dire storica, The Art of the Impossible, contenente novelle e racconti di assoluto valore, in cui accanto a opere più conosciute (ma non moltissimo) ve ne sono alcune quasi del tutto sconosciute. E’ il caso di quest’opera di Rogers.

In Italia, fu pubblicata nell’ambito del volume N.3 dell’edizione italiana, approntata dall’Editrice Garden di Milano (ma come fece a soffiarla a Mondadori?), consistente appunto in tre volumetti, intitolati “Delitti Impossibili”. Nel terzo appunto, oltre all’opera di Rogers, sono presenti opere di Walkmann, Perowne e Atkinson.

rogers 001Daniel McCue vive al quarto piano di un grande palazzo lussuoso, in un grande appartamento signorile: è un ricco imprenditore che fa anche il politicante.

Ogni sera, e la sera del fattaccio pure, lo vanno a trovare due suoi amici: il suo avvocato Paul Bean, che oltre che legale è anche suo amico (il quale dopo averlo lasciato, per strada viene fatto oggetto di uno scherzo da parte di ragazzacci, cade, si sbuccia un ginocchio e le palme delle mani, e sanguinante torna a casa sua, senza che nessuno per strada sia stato presente al fatto né l’abbia pertanto aiutato) e Padre Finley, un prete devoto alla causa dei gatti abbandonati, mite e bislacco. Entrambi tuttavia, sono usciti dal palazzo ben prima che si appurasse che qualcuno avesse ucciso il vecchio McCue, e il testimone che lo conferma è Boaz, l’omino dell’ascensore. E quindi parrebbe che non c’entrino proprio con l’omicidio del vecchio compiuto con l’ausilio di una bottiglia di champagne che l’amico oltre che ex-genero Paul Bean gli ha portato in regalo per il compleanno, e poi con l’attizzatoio: ma, se Paul Bean ritorna a casa con le mani insanguinate, il prete entra in un palazzo poco distante da quello in cui è morto il vecchio McCue, in cui lui sa che non c’è nessuno, per trovare un gatto.

Tuttavia in quel palazzo, mezzo disabitato, in un appartamento spoglio, privo di suppellettili che non siano quasi solo  un letto, un tavolo ed una macchina da scrivere, vive anche il famoso commediografo Kerry Ott, sordo, lì dimorante, nel silenzio più assoluto, affinchè trovi l’ispirazione per la sua nuova commedia.

Tuxedo Johnny Blythe è quello che dà l’allarme. Ex tenente di polizia, proveniente da Washington, arrivato all’appartamento di McCue, di cui è ex genero avendo sposato la di lui figlia, prima che questa si risposasse a Paul Bean e se ne divorziasse, trova la maniglia della porta di casa sporca di qualcosa che sembra sangue. Spaventato dal sangue, scende le scale e trova che il portiere, tale Ignaz Slipsky che indossa l’uniforme della polizia di ronda, ma che anche lui dalla polizia è uscito (ma Tuxedo non lo sa).  A quello che gli conferma che nessuno è uscito, dice che la porta è bloccata, avendo provato ad aprirla utilizzando la sua chiave e non essendoci riuscito.

Insieme decidono di entrare in casa e quindi dal di fuori, dai balconi. Il custode, Rasmussen, altro tipo strano, dice loro che ha visto il diavolo uscire dall’appartamento del vecchio Dan: vi si sarebbe recato per riprendersi l’anima del vecchio indemoniato.

Quando Tuxedo e Slipsky arrivano sul balcone al quarto piano grazie alla scala antiincendio e rompono il vetro, si trovano davanti al cadavere di Dan: con le mani rattrappite nell’atto di afferrare i bordi del Bukkara persiano, vicino alla scrivania Luigi XV, e la nuca sfondata da una pesante bottiglia di Champegne (che gli ha portato Paul) e da selvaggi colpi di attizzatoio. Mentre Johnny va a vedere la porta d’ingresso (per accertarsi se sia chiusa dall’interno) e non si accorge che dietro a lui c’è Slipsky, si sente un grido lacerante proveniente da una delle altre stanze. Tuxedo si slancia verso una di essa, e un secondo dopo Slipsky lo trova frastornato presso il cadavere di Kitty Kane, la bellissima Kitty, cui qualcuno ha reciso la giugulare: il sangue caldo sta ancora uscendo a fiotti dalla mortale ferita del collo. Nessuno ha però visto l’assassino, che è sfuggito ai due in un niente. Sarebbe potuto uscire dalla porta, ma la trovano bloccata dalla catena interna, e dal balcone non è uscito perché Rasmussen lo avrebbe visto. E allora? Come ha fatto? Unica possibilità è la finestrella del bagno, che si affaccia però su una parete liscia e senza appigli. L’unica possibilità sarebbe una finestrella dirimpetto, appartenente ad un altro stabile: guarda il caso strano,  la finestra si affaccia nell’appartamento adesso abitato dal famoso commediografo Kerry Ott, che vive in un suo mondo privo di suoni: Ott infatti è sordo. Possibile che sia stato proprio Ott? Oppure sono stati Padre Finley, che pochi istanti prima è stato visto da Slipsky e Boaz, l’uomo dell’ascensore, andare via; o Paul Bean, andato via ancora prima di Finley, da casa di McCue? Il fatto è che i due uomini avrebbero un alibi inattaccabile che è dato proprio da Slipsky; eppure il primo, che abita nello stesso palazzo di Ott, e sul suo stesso pianerottolo, tra miriadi di gatti, è stato visto con i guanti sporchi di sangue (ma lui dice che era la carne che dà ai suoi gatti) ed uno lo ha perso a casa di Ott, dove è entrato ignorando che l’avesse presa in affitto il commediografo, da pochi giorni; invece Bean è stato aggredito per strada dai terribili figli di Kitty Kane, ferendosi e venendo rapinato del borsellino, che poi viene trovato a casa di Ott: sono stati loro a perderlo o è stato Ott, penetrato attraverso la finestrella? Il fatto è che per porre in comunicazione le due finestre sarebbe servita una scala o un’asse come quelle utilizzate dai pittori per dipingere le pareti delle stanze. E in effetti una, nell’appartamento occupato da Ott, viene trovata.

A occuparsi delle indagini è “Big” Bat O’Brien, Ispettore della Squadra Omicidi, che girerà, annasperà, e sarà fuorviato nelle indagini finchè Kerry Ott, con la complicità involontaria di un’argiope, dimostrerà che quella finestrella non sarebbe mai potuta essere utilizzata, per via anche di una ragnatela che la ricopriva totalmente. E farà comprendere all’ Ispettore chi mai possa essere stato a compiere due delitti assolutamente straordinari.

Opera di assoluto rilievo, è un vero pezzo di bravura. Possiede una tensione che accompagna il lettore fino alla fine, fin anche dopo la stessa individuazione dell’assassino, perché il finale è costruito come un thriller: riuscirà l’assassino a farla franca oppure no? Riuscirà grazie alla via di fuga che ha messo a punto, appunto una fune sospesa, ad evitare di essere preso?

Nel finale si risolvono anche le morti del figlio di Dan e della figlia, sposatasi prima a Johnny Tuxedo Blythe e poi a Paul Bean, e morta a causa di un’infezione da tetano, rimediata grazie al graffio di un gatto, portato da Padre Finley. E lasciano intravvedere un piano assolutamente diabolico.

Il romanzo ha poi delle caratteristiche che lo rendono se non unico, almeno raro: il plot ha un’atmosfera fortissima, che quasi tramuta la vicenda poliziesca in un una di orrore, per la bizzarria della situazione e per le componenti che Rogers lascia intravedere, curando di dare a ciascun personaggio un’aria benevola che contrasta e stride con una più nascosta: in questo, e nel finale per nulla scontato, può ricordare Fredric Brown o Philip Bardin. Ma una caratteristica ancora più diretta e riconducibile esclusivamente a lui, differenziandolo da tutti: è il suo stile letterario, che utilizza una lingua desueta talora, con vocaboli esclusivi. La costruzione stessa dei periodi, si avvale di una sintassi fortemente ricercata, quasi che prima di scrivere la frase, ne pesasse l’impatto sul lettore Talora possono risultare anche grottesche se non surreali.

Una tale prospettiva farebbe pensare ad una lentezza di scrivere, ma evidentemente in Rogers era una caratteristica innata il saper e il voler scrivere in siffatto modo, se pensiamo alle centinaia di racconti che scrisse. Da un certo punto di vista, della bizzarria e dell’orrore, le sue opere mi ricordano anche quelle di Stanley Ellin.

The Hanging Rope , da un altro punto di vista è una sorta di sintesi di Mystery (i due delitti impossibili) e di Hard Boiled. Da questo secondo genere, prende l’atmosfera claustrofobica, realizzata quasi esclusivamente in ambienti interni, e i temi trattati:c’è il commediografo che  ricorda tanto il giornalista di turno, c’è il politicante inviso (Dan McCue), c’è la femmina fatale (Kitty Kane), c’è l’assassino triste.

Tuttavia al di là dello stile barocco e ricercato (un esempio, a pag.93, è la descrizione della ragnatela: “Non è la tela sciatta e disordinata, tessuta alla bell’e meglio in un quarto d’ora da un teridio, ma il lavoro paziente di un argiope, una tela ottagonale, geometrica, impeccabile, con quattro raggi di seta. Un lavoro che richiede tempo. E’ un’opera di alto lavoro artistico” ), è da dire che il modo di colloquiare, rapisce il lettore. Mi ha ricordato – paragone certamente ardito – il modo di impostare la scrittura de À la recherche du temps perdu di Marcel Proust, con una tortuosità semantica che gira e rigira su un determinato fatto fino a rivelarne gli aspetti nascosti oltre che quelli visibili. Questo girare continuo sulle situazioni, fa sì che i sospetti siano gettati anche per le cose che apparirebbero più ovvie, su tutti i personaggi che compaiono nella trama: per esempio Paul Bean, che cade per strada, sbeffeggiato dai terribili figli di Kitty Kane, donna amata in passato da più d’uno dei personaggi, e che si concede al vecchio Dan. Non ci sarebbe nulla di strano se cadendo, Bean si fosse sbucciato le ginocchia e si fosse graffiato le palme delle mani e quindi sanguinasse; ma..il sospetto che gli fa cadere addosso Townsley Rogers è che quel sangue possa essere anche quello del vecchio Dan (quindi Paul sarebbe ritornato dopo essersene andato, nell’appartamento di Dan).

L’ultima cosa che mi val la pena di sottolineare è che la brillantissima uscita di Orr riguardante la tela del ragno, che in sostanza conclude ante litteram il romanzo, perché il finale non è realizzato per catturare l’assassino ma per far sì che egli esca di scena in modo spettacolare (si osservi come l’incedere nella novella sul tema del sangue: sulla maniglia della porta, sulle piastrelle del bagno, che sgorga dal collo di Kitty, che sgorga da quello dell’assassino, è forse la caratteristica più evidente di un barocchismo orrorifico, che è nel tempo stesso molto spettacolare e cinematografico: ognuna delle sequenze è come se fosse concepita come una posa ben distinta dalla successiva). Tuttavia è interessante sottolineare il particolare della ragnatela dell’argiope in quanto mi pare sia la diretta fonte di ispirazione per altra ragnatela che in altro romanzo, a noi più contemporaneo, ricopre il telaio di una finestra, come un vero vetro: sto parlando de La toile de Pénélope, di Paul Halter.

In un colloquio che ho avuto con lui tempo fa, gli chiesi, sempre ossessionato dalle citazioni e dai rimandi presenti nelle opere dello scrittore alsaziano, quando egli avesse preso dalla novella di Rogers l’idea della tela del ragno (precedentemente pensavo egli avesse utilizzato l’idea della tela di ragno sul balcone della finestra in un romanzo di Abbot, ma che non copriva tutto il telaio, come qui e poi nel romanzo di Halter). La mia domando lo spiazzò, perché ignorava che un altro romanziere avesse avuto la stessa idea. Poi si ricordò che avrebbe dovuto avere un romanzo simile, e alla fine mi rivelò che aveva letto il romanzo di Rogers dagli anni ’80 ma che non si ricordava proprio di quel particolare.

Ecco la mia domanda, in inglese e risposta sua in francese (talvolta uso il francese altre l’inglese, così come mi viene):

DP – For some time I believed that you had invented La toile de Pénélope, applying the spider web, which is found in About the Murder of a Startled Lady by Abbot. Instead, a few days ago I picked up a collection edited by Adrian & Adey, and I read a short novel, of which I put off reading for a long time, written by Townsley Rogers: “The Hanging Rope”, in which there is a spider web which occupies the entire window, across which would pass the murderer, if the spider had not been there. The idea of applying the idea from Rogers was yours?

Prima mi rispose così:

PH – Bonjour Pietro

Pour répondre à votre question : non, je n’ai jamais lu ce livre.

Comme je vous l’ai dit, l’idée vient de Vincent Bourgeois, qui pensait – j’en suis sûr – sincèrement qu’elle était tout à fait originale. Igor lui-même le croyait aussi après avoir lu La Toile de Pénélope.

Sur ce, je vais voir si “The Hanging Rope” a été traduit en français…

Amicalement,

Paul

Poi, qualche giorno dopo, aggiunse:

Juste ce petit mot pour vous dire que, chose incroyable, j’avais dans ma bibliothèque les deux livres que vous avez cités. Ce sont les noms en anglais qui m’ont trompé!

Ainsi, The haning rope, de JTRogers est : Cauchemar d’une nuit d’été. Je l’ai relu séante pour constater que, en effet, une des issues (immeuble voisin) était bloquée par une toile d’araignée ! J’avais lu ce livre fin des années 80 et vraiment je ne me souvenais plus de ce détail.

Traspare la sua incredulità che un altro abbia inventato la sua cosa parecchi anni prima. Più di quaranta! E quindi ci credo che non fingesse, per come lo conosco. No, sicuramente non si ricordava di aver letto della tela, quando scrisse La tela di Penelope! Ma io credo che il riferimento si fosse comunque sedimentato in lui, inconsciamente, e poi avesse prodotto la trovata della tela del ragno che occupa il telaio della finestra.

Comunque sia tuttavia i due romanzi differiscono nella soluzione che è diametralmente opposta: in Rogers, la presenza della ragnatela impedisce che la finestra possa essere stata utilizzata come entrata del fantomatico assassino; in Halter, la presenza della tela del ragno non è di per sé un fatto che impedisca l’azione, perché egli, superandone l’ostacolo, spiega attraverso Twist come quella finestra sarebbe potuta essere utilizzata. In sostanza in Halter c’è il superamento dell’idea base, realizzando il “plus ultra”, rispetto all’altro, tenuto conto che però in Rogers, a legittimare la ragnatela è poi la constatazione che la finestra comunque era bloccata e inchiodata.

Insomma, l’idea della tela del ragno è la stessa, ma cambia tutto il resto.

 

Pietro De Palma

 

Joel Townsley Rogers : La fune sospesa (The Hanging Rope, 1946) – trad. Alessandra Roccato – vol. 3 di Delitti Impossibili – Editrice Garden, 1994ultima modifica: 2014-05-01T11:01:29+00:00da lo11210scriba
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