Il “macabre” secondo Paul Halter: A 139 passi dalla morte – G.M. 2603 del 1998

 

images?q=tbn:ANd9GcT3kuVo4R8a3qXzCVOw1q5bAbY6oHZt4spB8bAe3JXDDiht8qdn

Paul Halter

Paul Halter : A 139 Passi dalla morte (A 139 Pas de la Mort, 1994) – trad. Igor Longo – Il Giallo Mondadori N. 2603 del 1998.


copertine gialli blog 001.jpg

Il titolo originale francese del romanzo di Paul Halter, che esaminiamo oggi, è A 139 pas de la mort, tradotto fedelmente e in maniera inconsueta nell’italiano  A 139 passi dalla morte.

Roland Lacourbe, anni fa, parlandone, lo etichettò come uno dei lavori minori dello scrittore alsaziano: io, pur riconoscendo l’indiscussa autorevolezza di Lacourbe, sono di diverso avviso: per me, si tratta di uno dei lavori migliori, un autentico capolavoro.

Su che basi faccio queste affermazioni?

Il romanzo è un vero florilegio di situazioni bizzarre, strane. La storia è sviluppata sulla base di una trama quantomai strampalata e macabra, che più non si può: chi ama come me i romanzi francesi (fu Igor Longo a gettare in me i semi di questo amore), sa che spesso il “macabre” è una caratteristica dei polizieschi francesi di un certo periodo. Halter ha ereditato questa peculiarità, e chi lo ama sa che in molti dei suoi romanzi sono presenti le scene macabre, probabilmente una eredità anche di Edgar Allan Poe. Nel nostro caso, il “macabro” abbonda.

Ma  Halter è anche un manierista, l’ho già detto in altro tempo; e del resto non potrebbe che essere così, visto che dopo Carr (e Rawson) tutto il resto dei romanzieri che ha seguito le loro orme, è finito invariabilmente per ripetere le loro invenzioni, magari solo inventando nuovi modi per attuarle. Ma anche se manierista, Halter ha un grande pregio: è un romanziere nato, con una fantasia straripante e delirante.

Qui riesce a fondere due situazioni, che a prima vista sono assolutamente slegate, in una macchinazione che pur non riuscendo a convincere al pari dei plot carriani (è pur sempre un manierista) almeno impressiona per la fantasia che mette in campo.

Neville Richardson, detective privato, si imbatte una sera in una bella ragazza che gli appare spaventata da qualcuno o qualcosa. Decide di seguirla e la becca poco dopo mentre parla con un tizio. Da lontano non riesce ad identificarlo tranne che per un particolare che lo fa rabbrividire: una voce ed una risata roca e stridula. Abbordata la ragazza, e atteggiandosi come quel tizio (bavero alto e cercando di non far vedere il viso), riesce a sapere che qualcosa dovrebbe accadere il 16 aprile. E a ciò è connesso una mossa che lui ha visto fare, nel dialogo tra l’individuo e la ragazza: un pugno col pollice alzato. E poi la frase sibillina: “Il 16 alle 21,la porta in fondo sopra l’uccello” Cosa mai significheranno?

L’azione si sposta altrove. Un tale Paxton rivela all’Ispettore Hurst e al criminologo e investigatore a tempo perso Alan Twist, che un tale lo ha assunto per fare una cosa del tutto senza senso: indossando degli abiti e delle scarpe, messi a disposizione da lui (e solo quelli: non può indossarne altri, per esempio propri), deve camminare tutto il giorno per recapitare della corrispondenza, da un posto ad un altro, sempre gli stessi: deve recapitare una busta, e consegnare gli abiti;  e poi il giorno dopo prelevare da lì un’altra busta e riportarla al suo datore di lavoro, re-indossando gli stessi abiti: sempre e solo due buste, sempre gli stessi abiti.. Ma la cosa bella è – e viene anticipato proprio da Twist nella rivelazione – che all’interno delle buste non c’è nulla.

Cosa c’entra questa singolare occupazione, con quanto narrato precedentemente? Il fatto che il misterioso imprenditore che lo ha assunto per una cosa apparentemente senza senso, abbia una voce roca e stridula.

Il fatto che ci siano stati dei furti di gioielli, fa sì che qualcuno pensi ad un traffico di preziosi, magari occultabili nel tacco delle scarpe che invariabilmente si consumano e a cui devono essere cambiate suole e tacchi.

Intanto la scena si sposta in un piccolo villaggio distante mezzora da Londra: qui abita un ex poliziotto con la nipote. Mentre è intento a cercarla, la trova che fissa una casa abbandonata e in rovina, prima appartenuta ad un vecchio eccentrico, un certo Fiddymont. Si dice che un alone di mistero aleggi su quella casa.

Il 16 aprile arriva ed intanto non si è capito ancora cosa sia quel misterioso gesto con la mano. O meglio, ci si arriva in ritardo, in quel giorno: “L’uccello nella mano” (traduzione “The Bird in Hand”) è il nome di un pub, nelle vicinanze del Covenant Garden. Nella soffitta del palazzo in cui trovasi il locale, viene trovato un uomo ucciso: è il fattorino di cui si è parlato prima: Paxton.

Perché mai è stato ucciso?

Intanto qualcuno avvisa la polizia, l’uomo con la voce stridula, che  “qualcuno” è stato visto aggirarsi nei pressi della dimora del defunto Fiddimont. Ecco cosa collega le due parti: l’uomo dalla voce stridula. Una casualità?  Twist ed Hurst non ci credono. E si recano in questa casa abbandonata: assi sconnesse, erbacce dappertutto, finestre sbarrate, e la porta dell’ingresso chiusa dall’interno. Trafficando con bastoncini di legno e con fogli di giornale, riescono a far cadere la chiave dall’altra parte, recuperarla col giornale ed usarla per aprire la porta. Appare uno scenario da incubo: i mobili e quant’altro all’interno della casa, abbandonata da cinque anni, sono ricoperti di polvere che uniformante è diffusa ovunque. Eppure i due annusando l’aria sono inquieti: aleggia un odore di..morte. In una stanza, chiusa verso l’esterno, su una poltrona posta tra la finestra ed il camino, ritrovano il cadavere del vecchio Fiddimont, ancora sporco di terreno, vecchio di cinque anni. Come ha fatto a finire lì, se non vi sono impronte sul pavimento ricoperto di polvere? E come è potuto accadere che la casa fosse a sua volta chiusa dall’interno, come se il vecchio Fiddymont fosse uscito dalla tomba e vi si fosse recato? Qualcuno aveva, un po’ di tempo prima, parlato di rumori e voci provenienti dalla tomba del vecchio, e la stessa terra era apparsa smossa. Ovviante, recuperata la bara, seppellita a breve profondità nella terra, essa si presenta vuota. La cosa singolare è che, all’interno della casa, qualsiasi cosa si sia verificata, ad essa hanno assistito innumerevoli testimoni: decine di paia di scarpe, di tutte le fogge, dimensioni, colori, femminili e maschili, allineate le une alle altre una a fianco all’altra, per terra, coperte di polvere.

Si viene a sapere che qualcuno, nell’entourage dei parenti di Fiddymont, aveva ipotizzato che l’interesse del defunto a tutte quelle scarpe potesse esser messo in relazione a gioielli occultativi all’interno. Cosa legherebbe Fiddymont al misterioso individuo dalla voce stridula?

E ha una sua importanza nella vicenda la sparizione di un pezzo di grondaia della casa?

Fatto sta che ben presto, un nuovo assassinio si verifica: viene ucciso  il professor Lynch, sposato a Emma Lynch erede del vecchio Fiddymont. Viene trovato in un’altra casa abbandonata, stavolta vicino a Covenat Garden: ma quante case abbandonate! E accanto al cadavere, sempre le vecchie scarpe.

Toccherà a Twist inchiodare un assassino diabolico, non prima che questi abbia ucciso ancora una volta: il vecchio poliziotto Winslow, amico di Twist ed Hurst, che con loro ha partecipato alle indagini, e che abita nel villaggio. Ha avuto anche lui una parte? E quale?

Il romanzo è un portentoso “divertissement”, pieno di false piste ( a cominciare dal primo assassinio; altra falsa pista è quella delle scarpe: ma poi perché il vecchio Fiddymont aveva voluto che restassero nella sua casa, in quella quantità? E terza falsa pista è quella della profanazione della tomba del vecchio, del disseppellimento del suo cadavere, e della sua ostentazione in una casa ermeticamente chiusa dall’interno), di falsi indizi (la voce stridula), di veri indizi (i rapporti adulterini che quattro personaggi hanno tessuto tra di loro; il pezzo di grondaia sparita).

Il romanzo è pieno di falsi indiziati e di colpevoli dissimulati: i furti hanno la loro importanza, ma non costituiscono una ragione o tantomeno un movente degli assassini. Halter in questo, mi sembra che citi l’Ellery Queen de “The Twins Siamese Mystery”, solo che, come molto spesso opera nei suoi romanzi, inverte la situazione: chi conosce bene quel romanzo di Ellery Queen, sa a cosa mi riferisca quando parlo di furti. Lì l’assassino è il ladro, qui no. Ma il movente dell’omicidio mascherato è lo stesso. E così come lì, anche qui l’omicida cerca di far incolpare chi non c’entra nulla. Una serie di coincidenze che mi sembrano assai poco casuali per non essere ricordate. Tuttavia c’è anche dell’altro.

Ci sono infatti altre citazioni, che sono volute e manifestate : He Wouldn’t Kill Patience di Carter Dickson/J.D.Carr, ma anche volute e non manifestate. Come quella di Ellery Queen prima citata, un altro passo famoso è tratto dal  racconto di Conan Doyle “The Adventure of the Red-Headed League”  tratto da “The Adventures of Sherlock Holmes”: si riferisce all’occupazione di Paxton che viene assunto per un fine a lui ignoto, determinante per la riuscita di un fatto criminoso (nel suo caso, il suo assassinio). Qui rilevo, un’altra delle caratteristiche comuni nei romanzi di Halter: il fatto che spesso nei suoi romanzi le vittime siano al centro di macchinazioni; ma anche che gli stessi assassini finiscano per essere delle vittime, di eventi che accadono a loro insaputa. Qui, per esempio, l’omicida che aveva premeditato un assassinio perfetto, viene scoperto perchè qualcuno, a sua insaputa, avendo compreso che un pericolo sta sovrastando una persona, fà sì che intervenga la polizia. Come? Leggete il romanzo!

Ma oltre alla doppia impossibilità (camera chiusa, senza orme, e cadavere disseppellito), la cosa interessantissima di questo romanzo è la “Locked-Room Lecture”, che Halter pone come omaggio alle grandi dissertazioni sulle Camere Chiuse, inventate prima della sua, innanzitutto quella di Carr.

Ed è proprio questa presenza emblematica e caratterizzante ad impreziosire il romanzo (come ho rimarcato nei miei tre saggi sul Blog Mondadori, una dissertazione rende unico il romanzo in cui viene posta).

Ma le scarpe? Cosa c’entrano? Sarà il finale, un finale da lasciare a bocca aperta, che ha il sapore di una fiaba melanconica, a spiegarne il significato. Soprattutto alla luce degli atteggiamenti “di pazzia” attribuiti al vecchio Fiddymont, ma che pazzo proprio non era. Semmai un nostalgico di quell’infanzia che non aveva avuto.

 

Pietro De Palma

 

Il “macabre” secondo Paul Halter: A 139 passi dalla morte – G.M. 2603 del 1998ultima modifica: 2012-06-26T23:59:00+00:00da lo11210scriba
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento