Roger L. Simon : IL TACCHINO SELVATICO – RIZZOLI, I Gialli di Qualità, N.58/1976

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Ho impiegato non più di sette ore, per leggere “Il Tacchino Selvatico”, Gialli Rizzoli, N.58 del 1976: di solito  impiego molto più tempo, soprattutto quando leggo un mystery.

Il romanzo, è di un autore americano praticamente sconosciuto da noi, Roger L. Simon, vincitore col suo primo romanzo “The Big Fix” (1973), di un CWA New Blood Dagger.

Roger L. Simon, nato nel 1943, ha scritto parecchi romanzi incentrati sul detective ebreo Moses Wine, già personaggio principale di The Big Fix: di questi, Wild Turkey è il secondo e risale al 1974. Nel 1976, fu tradotto in Italia, per conto della Rizzoli che in quei tempi era impegnata nell’aggiudicarsi fette di mercato dei Gialli da edicola, cercandole di sottrarle o comunque contenderle alla Mondadori.

Due suoi romanzi furono anche pubblicati da Mondadori, nell’ambito della sua collana Segretissimo: proprio The Big Fix, “Sotto vuoto spinto”, col N.670/1976 , uscì in pratica contemporaneamente al romanzo Rizzoli, mentre tredici anni più tardi, sempre in Segretissimo, N.1117, venne pubblicato Raising the Dead col titolo italiano “Su con la morte”.

Come tutti gli scrittori di un certo peso, Roger L. Simon, alterna l’attività di scrittore di romanzi a quella di scrittore di sceneggiature: anni fa, per la sceneggiatura del film Enemies, a Love Story di Robert Mazursky, scritta a quattro mani assieme al regista, fu nominato per un Oscar.

La sua attività di scrittore data dal 1973, cioè dalla pubblicazione di The Big Fix: da allora ha scritto parecchi romanzi, di cui una decina col detective ebreo Moses Wine: il genere è quello Hard Boiled. Almeno Wild Turkey, è di una fattispecie scanzonata, direi quasi “alla Starsky and Hutch”.

Comincia il romanzo con Moses, detective avviato, ma al momento senza indagini, impegnato a occuparsi dei suoi figli, Jacob più grandicello e Simon di due anni. Mentre sta ancora dormendo, una mattina, arriva un giornalista strambo, tale Gunther Thomas, che vuole a tutti i costi fargli un’intervista: fa tanto strepito, che sveglia Simon che, nel lettino, comincia a piangere. Fatto sta, che Gunther, che non ha con lui un fotografo, promette di ritornare tra qualche minuto con un suo amico: solo che ci mette 13 mesi. Quando ritorna, Moses è temporaneamente senza lavoro, e deve occuparsi a tempo pieno dei suoi figli, visto che la ex-moglie è in viaggio: soprattutto deve occuparsi di Simon. Quest’ultimo in particolare è ancora restio a utilizzare la tazza del water per i suoi bisogni: così Moses deve occuparsi anche di pulire il figlio.

Inizio originale di un romanzo giallo. Già questo introduce una nota del tutto propria.

Arriva Gunther, assieme ad un fotografo, strambo quanto lui, e nel frattempo Moses è impegnato a pulire la popò di Simon, che quello s’è fatta nel pannolino: Gunther gli propone di accettare un incarico per conto della Random House e della RCA: deve trovare le prove che scagionino lo scrittore di successo e sceneggiatore di un film sulla mafia, Joch Hecht, dall’accusa di essere responsabile della morte di Deborah Franck, giornalista di successo.

Quando lo va a trovare la prima volta, Moses trova Hecht, che sta scrivendo un romanzo sulla liberazione sessuale. impegnato a trarre materiale per il suo libro, da un suo rapporto sessuale a tre, assieme a due carine fanciulle, ovviamente coperte solo da un asciugamano. Aggiunge Moses, che si vedeva che Hecht aveva lavorato duramente: era esausto.

Debora Frank è stata trovata uccisa nel suo appartamento, e siccome Hecht aveva avuto una querelle sui giornali, anche piuttosto violenta, il sospettato numero uno è lui. Che sarebbe anche al riparo da qualsiasi indagini, se solo si trovasse la giapponese con cui ha passato la notte, Meiko, una tizia che arrangia, lottando nuda con uomini, pure nudi, al Kama Sutra Sexual Club: insomma, dalla lotta poi si passa ad altra attività fisica.

Solo che non si trova: pare scomparsa. E già uno che di gialli se ne intende ha capito che Meiko è stecchita. Comunque Wine, che la solfa l’ha capita (penso io) deve comunque fare un tentativo per trovarla e va al Kama Sutra e dopo alterne vicende, insomma capisce la tenutaria è restia a parlare.

Anzi, quello che le strappa è che Meiko, non esiste: Meiko è un nome con cui Hecht chiama tutte le ragazze con cui fa sesso. Un alibi che si sgretola, anzi non esiste: Moses va a trovare Hecht, e lo ritrova..morto: seduto sulla tazza del cesso, con un foro nella tempia e il sangue che stilla , goccia dopo goccia, sul pavimento: nella macchina da scrivere (nel 1974 non esistevano ancora i PC e Word) è inserito il classico biglietto del suicida. Tutto lo farebbe pensare. Ma la moglie di Hecht, Nancy, che suona al campanello della casa di Hecht, quando lui, Moses, ancora non sa se decidersi a chiamare la polizia, non accetta la morte del marito: pensa ad altro. Tanto più che da uno schedario, sembrano essere sparite delle carte. A questo punto comincia la vera indagine, che diventa sempre più incasinata: basti dire che dal Kama Sutra Sexual Club, prima si passa alla Mafia Ebrea: infatti un boss ebreo, si sa che aveva accusato Hecht, che per del tempo era stato con lui per scrivervi un libro, di avergli carpito informazioni che aveva passato alla polizia, così da farlo incriminare. Il boss, quando gli annuncia che Hecht è morto, fa i salti di gioia: ma gli dice anche che lui non c’entra con la sua morte. Fatto sta che a questo punto l’indagine punta su una “Lega per la liberazione sessuale”: quelli del 1974 sono gli anni di Deep Throat di Gerard Damiano, e dello sdoganamento del Porno Chic, dei proclami a difesa della libertà di espressione e contro la censura. La Lega sta dietro il Kama Sutra Sexual Club: Moses va a cercare informazioni da Cindy, una sessuoterapeuta, che si occupa di rinverdire i sensi in un centro di nudisti. Fatto sta che dietro il Centro, c’è la Mafia Cubana. Il boss, un certo Santiago Martin, vuole da lui i nastri. Quali nastri? Quelli che cercano tutti. Insomma sono i nastri, si accorge Moses, il centro del problema: ora i cubani minacciano direttamente lui ma soprattutto i suoi figli, così Moses li invia con sua zia a Disneyland, dove di poliziotti ce ne sono parecchi.

A questo punto l’incasinamento è generale: due morti sicuri (Debora e Joch) e un altro probabile (Meiko), la mafia ebrea, la mafia cubana, dei nastri spariti, e una Lega per la liberazione sessuale, che spunta sempre sotto: i cubani, e poi altra gente, li vogliono da Moses, perché lui ha trovato Joch ed era Joch che li aveva: in pratica ci avrebbero pensato loro a toglierlo di mezzo e prendere i nastri, se qualcun altro non si fosse frapposto; e loro pensano che sia Moses. Ma di che parlano questi nastri? Non si sa. Ad un certo punto, si penserebbe anche che nel casino generale, anche la CIA faccia la sua entrata, quando il gangster Santiago, a Moses, che sospetta di lavorare per conto di “El Jefe”, un collaboratore militare che per conto della CIA, assieme a Santiago e ad altri cubani, anche gangsters, aveva organizzato l’attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba.

El Jefe si sospetterà essere il soprannome del Procuratore Geerale dello Stato della California, Frank Dichter, che proprio in quei giorni ha scatenato una vera e propria guerra contro i locali della Lega, bordelli e cinema a luci rosse. A questo punto Moses, ha sul proprio carnet di indiziati, la mafia ebrea (Greenglass, il cui nominativo a me sembra stranamente simile a quello del boss dei locali di intrattenimento di Las Vegas ne il “Il Padrino” di Coppola, di quegli anni, Moe Green); la mafia cubana, che controlla il settore del sesso; un Procuratore Generale, che ha avuto rapporti in passato con gangsters e ora li vuole far fuori; e nello stesso tempo, ci sono anche degli scagnozzi alle sue costole (uno finirà sepolto da una valanga di fango, durante una tempesta d’acqua, mentre Nancy e Moses scappati dal centro di Cindy completamente nudi, cercano di seminarlo nella tempesta: finiranno in una baracca, a mangiare maiale e fagioli in scatola e a fare l’amore non solo per riscaldarsi). Ah, già, non l’avevo detto: nasce una love story da Moses e la bella vedova.

Non dico come va a finire, ma solo che l’assassino di Debora, non è quello di Joch, che non è neanche quello di Meiko; che il finale è pirotecnico: si ammazzano tutti o quasi tra loro; che i nastri vengono trovati; e si capisce anche perché il romanzo si chiami “Il Tacchino Selvatico” nella traduzione italiana, fedele: in americano sarebbe “Wild Turkey”. Infatti in questo strabiliante romanzo, costato a me cinquanta centesimi su una bancarella, in cui nulla è come sembra, e in cui ogni cosa ha un significato nascosto, anche Wild Turkey ha un doppio anzi triplo significato.

Infatti significa “tacchino selvatico”: ma l’accezione non si riferisce solo al volatile, quanto anche ad un famoso Bourbon Whisky, che tracannano sia Moses che Gunther. Ma all’inizio del romanzo, pag.13, si legge : — Rimanga li — disse, spingendomi accanto a Gunther che stava terminando il Wild Turkey a gran sorsi.— Il miglior fottuto bourbon d’America — disse, mentre An­thony scattava la foto. — Mi ri­corda di quando mi occupavo delle elezioni primarie giù al sud e andai a caccia con un paio di campagnoli delle paludi della Georgia. Bastardi pazzi che an­davano in giro con le radio a tut­to volume, cantando e sparando a caso fra gli alberi. «Ehi, Da­niel Boone» domandai a uno di loro «sei sicuro che sia il modo migliore di cacciare? Cosi spa­venti gli uccelli prima ancora di vederli.» «Al diavolo, yankee» rispose lui «non fa nessuna dif­ferenza. Da queste parti ci so­no solo tacchini selvatici. E quei maledetti sono così prudenti che il solo modo per prenderli è di sparare a caso a quattrocento metri di distanza! ”. Solo che Wild Turkey si riferisce anche a Nancy, perché come un tacchino selvatico, morirà uccisa.

Il titolo si riferisce, io credo, a lei; lei non è un personaggio secondario; e la sua parte, ricorda parecchio quella che sostiene Faye Dunaway in un telefilm del Tenente Colombo (trasmesso proprio ieri sera, 1 maggio 2010), “It’s all in the game” del 1993: si innamora, pare anche in un certo senso ricambiata, anche per…

Non lo dico. Ma secondo me Nancy si comporta allo stesso modo.

E per chi come me mastica parecchio roba del genere, l’ottimo Roger L. Simon si vede che ha, fino al midollo, assorbito i romanzi di Chandler e Ross MacDonald: non ci vuole molto a capirlo! In più l’atmosfera è ottima, anche parecchio strana e originale, ma poi tutto va a suo posto, come un gigantesco puzzle. E muore anche la donna amata. E il povero Moses, che mi ricorda parecchio, pur in altro contesto, l’Arkady Renko di Martin Cruz Smith (solo che quello non aveva pure i figli a cui badare), finisce..che si toglie i vestiti.

Giallo notevole, con volti familiari cinematografici citati (c’è anche la parentesi negli studios, dove viene trovato uno dei cadaveri, in un condotto di ventilazione), situazioni di quegli anni, e un sottofondo criminale assolutamente visionario, che sarebbe potuto essere, in quel contesto, assolutamente credibile.

A me ha ricordato per certi versi, il modo di fare certi romanzi, di Stuart Kaminsky.

Lo vedremo mai ripubblicato?

Non credo.

Anche per questo ho voluto parlarne.

Pietro De Palma

P.S.

La copertina dell’edizione italiana è quasi uguale ad una americana : chi sarà mai quel tale col turbante? A me pare proprio il Roger L. Simon di quei tempi!

Roger L. Simon : IL TACCHINO SELVATICO – RIZZOLI, I Gialli di Qualità, N.58/1976ultima modifica: 2011-05-02T12:02:00+00:00da lo11210scriba
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