Bernardo Cicchetti : Il rifugio dell’orco – Collana Oscura – Antonio Tombolini Editore, Loreto, 2016

Orco

Bernardo lo conosco da tanto tempo, da quando conversavamo nel Blog Mondadori ai tempi di Altieri, quando c’erano premesse di cambiare l’impostazione della linea editoriale. Per cui c’era sempre fermento, e sempre idee.

Qualche giorno fa, grazie ad un’amica comune, che ne aveva parlato nel suo blog, Bernardo mi ha fatto recapitare il suo romanzo col quale aveva partecipato anni fa al Tedeschi: non avendo avuto la possibilità di essere pubblicato su Mondadori, si era creato lui quella di pubblicare il suo romanzo presso altro editore.

Il romanzo si situa nel 1964.

C’è un gruppo  di adolescenti che si ritrova nella Villa del paese (il giardino comunale) per parlare, giocare, amoreggiare. Un giorno casualmente qualcuno parla di un caso irrisolto: la sparizione di Don Raimondo, l’arciprete del paese. Era andato in chiesa per confessare e officiare la messa una sera, poi era uscito ed era scomparso. I ragazzi si interrogano; uno, il protagonista della storia, che parla sempre in prima persona, che poi rievocherà  a tanti anni di distanza la storia di cui era stato protagonista, davanti ad un ufficiale dei carabinieri, per effetto di una lettera speditagli dall’assassino ormai condannato alla morte da un cancro al polmone, non si capacita del fatto che lui quella sera della sparizione di Don Raimondo, dalla Cappella del Bambin Gesù, era proprio lì davanti alla cappella e Don Raimondo non l’aveva proprio visto uscire. In sostanza lui è il testimonio chiave di cui al tempo nessuno, tantomeno i carabinieri avevano sentito il bisogno di vagliare, tanto più che lui della sparizione di Don Raimondo non aveva mai sentito parlare dai suoi genitori. Era un fatto che si era preferito cancellare.

Così comincia un’indagine, che è anche un gioco all’inizio, un’avventura in cui i ragazzi si buttano a peso morto. Cominciano a chiedere in giro, a restringere il numero di coloro che avevano partecipato all’ultima messa di Don Raimondo. A condurli nel loro percorso di indagine è Il Maestro, un pazzo inoffensivo dell’ospedale psichiatrico locale a cui consentono di uscire, che diventa il loro vate, una specie di loro eroe ancor prima che si diffonda la notizia di Don Raimondo per la sua capacità di eseguire difficilissime divisioni a memoria. Il Maestro ben presto coordina le indagini del gruppo e fissa i paletti: il momento in cui il prete era arrivato in chiesa, quando aveva cominciato messa, le stranezze durante la messa per l’assenza del sagrestano Cicillo, il fatto che il prete fosse scomparso. Poiché per sapere il resto dovrebbero interrogare i testimoni, coloro che avevano partecipato all’ultima messa, stilano una lista e cominciano con vari sotterfugi a cercare di avere rapporti con loro. In sostanza non ricavano granchè tranne tre cose molto interessanti: il fatto che durante la permanenza di Don Raimondo fosse scomparso Vincenzino, un bambino di otto anni ritrovato poi strangolato, violentato e torturato; e che durante la Messa non ci fosse stata né la presenza di Cicillo sull’altare a fianco dell’officiante né tra i banchi a chiedere la questua nonostante il prete fosse avido. Questi tre fatti, uniti ad altri, cominciano a comporre un quadro orribile: il prete era un pervertito degenerato e qualcuno, ritenendolo direttamente responsabile della morte del bambino, lo aveva ucciso e fatto scomparire.

L’inchiesta si intreccia ben presto con il primo amore del protagonista, Lucia Davino, una ragazzina figlia di un professore di liceo classico, e con i sentimenti degli stessi ragazzi, che ben presto capiscono che nel quadro d’insieme,  nel puzzle in cui mano a mano le tessere stanno andando al giusto posto, ognuno ha qualcosa da perdere: perché in sostanza a quella messa avevano partecipato anche alcune persone che erano direttamente o indirettamente collegate ai ragazzi. Cosa c’entrano ora i testimoni? Vorrebbe spiegarlo un dono che Il Maestro fa al protagonista per il suo compleanno: Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, storia dell’ assassinio premeditato di una persona che aveva rapito e ucciso una bambina, tramite una congiura di gruppo. In sostanza, coloro che apparentemente erano solo testimoni, avrebbero partecipato all’assassinio del prete, inserendo nella congiura Cicillo. Questa sarebbe la prima soluzione, quella cui vengono condotti i ragazzi. Perché si sarebbero svolti così i fatti? Perché il prete, non uscendo dalla chiesa con le sue gambe e nemmeno potendo essere nascosto da qualche parte, non essendoci nascondigli in sagrestia (il luogo dell’assassinio), sarebbe uscito in altro modo.

Questa prima soluzione però comporterebbe il sospetto di molte persone e quindi viene frettolosamente messa a tacere, e lo stesso protagonista e la sua fidanzatina vengono separati dalle rispettive famiglie: così il dolore di Vincenzino diventa il dolore di un’intera comunità.

Il romanzo finirebbe così se, nell’epilogo, tuttavia a distanza di molti anni una lettera non arrivasse al protagonista, diventato ormai adulto e sposato, raccontando un’altra storia, quella di un depistaggio, da parte di un Deus Ex Machina, e di un’altra soluzione, che comporta non la messa in stato di accusa di un’intera comunità ma di un solo uomo, dell’assassino che ha ucciso, con la collaborazione di Cicillo, il prete ( colpevole non solo della morte di Vincenzino, ma anche di Jacopo figlio dell’assassino e di un altro bambino in altri due paesi italiani dove il prete era stato mandato in missione): l’assassino ha scavato, quando il prete non c’era, sotto tre assi del ripostiglio della sagrestia, una fossa capace di contenere due uomini e vi ha nascosto il corpo, adagiandosi a sua volta sul cadavere, e rimettendo gli assi al loro posto e prima dell’ultimo anche le cianfrusaglie che vi erano poste sopra, finchè la chiesa non sia sgombra prima dei testimoni e poi dei carabinieri lì arrivati, confidando nella loro poca professionalità; e poi di notte è uscito dalla tomba, mutilando il cadavere e seppellendo nuovamente i pezzi divisi, ottimizzando quindi lo spazio ottenuto, e poi uscendo indisturbato dalla chiesa facendo perdere le sue tracce.

Dico subito che questo romanzo avrebbe meritato la vittoria del Tedeschi, ma si sa che le opere dei vincitori non sempre rispondono solo ai propri meriti ma anche ad altre incognite ambientali e personali, proprie di coloro che le giudicano:  magari al giudice il mystery non piace, magari piace una storia più truculenta, magari preferisce l’hardboiled, il noir nostrano al romanzo poliziesco alla Maigret. Ma come ho detto a Bernardo, difficilmente avrebbe vinto perché è un’opera troppo complessa, con troppi rimandi, che per essere apprezzati avrebbero dovuto richiedere una cultura di base poliziesca molto specifica, almeno nel mystery. In altre parole, se a giudicarlo fossi stato io, gli avrei dato la palma del vincitore; altri…

Perché complesso?

Il romanzo può essere visto sotto diverse prospettive.

Innanzitutto sotto l’ottica di un “come eravamo”, come la nostra storia, la storia dei cinquantenni e sessantenni come Bernardo e come me che in quegli anni erano adolescenti e vivevano proprio quelle situazioni, quei fatti storici, stagioni di pensiero, che cantavano quelle canzoni e vedevano quei film che tutti abbiamo visto, sentito, ascoltato, visto; i nostri primi amori giovanili, i nostri giochi tipo “i ragazzi della via Pal”.

Poi sotto l’ottica di un romanzo sociale, perché tratta della pedofilia, un male della società ancora più orribile perché partorito da chi dovrebbe difendere gli stessi bambini che invece diventano le sue vittime. In un tempo, gli anni sessanta, in cui queste cose erano tacitate, nascoste sotto il velo del silenzio, negli anni in cui la Chiesa mai avrebbe ammesso di avere tra le sue fina dei figli degenerati, perché la Chiesa era posta su un piedistallo e non viveva ancora le turbolenze della società in cui viviamo. Del resto il titolo del romanzo allude alla pedofilia: cos’è l’orco se non un mostro che mangia bambini? In questo caso la caverna dell’orco è la cappella.

Infine sotto l’ottica precipua del romanzo poliziesco vero e proprio, in cui confluiscono molteplici richiami: da Agatha Christie (dichiarato) a Poe (Il cuore rivelatore, dichiarato). In realtà alla base della modalità del delitto sta un richiamo non dichiarato, quello del Carter Dickson  di The House in Goblin Wood. Perché, e questa è la particolarità più interessante, il romanzo è un mystery classico con ceneri noir (la pedofilia, la solitudine dell’assassino, la tristezza di fondo) che si colloca non tanto nel genere del whodunnit ma in quello più particolare dei delitti impossibili . La prima soluzione, quella che viene rivelata nel corso del romanzo, rimanda direttamente al racconto di Poe, ma ancor di più a Carr, non so se volutamente o inconsciamente. Del resto già Carr aveva esplicitato l’unico modo possibile con cui un corpo potesse scomparire, senza poter essere nascosto in loco oppure sciolto. E le borse della spesa rimandano al cesto da picnic di carriana memoria. Tuttavia, al di là di questa soluzione apparente, vi è poi quella vera, confessata nell’epilogo, il finale a sorpresa, che in sostanza, a vedere bene potrebbe anche collocarsi come una Camera Chiusa anche se piuttosto semplice, non canonica come quelle di Carr, che si avvale di un nascondiglio: infatti l’assassino, apparentemente, scompare nella Sagrestia. Che è una Camera Chiusa perché anche se la porta non è chiusa, è tuttavia guardata a vista dalla gente che sta a messa: è in sostanza una modalità già espressa in altri romanzi precedenti, per es. in It Walks by Night, di Carr, in cui le uscite della stanza in cui avviene la decapitazione sono guardate a vista da testimoni fidati. Ma è anche un delitto impossibile, perché il corpo scompare. E proprio per questo, per un certo tempo, fino alla riesumazione dei resti, proprio perché non erano stati trovati, si è pensato che il prete fosse andato via.

Poi ci sono altre anime nel libro: c’è innanzitutto una vena di pessimismo molto accentuato, che si traduce in una sorta di nichilismo nietzchiano (il rifiuto di Dio, perché è morto) che va oltre esso stesso, perché il Superuomo la cui esistenza era giustificata dalla morte di Dio, non esiste. Esiste solo un’umanità debole e fragile,  condannata a soffrire: quasi un catarismo contemporaneo.

E infine c’è un appunto anche alla narrativa fantastica (non so se voluto dall’autore, o immaginato da me): l’assassino che si seppellisce in una tomba assieme al cadavere, potrebbe rimandare a The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen, in cui nella stessa tomba ci sono il cadavere ed un altro sopra il primo, come nel nostro caso. E’ per me anche un rimando alla letteratura fantastica (o gotica), perché l’assassino che esce dalla tomba di notte, cos’è altro se non un cadavere vivente? E in realtà l’assassino che ha ucciso per vendetta, per vendicare il proprio figlioletto ucciso da quel prete ignobile, si è trovato dannato già in terra, ucciso dal dolore per la perdita della moglie e del figlio, e senza più anima, divorata da una sofferenza indicibile e sostituita dall’odio puro: e’ un uomo senz’anima, è un uomo che è già morto dentro, che vive solo per uccidere, come il morto vivente.

Il romanzo, figlio senza dubbio delle critiche sorte in seno alla Chiesa contemporanea in merito a quei preti che nel corso del loro mandato si siano resi  colpevoli di atti nefandi nei confronti di vittime innocenti (disabili, bambini), manifesta una tristezza e una melanconia di fondo molto accentuate. Anche forse dirette ad un mondo, quello della fanciullezza che non esiste più. Tuttavia nel romanzo non vi è solo un assassino, ma due: uno, il prete, è l’assassino dei bambini; l’altro, l’assassino del prete, è al tempo stesso, vergognandosene, un assassino di bambini: non li uccide nel corpo, ma nella coscienza, costringendoli a vivere una serie di conseguenze della loro indagine, che li porterà a soffrire: il protagonista, viene ridotto al silenzio dalla comunità mediante pressione sui suoi familiari; la sua fidanzatina, viene allontanata da lui, perché in certo senso da lui plagiata; e soffre sapendo anche che della gente ha ucciso e che si difende, attaccando lui, per non essere attaccata. Anche lui è un orco, un mangiatore di bambini: perché ha approfittato volutamente della loro ingenuità, e anche lui ha un rifugio: la sua indifferenza al dolore, tanto ha sofferto; e un rifugio vero e proprio, che si è scelto, per non poter essere inquisito: l’alibi perfetto.

Accadono tante altre cose in questo romanzo.

In cui la trama  non è il fine come comunemente accade nei romanzi polizieschi, ma solo uno strumentom per raccontare una storia.

Da leggere.

Non solo per distrarsi ma anche per riflettere.

Pietro De Palma

Bernardo Cicchetti : Il rifugio dell’orco – Collana Oscura – Antonio Tombolini Editore, Loreto, 2016ultima modifica: 2017-09-13T22:01:14+00:00da lo11210scriba
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