Il tema dell’omosessualità in 2 racconti di Philip MacDonald

Mi ha particolarmente colpito un racconto che ho letto una domenica mattina, qualche giorno fa, mentre facevo compagnia alla mia anziana madre.

A casa dei miei ho una ricchissima collezione oltre che di romanzi gialli, anche di stagioni mondadoriane, per cui, quando mi trovo lì e voglio ingannare il tempo, sovente ne prendo una e scelgo a caso un racconto. Il racconto preso in esame è stato uno di Philip MacDonald : “Fine di un sogno”, Dream no more, su Estate Gialla 1968.

Dico subito che eccezionalmente, sviscererò i due racconti dall’inizio alla fine, perché trattasi di una riflessione testuale, e quindi rivelerò la fine. Quindi nel caso ci fosse chi non volesse saperla prima di aver letto i racconti (sempre che avesse le fonti, già cosa alquanto difficile) è pregato di non leggere oltre.

Dico subito che il racconto mi ha spiazzato non poco.

John Garroway e Gavin Rhodes si stanno dirigendo alla villa sul mare di proprietà dei Garroway: nella splendida villa a picco sul mare, con cui comunica per tramite di una scala ripida tagliata anche nella roccia e che ha una piccola spiaggia privata, vive la madre di John. Sola, con una donna mulatta che le fa da governante, dopo la morte del padre di John.

Arrivati lì, ben presto si instaura una tensione palpabile tra la madre di John e Gavin, professore di inglese di John, e laureato in filosofia, che pare avere sull’amico un certo potere: lui sa tutto, è un conversatore brillante e riesce persino in un momento a diventare amicone del cane dei Garroway, un Rottweiler, tanto che quello si dimentica subito dei padroni per stare con lui; la padrona di casa invece inspiegabilmente gli è ostile, tanto da divenire persino villana, cosa che non è da lei. Rimbrottata dal figlio, si scusa con l’ospite, invitato anche da lei ora a rimanere presso di loro.

I giorni trascorrono incantevoli a El Morro Beach, in un luogo di sogno e le vecchie acredini sembrano sorpassate. Un bel giorno qualcosa incrina questo sogno: John ha uno spaventoso incidente con la vecchia auto della madre e per poco non resta ucciso. Sia la madre di John che Gavin rimangono estremamente colpiti dalla dinamica. Comunque sia, pare che il rapporto tra Gavin e la madre di John, più o meno della stessa età, 50 anni lei e 44 lui, sia destinato a calmarsi: lui ha fatto in modo che John uscisse con Betty Lou una ragazza innamoratissima di lui e poi qualche giorno dopo, uscendo e andando in città, ha comprato dei regali per i due. Ha comprato però anche dell’altro: una capsula gialla, e dei cristalli da un emporio di articoli per il giardino e la casa. Un po’ del contenuto lo metterà poi nella capsula sigillandola. La capsula è dello stesso colore e forma di alcune capsule di vitamine che assume la madre di John. Tutto il resto del contenuto viene bruciato da Gavin nell’inceneritore. Il fine è chiaro: avvelenare la madre. Coglie l’occasione qualche tempo dopo quando “casualmente” fa rovesciare il contenuto del flacone delle capsule, sostituendo la capsula venefica con una normale, che poi distrugge. A questo punto è chiaro che anche l’incidente con l’auto è stato da lui premeditato, tramite un sabotaggio dei freni. Cosa può avere Gavin contro John e contro la madre?

Fatto sta che alla morte della signora Garroway Gavin non assiste, perché scendendo senza pensieri la scala che dalla villa conduce al mare, inciampa e si spezza l’osso del collo. Casualità? Nient’affatto! La madre di John, accorsa sul luogo della caduta, prima di chiamare il figlio dopo essersi accertata della morte di Gavin, toglie il fil di ferro che ha lasciato teso a livello del gradino per poi occultarlo nella cesta del giardino assieme alle cesoie.

Poi di notte, dopo che il cadavere è stato rimosso, dopo che Mollie e John sono aletto sotto l’azione di un sedativo prescritto dal medico di famiglia, la madre va in cucina e nel lavabo, acceso il distruttore dei rifiuti, versa il contenuto del flacone e attende fino a quando l’ultima capsula è ridotta in polvere. Poi fa scorrere l’acqua e va via.

Dicevo che il racconto mi ha spiazzato non poco.

Innanzitutto un contrasto fortissimo tra l’idillio di un luogo  da sogno, El Morro Beach (località che compare anche in un romanzo) e il contrasto sotterraneo ma violentissimo tra la Signora Garroway e Gavin Rhodes: oggetto del contendere è il figlio, John. Vari i sentimenti che si oppongono: l’amore e la gelosia. La madre è gelosa del rapporto tra Gavin e John e teme che la influenza psicologica fortissima, una sorta di plagio, che Gavin ha su John, possa avere come contraccolpo la sua eliminazione e quella di Betty Lou, la fidanzata di John. John  rimprovera alla madre l’eccessivo contrasto nei confronti dell’amico, e l’amico ha nei confronti della madre quasi identici motivi, resi più violenti dalla volontà di divenire lui padrone di quel posto, eliminando fisicamente la donna che si oppone al suo rapporto col figlio, ed ereditando il tutto.

Ma alla base di tutto cosa c’è? Perché si comporta così Gavin e perché la madre di John non lo sopporta ? Alla prima lettura non l’ho capito, anzi posso dire che il mio senso di disorientamento è stato fortissimo perché ad un certo punto non si riesce proprio capire perché sia un racconto poliziesco; poi improvvisamente assistiamo ad una spirale di violenze e ad atteggiamenti che apparentemente non avrebbero una spiegazione. Spiegazione che si trova, solo rileggendo il brano, stando attenti non a quello che fanno due galli del pollaio, ma a quello che dice la gallina, cioè John. La sua difesa appassionata di Gavin, i suoi commenti estatici (per esempio…“Che uomo straordinario!”) che noi aspetteremmo da una donna, ci fanno comprendere l’ambivalenza del loro rapporto, che ha connotati ambiguamente omosessuali. Una volta che si capisce questo, si è capito tutto. L’autore però non dice mai espressamente che si tratta di un rapporto omosessuale, semmai attraverso il suo stile letterario interviene qua e là a insinuare con atteggiamenti psicologici l’esistenza di un quid da non sottovalutare. Che a sua volta spiega anche l’atteggiamento protezionistico della madre.

In fin dei conti i due elementi forti sono Gavin e la madre e in mezzo c’è il figlio ventenne, cresciuto senza padre. Philip MacDonald senza mai esaltare l’atteggiamento della madre, tuttavia da a Gavin una connotazione negativa: è lui che tenta di uccidere la donna riuscendo quasi ad uccidere John e quando capisce tragicamente di aver sbagliato la sua reazione fa capire che a John ci tiene veramente, anche se a lui interessa veramente che il potere che lui manifesta nei confronti di John non venga affievolito dall’intervento di altri. Ora  che si tratti di atteggiamento omosessuale o no (conversando con Mauro Boncompagni lui mi ha confermato che i sottili indizi di cui parlava lui in uno Speciale circa tredici anni fa, andavano in questa direzione), il corruttore, l’istigatore che istiga facendo in modo che ad agire sia sempre l’altro, è sempre lui. La madre agisce negativamente certo, ma pur sempre si potrebbe associare al suo atteggiamento quello di una legittima difesa: legittima difesa dell’identità psicologica del figlio (debole ed incapace di capire) e legittima difesa della sua vita. Anche se un ulteriore aspetto dell’atteggiamento protezionistico della madre si potrebbe spiegare con la reazione a chi ti voglia portare via da te, il tuo unico bene: non a caso in un inciso all’inizio del racconto lei rimprovera al figlio di averle tolto tutte le speranze che lei coltivava da tempo di poter avere il figlio tutto per sé. E del resto non si potrebbe capire, se non si prendesse in esame il rapporto omosessuale, in cui Gavin è parte attiva e John parte passiva, il perché Gavin ambisca, eliminando la madre di John, a El Morro Beach.

Nell’ambito dello scontro tra i due personaggi dominanti (Gavin che non vuole rinunciare alla sudditanza psicologica di John e alla sua vicinanza, la madre che non vuole rinunciare alla sua importanza nella vita affettiva del figlio), in un punto però MacDonald tende ad attribuire all’uomo una sincerità d’intenti quasi provocatoria, sarcastica direi, che la donna non esprime, quando lui afferma che la fatale credenza per cui gli individui che sono simpatici ai bambini (John) e ai cani (Gill) siano individui schietti e fidati, non elimina la possibilità che lui abbia intenzione magari di compiere un reato: qualcosa più su vasta scala, rispetto a rubare l’argenteria.

Un’altra cosa insinua il sospetto che il rapporto a due sia di natura omosessuale: il fatto che non vi siano altri personaggi femminili nella storia, oltre alla madre. Betty Lou fugacemente è ricordata, ma non prende parte agli eventi, e una sera esce con John solo perché Gavin gli ha detto di farlo. E se Gavin non è legato a lui da un rapporto omosessuale, è tuttavia legato da un rapporto dominante-dominato.

A questo punto è chiaro che l’indizio sottilissimo che via via si manifesta, pur restando sempre alquanto impalpabile, vista la scabrosità soprattutto nei tempi in cui viene ambientato, gli anni ’50, è l’omosessualità maschile, di cui in questi due racconti si esplora soprattutto il rapporto di sudditanza psicologica, di dominazione, esistente tra i due soggetti. Gavin domina psicologicamente l’amico più fragile: è lui l’individuo dominante nella coppia mentre l’altro è il soggetto passivo, più fragile. Il trasporto con cui ne parla alla madre, insinua subito in lei (il famoso sesto senso femminile) il sospetto che i due più che essere amici siano amanti. E quindi la donna decide di rompere quel rapporto perché sa che il figlio ama anche la ragazza Betty Lou. Così se  Gavin è probabilmente un omosessuale convinto, John è un bisex, oppure è solo attratto dalla forza mascolina. Gavin vuole evitare che la parte etero abbia il sopravvento in John e perciò deve eliminare la causa, cioè deve eliminare la madre di John: così facendo, unisce ad un desiderio che è quello di possesso del giovane, anche quello del luogo, cioè l’interesse economico. Che non è detto che non sia secondario al primo.

Solo che la madre di John ha capito tutto in occasione dell’incidente dell’auto, e decide di rispondere colpo a colpo a Gavin: capisce cioè di essere stata la vittima predestinata salva per miracolo e quindi passa all’azione, uccidendolo in maniera subdola.

Racconto veramente mirabile nella resa e nella scrittura, colpisce come un pugno nello stomaco, soprattutto per la freddezza della donna, che riesce a simulare più di quanto abbia fatto il suo antagonista, e a mettere in piedi un delitto perfetto, mascherato da incidente.

Tuttavia laddove qui il tutto si riduce ad un confronto scontro tra due entità capaci di annientarsi l’un l’altro, il tutto non alzando mai il volume dello scontro, ma invece cercando di dimostrarsi più amorevole dell’altro, in un abisso di ipocrisia, in un altro racconto di MacDonald, l’omosessualità maschile è quasi gridata, con esiti altamente drammatici.

Sto parlando di Love Lies Bleeding, pubblicato non da Mondadori, ma da Feltrinelli, e presente anche in una antologia curata da Anthony Boucher dal titolo The Quintessence of Ellery Queen.

Qui la storia è ancora una in cui le donne non esistono. O meglio, una donna, Astrid, compare, anzi potrebbe avere una parte predominante, se non uscisse così repentinamente dalla storia.

Cyprian Morse è un commediografo di successo, i cui unici e veri amici sono Astrid, la scenografa, e Charles, il costumista. Tra di loro non c’è solo però solo amicizia. Lo capisce una sera Cyprian quando Astrid gli si avvicina e gli dichiara il suo amore. Cyprian non dichiara il suo ad Astrid, anzi ne è riupugnato, non tollera che lei gli si avvicini né tantomeno che lo abbracci e lo baci. L’aveva guardata come la sua più vera amica, travisando la natura dell’amicizia della donna, pensando che come il suo atteggiamento, quello della donna fosse di sola amicizia. Cyprian invece non la ama. Ma non è che ami invece un’altra donna: Cyprian ama Charles. MacDonald qui è chiaro ad attribuire a Cyprian la patente di omosessuale: infatti mai per un attimo Cyprian prova pietà per la donna, semmai vorrebbe che Charles fosse lì. Desidera Charles prima, desidera Charles dopo, ancora di più dopo..che ha ucciso Astrid. Astrid le si è avvicinato troppo, lui ha cercado fuggire al suo abbraccio, ma si è trovato le spalle al muro, schiacciato al camino. Non trovando altra fuga, ha cercato di sottrarsi all’abbraccio, scivolando ma ha perso l’equilibrio: una mano ha trovato la cornice del caminetto, l’altra l’attizzatoio. E in quel momento, la sua identità si è divisa in due: una timorosa, l’altra impavida, che ha preso il sopravvento. E’ quella che ha armato la mano, che ha impresso violenza all’attizzatoio, che l’ha lasciato ricadere innumerevoli volte sul capo di Astrid, che ne ha persino lacerato il corpo. E’ come se una forza estranea si fosse impadronita di lui, sicchè i colpi cadevano senza che lui li concepisse e li attuasse. E’ come se una nebbia fosse calata su di lui, davanti ai suoi occhi: quando si dirada e capisce cosa ha fatto, scappa via, in tempo per esser tuttavia riconosciuto. Lui sa di aver ucciso, ma sa anche che non voleva uccidere: ha agito come in stato di legittima difesa. Per la società è purtuttavia un mostro. Lui non sa che fare: se ci fosse stato Charles, però lui sì che avrebbe saputo cosa fare!

Così abbiamo un altro individuo debole, ed uno forte. Nel primo racconto il debole era John e il forte Gavigan (ma anche la madre di John); nel secondo il debole è Cyprian (da notare come il nome rimandi ad Afrodite, la dea dell’amore) presentato fisicamente come individuo effemminato : affettato, vestito impeccabilmente, con lineamenti ambigui (le ciglia lunghe, la bocca cesellata, il pallore della pelle delicata del viso), con un anello d’oro con lapislazzuli al dito, regalatogli da Charles (quando mai un uomo regala ad un altro uomo, suo amico, un anello d’oro?), il forte è Charles. E forte è anche il suo difensore Magnussen, che il suo impresario gli ha cercato. E lui che confeziona la sua difesa, è lui che si sostituisce a Charles nella sua assenza. L’alibi: è stato un altro, che lui ha visto fuggire dalla finestra, ma che nessun altro ha visto. Lui non c’entra, non può esser stato lui. Il fatto è che lui sa di essere stato, ma comunque nega. Nonostante dall’istante del suo arresto, gli interrogatori siano pressanti, sempre più pressanti, in un vortice senza fine. L’unica cosa che lui teme è che la sua forza venga meno, che la stanchezza lo vinca e con essa la tanto sospirata dagli altri sua confessione. Cyprian teme però non solo se stesso, ma anche gli altri: facce volgari, brutali, volpine, astute. Che gli fanno domande, sempre le stesse. Il tempo che non passa. La luce in faccia. Ah, se ci fosse Charles! Nei momenti critici, Cyprian pensa a Charles: lui sì saprebbe come cavarlo d’impaccio, come avere la meglio su quei bruti. Anche se lui ha ucciso.

John Friar gli mette accanto un difensore di razza, ma le certezze di Cyprian che Magnussen riesca a salvarlo dalla bara, sono distrutte da un altro elemento forte della storia: la pubblica accusa, che distrugge le sue speranze e lo condanna a morte certa. Quando però oramai non ha alcuna speranza di salvarsi, arriva una notizia bomba: lui è libero: mentre era in carcere altre due donne sono state massacrate, colpite con identica ferocia. Persone non a lui riconducibili. Sicuramente un serial killer.

Cyprian è disorientato: ha ucciso o no? E se ha ucciso Astrid, chi ha ucciso quelle due donne l’ha fatto sicuramente per emulare lui.

Quando lo capirà, nasconderà il viso tra le mani: Dio mio ! Dio mio!

La presenza di Dio mai affiorata in una storia che è di pura violenza, di sadismo e di follia, si rende manifesta quando un soggetto che è espressione stessa del male, si affaccia: qui non c’è la volontà di eliminare un nemico (Gavin contro la madre di John, la madre di John contro Gavin), non c’è una lotta di pari intensità, qui c’è un assassino e delle vittime innocenti. C’è un assassino che uccide per stornare i sospetti, solo per quello: e per quello massacra di due donne prese a caso, due bestie da macello. Tanto più che per lui le donne non hanno alcun peso: perché lui è Charles, quello che avrebbe saputo sì cosa fare per salvare Cyprian.

Cyprian l’ha invocato, e lui – il deus ex-machina – si è rivelato. Ma prima di apparire, dal buio dell’appartamento di Cyprian, lui Charles ottiene che il suo amante, ammetta di avere ucciso Astrid, pronunci la sua confessione. Perché? Perché è così tagliente, così diversa da come lui la ricordi? Il perché Cyprian  lo capisce subito dopo. Capisce che lui ha ucciso per salvarlo, sulla base della presupposizione che lui, Cyprian, avesse in effetti ucciso. Ma se ciò non fosse accaduto?

Tuttavia è accaduto.

E ora Cyprian e Charles saranno vicini e vivranno felici. Ma su Cyprian piomba come un macigno la verità e anche una consapevolezza altrettanto terribile: che come Charles sa che lui ha ucciso, anche lui sa che Charles ha ucciso. Sono uniti per sempre dai loro omicidi. E se lui un giorno non amasse più Charles, dovrebbe però tenerlo con sé perché sa che Charles non gliela perdonerebbe.

I due racconti raffrontati hanno tanti punti sovrapponibili: i soggetti forti sono, in entrambi, personaggi negativi; vi sono due unioni omosessuali, una sfumata ed una reale; Gavigan e Charles affermano la propria superiorità psicologica su elementi deboli come John e Cyprian che li idolatrano. Tuttavia nel secondo racconto, che ha un’atmosfera più ossessiva, da incubo woolrichiano, entrambi i soggetti della coppia uccidono, anche se con valenza diversa: il primo uccide sotto impulso di follia (una nebbia gli cala davanti agli occhi e perde la coscienza di quel che compie), il secondo uccide per calcolo. Entrambi i soggetti forti, uccidono tuttavia per rinsaldare un legame che essi giudicano inscindibile. Per certi versi il secondo racconto, reso da una prosa più tagliente, più secca, anche più visionaria, deve sancire il disprezzo di una unione sacrilega e il rifiuto di una normale: il prezzo dell’omicidio sarà la morte, anche del legame di stima che avvinceva i due amanti. Del resto, l’atmosfera opprimente, fa da contraltare alla vicenda mostruosa, laddove nel primo racconto era invece sfumata: lì lo scontro non era tanto fisico e verbale quanto puramente psicologico, era uno scontro tra menti superiori, mentre qui l’omicidio non è il risultato di una tenzone ma di un atto di violenza verso un essere più debole che non può opporsi, e perciò tra i due il secondo è molto più riprovevole e terribile.

Noto ancora come mentre nel secondo racconto l’ambientazione è Broadway, un ambiente di spettacolo dove le forme di unione omosessuali sono da sempre tollerate, ma per ciò stesso è ambiente di spettacolo dove la volgarità la fa da padrone, nel primo racconto l’ambientazione è una località da sogno, in una villa della classe medio-alta; laddove il secondo racconto presenta omicidi brutali, il primo inquadra delle vere e proprie opere d’arte (delitti perfetti); laddove nel secondo c’è un compiacersi della violenza, nel primo quasi non c’è; laddove nel secondo non c’è scontro tra menti, nel primo c’è. Laddove nel secondo l’ambiente è quello dello spettacolo, nel primo è quello letterario. Nel secondo sono colti gli aspetti volgarmente raffinati: il lusso, i cibi ricercati, gli abiti firmati; nel primo, la sobrietà della cultura, la poesia. Gavin è un Oscar Wilde, se vogliamo. In certo qual modo Gavigan, per quel suo non perseguire una violenza cieca, ma calcolata eppure anche capace di mettere a dura prova i propri nervi, non è proprio inquadrabile come un soggetto del tutto negativo, se è vero che riesce a farsi amici i bambini e gli animali (Il dubbio che insinua MacDonald è reale: la cattiveria si può esprimere anche in soggetti apparentemente buoni e simpatici).

Ancor di più, se lui premedita di uccidere per calcolo, ma comunque l’assassinio mette a dura prova il suo Io (a significare che la sua natura vera non è quella), l’altro, Charles, è una persona del tutto amorale: è fredda, spietata, cinica. Del resto la riprovevole unione tra due individui dello stesso sesso, in un’epoca in cui l’omofilia era tanto tangibile da aver perseguitato molti artisti (anche scrittori di romanzi gialli), si esprime per nulla in atto di commiserazione, quanto di condanna degli stessi. L’unico a salvarsi è John, perché non è un vero e proprio soggetto omosessuale ma piuttosto colui il quale è stato plagiato, e pur uscito con le ossa rotta perché il suo punto di riferimento è scomparso, ora avrà la possibilità di rifarsi una vita con Betty Lou. Cosa che non esisterà per Cyprian condannato per tutta la vita ad una unione che sarà per lui, per ogni attimo di vita, una perenne condanna.

 

Pietro De Palma

Il tema dell’omosessualità in 2 racconti di Philip MacDonaldultima modifica: 2017-03-14T11:08:53+00:00da lo11210scriba
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