NUOVA INTERVISTA A MARCO POLILLO

A distanza di un anno dall’intervista che Marco Polillo mi rilasciò in esclusiva, il fondatore dell’omonima Casa Editrice, gentilissimo e disponibile, me ne ha rilasciata un’altra, in cui ci si addentra in questioni magari note agli addetti ai lavori ma ignote al grande pubblico. Un modo come un altro per rendere partecipi tutti di una realtà sempre viva nell’ambito del panorama editoriale italiano.

Marco Polillo nasce come Consulente Editoriale Mondadori. Per quanto io sappia, Suo padre faceva parte di Mondadori ( mi hanno detto): lì Lei ha acquisito i primi contatti e immagino che Lì abbia fatto anche amicizie. Mauro Boncompagni per esempio l’ha incontrato quando Lei lavorava in Mondadori? Il settore Gialli della Mondadori di oggi che cosa non ha rispetto a quello di cui lei era un funzionario?

No. Io ho lavorato in Mondadori dal 1973 al 1984 e poi dal 1988 al 1992. In mezzo a questi due periodi ho lavorato in Rizzoli. In Mondadori sono entrato come responsabile dell’ufficio contratti editoriali e ne sono uscito come direttore generale dell’Area Liberi. In Rizzoli era stato chiamato come direttore generale della Rizzoli Libri. Mio padre Arrigo ha lavorato per molti anni in Mondadori come direttore del personale, ma ne è uscito molto presto, tant’è che non abbiamo mai lavorato entrambi in quella azienda nello stesso periodo, mentre mio zio, Sergio, è quello che ha lavorato più a lungo in Mondadori fino a ricoprirne, quando è andato in pensione, la carica di presidente. [1]  Durante la mia carriera dirigenziale non mi sono mai occupato del Giallo Mondadori; ho curato qualche Omnibus Giallo, ma era un hobby, essendo altra la mia professione. Boncompagni, per esempio, l’ho conosciuto molti anni dopo la mia uscita da quella casa editrice.

Marco Polillo nella vita privata, quando ha un po’ di tempo e vuole leggere, cosa legge? Quale autore contemporaneo anche non specificamente di crime fiction la appassiona?

Come diceva Valentino Bompiani il mestiere dell’editore ti toglie il piacere della lettura perché di norma si leggono più i libri che si decide di non pubblicare che quelli che vengono poi scelti. Continuo comunque anche “fuori dal lavoro” a leggere narrativa anglo americana contemporanea. L’ultimo, per esempio, terminato la scorsa settimana, è stato “Firmino” di Sam Savage edito da Einaudi.

La crime fiction contemporanea americana (Lansdale, Ellroy, Sallis, Crumley, Bazell, etc..) la interessa? Quali limiti ha secondo lei?

Io sono un amente del giallo classico a enigma. Non sono un grande amante della crime fiction contemporanea. Preferisco vederla al cinema. Mi perdoneranno gli estimatori di quel genere, ma la trovo un po’ tutta uguale.

Lei ha detto che la crime Fiction contemporanea americana non è nelle sue corde. OK. Però essa deriva direttamente dall’hard-boiled. Ora ne I bassotti c’è un’unica nota stonata: il romanzo di Chase. Che è un Hard-Boiled. Ora vorrei sapere: quel volume fu pubblicato ed inserito nella collana rispondendo alla sua volontà di creare un nucleo ideale di 50 volumi che fossero il meglio della letteratura gialla, o invece fu il tentativo di sondare il bacino dei lettori, poi abbandonato puntando solo sul mystery, seguito in un secondo momento da una collana dedicata solo ad hardboiled o comunque a romanzi non precipuamente mystery, cioè “I Mastini”?

“Niente orchidee” è vero che è un hard boiled, ma essendo a mio avviso un capolavoro assoluto s’inseriva bene nel progetto originale dei 50 migliori gialli. Non voleva essere un esperimento, ma solo un tributo a un’opera unica nel suo genere (e di gran lunga superiore a tutti gli altri romanzi di Chase).

Marco Polillo ogni tanto scrive qualcosa. La sua prosa ritiene sia del tutto originale oppure nell’ ideazione del plot Le capita o è capitato di aver utilizzato escamotages di qualche autore del passato? Quali autori anglosassoni ritiene abbiano influito maggiormente sul pubblico italiano? E quali Lei ritiene siano i più grandi in assoluto?

Che nei miei romanzi ci sia qualcosa che ricorda qualche “trucco” dei grandi giallisti è possibile, anzi probabile, ma devo dire che a parte in “Corpo Morto”, dove ho preso a prestito una trovata di John Dickson Carr, se l’ho fatto è stato in maniera del tutto inconscia. Per la mia scrittura io sono molto più debitore a Fruttero & Lucentini e, in misura inferiore, a Piero Chiara e a Simenon. Devo dire, con mia grande soddisfazione, che la critica – fatte le dovute proporzioni – mi ha accostato proprio a quei tre (quattro, nel caso di F&L) autori.

Ha pensato mai di pubblicare anche saggi sugli scrittori di cui Lei propone romanzi? Qual’è il limite della saggistica specializzata del settore poliziesco in Italia? E’ legato secondo Lei solo alla penuria di opere in libreria di autori che spesso abbiamo letto solo in edicola eccezion fatta per Agatha Christie?
E secondo Lei, perchè solo Agatha Christie è stata da molti anni oramai proposta in libreria sistematicamente e non Carr per esempio o Ellery Queen, sempre sistematicamente ?

Non ho mai pensato di scrivere dei saggi sugli autori che pubblico. Sarebbe un libro senza mercato. Anche se gli amanti dei gialli sono numerosissimi, questo genere letterario si porta con sé ancora le diffidenze di chi, sbagliando, lo considera un sottogenere letterario. E il motivo risiede proprio nel fatto che la politica editoriale di Mondadori – monopolista assoluto per tantissimi anni nel campo del mystery – di fatto ha indotto la gente a pensare che quello è un prodotto minore, da comprare a un prezzo basso solo in edicola. Lei non ha idea dello stupore degli agenti letterari di Agatha Christie quando, ad autrice ancora in vita, si sentivano dire che, sia pure pagando di più, il nuovo romanzo da lei appena consegnato sarebbe stato pubblicato in edicola. In Italia è sempre stato così, un pregiudizio snobistico nei confronti della letteratura d’intrattenimento; adesso il vento è un po’ cambiato, ma quei grandi autori – per me nettamente superiori a quelli di oggi – sono stati bollati per sempre. Se ci pensa sono solo io e qualcun altro che ha cercato di copiarmi, che li ha portati per la prima volta in libreria.

A questo punto analizziamo a fondo l’andamento del suo fiore all’occhiello: la collana de “I Bassotti”.
E’ passato poco più di un anno dalla ripresa delle pubblicazioni.  Qual’è la situazione economica della Sua casa editrice che ha puntato quasi tutto su tale collana per riemergere ?

La situazione è molto migliorata da allora. In realtà il fatto di puntare sui Bassotti era in qualche modo una scelta obbligata. E’ la collana di maggior successo della casa editrice e ha una costante vendita di catalogo. La crisi della Polillo Editore non era stata causata dal fatto che i titoli non si vendevano più, quanto dalla precipitosa discesa del mercato (oggi gli acquirenti e i lettori di libri sono molto meno rispetto a qualche anno fa), dalla progressiva diminuzione del numero delle librerie e dalla prudenza dei librai che prenotano con molta maggior cautela rispetto al passato. E a nulla vale l’osservazione che se un titolo funziona, poi ci sono i i rifornimenti e quindi le vendite salgono in ogni caso. Quando le prenotazioni sono troppo basse il libro neppure si vede in libreria e se non si vede non si vende. E’ pacifico.

Seppi due anni fa, prima che si sapesse che le pubblicazioni della Sua casa editrice per quanto riguarda la collana in oggetto, sarebbero riprese, che una delle mosse che Lei avrebbe compiuto, sarebbe stata quella di cambiare per esempio il Suo distributore ufficiale e ottenere migliori e più favorevoli condizioni economiche di distribuzione dei libri. Si è compiuto quanto da Lei auspicato?

Cambiare rete commerciale (la distribuzione è rimasta la stessa) era un passo obbligato. Quando i risultati non sono soddisfacenti è bene cercare altrove nuovi stimoli e nuove idee. Quanto alle condizioni economiche, il tentativo di migliorarle è sempre presente; più pressante quando le cose non vanno bene, ma sarebbe sbagliato non cercare ogni volta quel qualcosa che ti permetta di spendere di meno. Per ora i conti tornano, vediamo cosa succederà in futuro.

Lei l’anno scorso non volle sbottonarsi più di tanto per quanto riguardava i volumi in procinto di essere pubblicati, citando solo “Un pomeriggio da ammazzare” di Shelley Smith, “Arsenico” di Richard Austin Freeman, “Quella cara vecchietta” di Belton Cobb, “Compleanno con delitto” di Lange Lewis, e poi  Anthony Wynne,  Ethel Lina White, R A J Walling, Anthony Weymouth.
Ma intanto ne sono usciti molti di più. Dal N.158 “Morte in ascensore” di Alan Thomas, sono seguiti ad oggi quasi 20 volumi, più di uno al mese. Visto che le pubblicazioni sono riprese al settembre 2015 e oggi siamo a marzo 2017, possiamo parlare di una ripresa effettiva e di dati confortanti?

In realtà il numeri dei titoli pubblicati non è cambiato poi così tanto rispetto al passato. Da sempre la casa editrice esce con una quindicina di novità all’anno; nel 2015 c’è stato un lungo periodo in cui non si è pubblicato nulla perché la priorità era quella di aggiustare i conti, poi da novembre abbiamo ripreso con regolarità. Nel 2015 sono stati pubblicati due titoli, nel 2016 13 e il programma di quest’anno ne prevede 15, un numero che io considero ottimale.

Rispetto all’andamento vendite prima della crisi economica e conseguente editoriale in Italia, quello attuale come si situa?

Non si situa bene, nel senso che la discesa è terminata, ma quello che dal 2011 in poi è stato perso non è stata affatto recuperato.

Possiamo parlare di un nuovo boom o è presto parlare in questi termini?

Non solo è presto, ma io personalmente sono convinto che non ci sarà nessun boom. Qui il discorso andrebbe molto allargato: non si tratta più di capire se una collana incontra o meno l’interesse del pubblico, si tratta di prendere atto che le nuove tecnologie hanno cambiato la testa delle persone. Non è una questione di libri di carta sopraffatti dai libri elettronici (che hanno sì trovato un loro spazio, ma molto minore di quanto alcuni – non io – ritenevano), è il fatto che oggi le persone sono abituate a fare altre cose, cose alle quali non possono né vogliono rinunciare, e questo fa sì che il tempo dedicato alla lettura è considerato faticoso, inutile e non al passo coi tempi. Purtroppo l’Italia, che non è mai stato un paese nel quale si leggeva molto, soffre ancora di più di questa situazione. Se è difficile conquistare nuovi lettori, almeno bisognerebbe cercare di mantenere quelli vecchi. Però se quelli vecchi sono già pochi (molto meno della metà della popolazione) diventa un’impresa davvero complicata.

Ho notato che nel complesso totale dei volumi pubblicati, alcuni autori sono stati nel tempo più pubblicati di altri. Questo è relativo al fatto che detti autori hanno venduto di più o anche ad altri fattori ( sue personali simpatie o magari anche convenienza economica per perdita dei diritti nel caso di titoli molto indietro nel tempo, Fletcher per esempio)? Proprio nel caso di Fletcher, il fatto che il volume non sia inedito ma sia stato pubblicato già da altri editori (per es. i “Gialli a 1000 lire” di Newton Compton), non potrebbe essere un fatto controproducente?

La decisione di quali titoli pubblicare è condizionata da molte variabili: il fatto che un libro mi piaccia o meno, il fatto che le dimensioni siano compatibili con il conto economico (molti mi chiedono perché non pubblico “The Bellamy Trial” di Noyes Hart. La risposta è molto semplice , visto che la prima tiratura ormai non supera le 1000 copie, con i costi di stampa, traduzione, ecc., sarei costretto a mettere un prezzo di copertina fuori mercato e con ogni probabilità lo pubblicherei in perdita); ancora bisogna vedere la disponibilità dei diritti, chi sono gli agenti letterari con i quali trattare (con alcuni è molto facile con altri è quasi impossibile), se si trova, a prezzi accessibili, una copia del testo originale per la traduzione. Gli autori fuori diritti ovviamente aiutano, ma non è una cosa fondamentale per due motivi: se il libro è brutto rimane tale anche se fuori diritti e non lo considero; inoltre – proprio perché è fuori diritti – potrebbe essere pubblicato anche da qualche altro editore, trovandomi così un concorrente sul mercato. Quanto a Fletcher, è vero che Newton lo ha pubblicato quasi tutto, ma c’è una fondamentale differenza: le mie traduzioni sono integrali, quelle di questi libri pubblicati da Newton quasi mai. E se qualcuno non ci crede, basta che vada a controllare la differenza sul numero delle pagine delle due edizioni.

Può farci delle anticipazioni succulente su volumi non di imminente pubblicazione? Già si sa che usciranno  Uno sparo nel buio di Whitechurch, L’assassino al luna park di N.Brady, Il club degli assassini di P.Branch e anche Veleno:un romanzo mosaico (immagino nella traduzione della Mondadori).  Ma ci può fare altre anticipazioni ?

Lo so che spesso mi si accusa di reticenza quando non rispondo alle domande sui nuovi programmi, ma non è cattiveria, bensì il fatto che non mi piace svelarli a chi – e non sono certo i lettori – potrebbe approfittarne per fare delle proposte contrattuali per gli stessi titoli. I programmi che io faccio non sono determinati con un enorme anticipo: non ha senso che io paghi oggi un acconto sui diritti per un libro che pubblicherò fra 18 mesi, quindi preferisco non svelare quello che farò prima delle date in cui, all’inizio dell’attività della rete commerciale, si verrà in ogni caso a sapere. Sulla tradizione di Veleno, non so ancora, dobbiamo controllare la qualità, di chi sono i diritti e se si tratta o meno di una traduzione integrale.

Per quale motivo nella numerazione, compaiono talora dei romanzi che dovrebbero essere già stati pubblicati, perchè hanno un numero di catalogazione inferiore, ed invece non lo sono. Per esempio “Il Club degli assassini” di Branch che ha il N.171 sarebbe dovuto uscire prima di Keverne, ed invece è annunciato in uscita a fine marzo. Mentre addirittura un romanzo della White, N.168, è ancora in lavorazione? Perchè annunciare come usciti, del libri che sono ancora in essere, quando si potrebbe far uscire mano mano solo quelli che effettivamente sono stati tradotti e approntati per la pubblicazione?

Si tratta di una banale questione tecnica. Quando un libro viene messo in programma, è necessario codificarlo (numero, prezzo, codice ISBN, ecc.). Il libro, quindi, nasce con una sua specie di carta d’identità. Poi, man mano che la lavorazione prosegue, possono o meno sorgere degli intoppi che ne ritardano la pubblicazione. Per la Branch – che in ogni caso uscirà il 23 di questo mese – il motivo risiedeva nel fatto che erano sopraggiunti problemi contrattuali inaspettati anche per l’agente letterario che la trattava (non si trovavano più gli eredi per la firma del contratto), quindi la prudenza ha consigliato di ritardarne l’uscita. Per la White il problema nasceva dalla traduzione che non ci piaceva ed era stata fatta rifare, ma il traduttore ha poi avuto lui stesso un guaio per cui è andato in ritardo. A questo punto, essendo passato troppo tempo, abbiamo deciso di riprenotarlo in libreria, perché mantenere a distanza di tempo quelle vecchie prenotazioni avrebbe potuto infastidire i librai. Mi si dirà che in quei casi si potrebbe cambiare il numero di collana e risolvere il problema, ma non è così, perché ci sono gli altri romanzi che non hanno avuto ritardi e che a loro volta dovrebbero cambiare numero: insomma, si rischierebbe di fare un pasticcio. Quanto al fatto di “annunciare come usciti libri che non lo sono”, non  so a cosa si riferisca. Sul nostro sito i libri vengono annunciati solo in prossimità della pubblicazione, indicando persino il giorno esatto di arrivo in libreria. So che ci sono altri siti che danno per pubblicati i libri quando la rete commerciale comincia il suo giro di vendita e quindi non ci vuole molto ad appurare con un consistente anticipo i programmi della casa editrice. Ma si tratta di una scorrettezza di quei siti che non si premurano nemmeno di interpellarci per sapere quando quei libri verranno pubblicati. Vede che ho ragione quando evito di dire cosa farò in futuro?

Io francamente non credo possano danneggiarla. Anzi, creano aspettativa sui romanzi, si sviluppano dibattitti. Quando viene anticipata l’uscita di un romanzo, su Anobii se ne parla e si discute. Spesso mi chiedono lumi su autori ai più sconosciuti. L’altro giorno ho specificato cosa sia Veleno: un delitto mosaico di Sayers Crofts etc… perchè alcuni pensavano fosse altro romanzo della Sayers. Per me è importante che intorno a qualcosa si parli. Se queste anticipazioni creano dibattito tanto meglio, significa che l’oggetto del contendere è reale ed è nelle aspettative della gente. E’ quando non se ne parla più (come il Giallo Mondadori) che la cosa diventa problematica.

Certo, lo so, ma l’errore è di dare per certe alcune indicazioni temporali che hanno un valore solo per la rete di vendita e seguono delle logiche totalmente estranee a quello che poi succederà. Le faccio un esempio: se io voglio prenotare meglio del solito un determinato libro lo metto in una cedola particolare perché l’esperienza m’insegna che con quel tipo di cedola i librai sono più disponibili, oppure perché i venditori toccano un maggior numero di punti vendita. Questo non c’entra nulla con la data di uscita. Il mestiere dell’editore, al di là delle scelte editoriali, è tecnicamente molto complesso e a volte segue delle logiche in apparenza incomprensibili ai non addetti ai lavori.

Ringrazio il dott. Polillo della sua disponibilità estrema ad ogni chiarimento ed ad aver messo a disposizione del sottoscritto il suo tempo.

Pietro De Palma

[1] Arrigo Polillo era il critico di jazz. La storia pubblicata da Mondadori (che è tuttora in commercio a distanza di 33 anni da quando uscì la prima edizione) è sua.

NUOVA INTERVISTA A MARCO POLILLOultima modifica: 2017-03-11T08:06:47+00:00da lo11210scriba
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