James Ronald: Promessa mantenuta (They Can’t Hang Me, 1938) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N°172, Polillo, 2016

James Ronald, nonostante la cospicua produzione letteraria destinata anche a delitti impossibili e camere chiuse, non è molto conosciuto: nè nel mondo anglosassone, dove si può dire solo due romanzi figurano nelle classifiche, nè tantomeno in Italia, dove nessun suo libro, prima d’ora, era stato pubblicato. A questo ultimamente ha sopperito Polillo, pubblicando They Can’t Hang Me, romanzo che, assieme a Six Were to Die , ha sfidato il tempo, finendo addirittura nella speciale classifica stilata da Lacourbe alcuni anni fa.

James Ronald nacque nel 1905 in Scozia a Glasgow. Fu in Gran Bretagna che cominciò a pubblicare i suoi romanzi. La sua prosa molto fresca fu lodata da autori del tempo, tipo August Derleth. Nel 1938, quando era già uno scrittore con un suo seguito, si trasferì in USA a Fairfield (Connecticut) dove rimase fino al 1955. 

Pur avendo scritto 38 romanzi originali, uno solo è il personaggio ricorrente nei suoi romanzi: Julian Mendoza, un giornalista del London Morning World, che apparve per la prima volta in Death Croons the Blues, del 1934. 

Firmò romanzi anche con due pseudonimi: con quello di Kirk Wales ripropose, nel 1941, Six Were to Die, con diverso titolo: The Dark Angel; con l’altro di  Michael Crombie firmò sei romanzi. Infine con il suo nome effettivo, James Ronald, firmò trentuno  romanzi. . Dal romanzo This Way Out del 1940, fu tratto il film The Suspect (1944) diretto da Robert Siodmak, con Charles Laughton.

L’ultimo romanzo risale al 1953, Sparks Fly Upward. Fu un romanziere legato al periodo d’oro del giallo che non riuscì a scrivere molto dopo la fine della seconda guerra mondiale. L’ultimo suo scritto giallo, fu un racconto A Tired Hearth, pubblicato nel 1958 su E.Q.M.M.

Da allora, fino alla morte, avvenuta nel 1995, non scrisse più nulla.

They Can’t Hang Me parla di un giuramento di vendetta.

Lucius Marplay è un editore di successo. Ha fondato e diretto l’Evening Echo, il giornale più letto di Londra, portandolo al successo. A quel punto sposatosi e divenuto padre, abbandona progressivamente il suo impegno nella testata, delegandolo a quattro suoi collaboratori, che, invece che rafforzarla, la distruggono, portandolo la testa giornalistica alla rovina. E con essa anche il suo fondatore che, oppresso dai debiti e dalle incombenze, si becca un esaurimento nervoso tale da dover essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Dove rimane per vent’anni.

La figlia è divenuta una bella ragazza nel frattempo e ignora che il padre sia vivo: infatti, morta la madre di crepacuore, e affidata ad un tutore, per delicatezza nei suoi confronti non le è stata rivelata l’amara verità, ed invece le è stato detto che il padre è morto. Tuttavia apprende per caso la verità e vuole incontrarlo e qui il suo tutore deve uscire allo scoperto e confessarle perchè suo padre è ancora tenuto in osservazione: è preda di una mania omicida. Ritiene infatti che i suoi collaboratori, che ne lfrattempo hanno rilevato la testata portandolo all’antico successo, lo abbiano raggirato e abbiano provocato tutte le sue digrazie, e perciò ha ordito dei dettagliatissimi piani per ucciderli. Tuttavia, finchè rimangono nella mente del folle, nulla può nuocere. Ma quando Marplay scappa dalla clinica e fa perdere le sue tracce, rifugiandosi nella vecchia sede abbandonata del giornale , in una camera segreta di cui lui solo conosce il meccanismo di apertura, le minacce di tanti anni sembrano risvegliare le paure dei quattro soci. Tanto più quando, uno ad uno, essi muoiono effettivamente di morte violenta: ogni volta viene ritrovato un biglietto di Marplay che conferma di aver mantenuto la promessa.

La prima volta è la volta di Ellis, ucciso con tali violenti colpi di manganello da sfondargli il cranio; la seconda volta è Partridge, in una camera ritenuta sicura al cento per cento, un guscio di cemento senza posti dove nascondersi, e all’esterno vigilata da poliziotti, a venir ucciso con un colpo di pistola, da un fantasma, visto che Marplay sicuramente non è entrato, ma ha lasciato il secondo messaggio; con la polizia che non sa che pesci prendere, il terzo socio, il viscido Craven, la cui occupazione è adescare le segretarie promettendo loro una vita facile in cambio di attenzioni sessuali, e che ha tentato di adescare Joan, la figlia di Marplay, fattasi assumere per intervento dell’aitante Lord Nigel – estensore di una rubrica di gossip sul giornale e innamorato segretamente di lei – allo scopo di procurarsi prove sul comportamento sleale e doloso dei quattro a danno del Lucius Marplay di vent’anni prima, ma gli è andata male (Joan si era anche procurata un disco di dittafono con incisa la confessione di Craven estorta mentre lui era ubriaco, ma è stato rubato da un ex giornalista ora alcoolizzato perso, che verrà a sua volta ucciso dopo aver tentato un improbabile ricatto),viene a sua volta avvelenato con acido cianidrico, senza che sia stato ritrovato il mezzo usato per l’avvelenamento. 

Insomma tre omicidi impossibili: il primo, per impossibilità dell’assassino di aver superato lo sbarramento dei poliziotti (ma superato dall’eventualità che lo stesso si fosse nascosto nella camera segreta della vecchia sede, unita alla nuova da ballatoi); il secondo per manifesta impossibilità, essendo riuscito l’assassino a svanire nell’aria assieme all’arma utilizzata; il terzo per l’assenza dell’arma , anche se Craven è morto in presenza dei poliziotti, dello stesso Ispettore Wrenn e del quarto socio, Peters, dopo essersi spruzzato un profumo, che poi è risultato all’analisi assolutamente privo di gas cianiìdrico.

Il quarto omicidio è nell’aria: viene annunciato, come i precedenti, tramite un trafiletto nei necrologi del giornale, stante l’impossibilità che ciò possa avvenire visti i controlli esercitati. Avverrà per accoltellamento. Tuttavia questa volta l’omicidio sembra andare storto, perchè Marplay verrà fermato e cadrà in acqua. Verrà tuittavia tratto in salvo da uno strano personaggio Alistair McNab, che si è ritagliata la figura di investigatore, cosa che non è nella vita, ma che al momento opportuno, trae d’impaccio la polizia, rivelando i fili conduttori della vicenda e provocando la confessione e il suicidio dell’assassino.

Romanzo molto godibile, è scritto con uno stile molto arioso e leggero, che delizia il lettore.
La storia è risaputa: una vendetta ed una promessa di uccidere. L’espediente non ha una validità solo per la trama della storia, ma anche per la creazione di una tensione narrativa, che riguarda un personaggio non cattivo ma pazzo, reso folle proprio dall’infedeltà dei suoi quattro collaboratori: Mark Peters, Ambrose Craven, Sinclair Ellis e Nigel Partridge in cui lui aveva riposto la sua fiducia. 

Si viene a creare inconsciamente (ma io credo che la cosa sia stata voluta dallo scrittore) una sorta di partecipazione del lettore alle vicende che vede narrate: il lettore, anche se in realtà dovrebbe stare dalla parte di chi persegue il bene e aborrisce  il male, finisce per fare il tifo per Marplay e quasi augurarsi che, nonostante tutte le misure prese per evitare che possa portare a termine i suoi propositi omicidi, egli vada avanti nella sua vendetta. Anche perchè il lettore sa che, nella finzione letteraria, ad ogni omicidio impossibile è legato il piacere da parte del lettore amante dei delitti impossibili di carta, che questi avvengano. In questo, il lettore e il pazzo, sono legati dal medesimo filo conduttore: un testo, trovato nella camera segreta in cui egli si è rifugiato: L’assassinio come una delle belle arti, di Thomas De Quincey.

Il romanzo pertanto è un curioso frullato formato da elementi di Thriller (la promessa di uccidere, portata a termine ogni volta con pervicacia, fredda determinazione ed ingegno) e di Mystery, che sembrerebbe essere un Howdunnit (ricerca del come sia sia svolto l’omicidio) stante la evidenza di chi sia l’assassino. Tuttavia alla fine si vede che il Mystery era anche un Whodunnit, perchè l’assassino non era quello che si pensava fosse, ed invece era altra persona.

Interessante è anche la presenza di tre investigatori sul campo: l’Ispettore Wrenn, Joan e Alastair McNab. Questa particolarità potrebbe essere stata mutuata forse dal successo del romanzo di Leo Bruce, tenuto conto che qui  lo sdoppiamento di McNab in preteso investigatore e reale giornalista qual’è, fa sì che si venga a creare la condizione presente nel romanzo di Bruce: tre investigatori che agiscono ed un quarto (il sergente Beef) che da la soluzione.

Nonostante sia un crogiuolo di trovate e il ritmo non si abbassi e la lettura sia piacevole e agevole, il romanzo non è però un vero capolavoro in quanto risente di idee espresse altrove e anche la scoperta del colpevole non è così ardua come in altri romanzi (come quelli carriani e queeniani per esempio), anzi è piuttosto semplice. Il fatto è che l’espediente alla base del preteso thriller (la promessa di uccidere e la conoscenza dell’assassino) che dovrebbe innalzare la tensione, in realtà se la mantiene alta per quanto concerne sia l’estrinsecazione degli omicidi sia l’individuazione di determinati soggetti, McNab per esempio, non è effettiva per l’omicida, perchè non avendo creato le condizioni perchè più soggetti possano essere accusati, ne deriva che “se non è zuppa è pan bagnato”, ed eliminato il soggetto primo, il secondo dev’essere per forza quello. Questo perchè il romanzo segue il filone dell’Howdunnit classico (anche se qui c’è un elemento whodunnit mascherato) che punta al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione della messinscena, come nei romanzi francesi, laddove, come qui, vi è assenza o comunque poca presenza di elementi psicologici e comunque pochi elementi da sospettare. 

Le idee espresse altrove invece sono da ricercare in espedienti narrativi già utilizzati da altri romanzieri in auge negli anni ‘trenta: per esempio i vari omicidi attribuiti a qualcuno già certo in partenza e invece compiuti da altra persona, mi richiamano alla memoria The A.B.C. Murders del 1935 di Agatha Christie, dove c’è anche l’elemento dell’omicida folle a cui si da la colpa di vari omicidi,  preannunciati, come in questo caso. E ancora : Carr e Queen, accomunati dall’espediente del falso colpevole che distoglie l’attenzione da quello vero. Potremmo trovare una certa similitudine in It Walks By Night del 1930, dove tutti pensano che l’autore degli assassini sia Laurent fino quando si scopre che Laurent è stato precedentemente ucciso e la sua identità presa da altra persona. Sembrerebbe, perchè il riferimento più diretto mi pare quello di Ellery Queen, di The Egyptian Cross Mystery: in quel romanzo c’è la promessa di vendetta, come nel nostro caso; la vendetta che si realizza tre volte, come qui; una vittima sacrificale, tenuta segregata e poi uccisa per far credere una certa cosa, mentre qui tale espediente si realizza in parte. Comunque tutto il resto ricorre.

Infine c’è un altra idea espressa altrove, anche se questa volta è dello stesso autore: infatti la promessa di uccidere, ricorre in un romanzo precedente a questo e come questo parecchio famoso: Six Were to Die, del 1932, dove un criminale minaccia di morte i sei responsabili della sua rovina avvenuta dodici anni prima, e anche lì si assiste alla gara tra chi deve mantenere la promessa e chi deve impedirlo. Come dice John Norris, anch’io lego l’ingegno nella creazione delle trappole mortali, ad esempi altrove espressi da altri: infatti il ricordo immediato è quello di John Rhode e dei marchingegni usati da lui per far uccidere nei suoi romanzi, anche se quello inventato nel caso della Camera Chiusa (omicidio Partridge) mi sembra veramente un’arrampicata sugli specchi: un metodo cioè francamente troppo cervellotico, quando il rumore della mano sbattuta con violenza sulla scrivania, avrebbe benissimo potuto mascherare il rumore attutito di uno sparo col silenziatore, cosa che viene eliminata a priori, invece che tutto il resto. Anche il dialogo falso tra l’omicida e la vittima, mi richiama qualche romanzo e racconto di altro autore, dove per esempio l’espediente del ventriloquismo (che non esiste qui) viene utilizzato per far credere che la vittima al momento giusto, fosse ancora in vita: per es. Problem at Sea di Agatha Christie (1936) o The End of Justice, 1927di John Dickson Carr.

Insomma non un capolavoro, ma purtuttavia un romanzo estremamente godibile.

PIETRO DE PALMA

 

 

 

James Ronald: Promessa mantenuta (They Can’t Hang Me, 1938) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N°172, Polillo, 2016ultima modifica: 2016-09-27T07:28:19+00:00da lo11210scriba
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