Agatha Christie : La sagra del delitto (Dead Man’s Folly, 1956) – trad. Paola Franceschini – Oscar Gialli 47, Mondadori, 1979

Su Agatha Christie non c’è nulla da dire; semmai lo possono i suoi romanzi, uno diverso dall’altro.

Quelli che mi restano più impressi, devo riconoscerlo, sono quelli che trattano di veleni (Se morisse mio marito, Tragedia in tre atti, Due mesi dopo, La parola alla difesa), ma uno, fra tutti, è esemplare per come è impostato: La sagra del delitto .

Qui infatti, mentre in altri la struttura del plot è fissa, perché molto spesso si è partiti da uno spunto di cronaca servito per imbastire il romanzo, qui è libera. Come dice giustamente Stefano Benvenuti nella prefazione al romanzo (lo ritengo il più grande critico che abbia avuto la Mondadori), “il delitto in origine è una finzione letteraria che poi si avvera, seppure in forma di finzione letteraria, più ampia, quella del romanzo”. In sostanza qui Agatha Christie può spaziare in lungo e in largo creando un romanzo a sé, giocando coi ruoli e le testimonianze: ne scaturisce quello che ritengo un romanzo perfetto, nonostante parecchi lo inseriscano nella produzione secondaria. Forse perché negli ultimi suoi testi, sovente Agatha Christie sente la necessità di affacciarsi nel romanzo attraverso un suo avatar, la scrittrice di gialli Ariadne Oliver, presente anche qui, quasi a sottolineare un approssimarsi della sua fine e la volontà di lasciare un segno. Agatha Christie quando scrisse questo romanzo, nel 1956, aveva sessant’anni. Non è quindi un romanzo della sua produzione esplosiva, ma testimonia quanto, anche sessantenne, la Regina del Giallo non avesse perduto per nulla lo scettro, anzi.

Comunque sia, la genesi fu tormentata. Infatti anche in questo caso, il romanzo è l’espansione di un racconto, o meglio di un romanzo breve: The Greenshore Folly (datato 1954). I proventi della pubblicazione di tale lavoro sarebbero dovuti essere impiegati, per volontà della scrittrice, nella realizzazione delle nuove vetrate della Churston  Ferrers Church, la chiesa che frequentava Agatha Christie. Tuttavia, per l’impossibilità che un tale lavoro potesse essere facilmente pubblicato in magazine, per saltare l’ostacolo, Agatha  Christie realizzò un racconto ex novo The Greenshaw Folly mentre il vecchio fu usato come canovaccio per un romanzo, appunto Dead man’s folly (vd. pag. 147 di  John Curran: I Quaderni Segreti di Agatha Christie, Oscar Mondadori, 2010).

Il romanzo nasce – come introduce Benvenuti – da una finzione, da un gioco: a Nasse House, vasta proprietà di Nassecombe, di proprietà di Sir George Stubbs, si è voluto fare una festa. Inizialmente sarebbe dovuta essere una Caccia al tesoro, ma poi qualcuno ha pensato ad una variazione più elettrizzante: una caccia all’assassino. In sostanza un cluedo, non giocato in una casa, bensì in una proprietà, all’aperto. Tutto qui niente di male. E soprattutto come mai Poirot vi capita? Non casualmente. E’ Ariadne Oliver, famosa scrittrice di gialli, a chiamarlo, perché ha avuto l’impressione di essere stata manipolata: è a lei che si sono rivolti gli organizzatori per creare questa originale caccia all’assassino, e lei aveva imbastito gli indizi, l’assassino e la vittima. Solo che qualcuno, trincerandosi dietro persone insospettabili, ha fatto modificare delle cose, che poi a mente fredda, hanno dato modo alla scrittrice di pensare di essere stata usata “per scopi loschi”: Ariadne in sostanza ha paura, una paura che scaturisce da una sensazione, che qualcuno al cadavere falso ne voglia sostituire uno vero. Ecco il perché della presenza di Poirot, annunciato dalla Oliver, da tutti accolto bene, a cui almeno sulla carta viene offerta, come si fa ad una personalità, la mansione di consegnare il premio al vincitore. In realtà lui, comincia a parlare, a far parlare, perché proprio dalle chiacchiere spera di ricavare, come sempre, degli utili indizi, delle tracce da seguire.

In realtà accumula solo degli interrogativi cui al momento non sa dare risposta: perché la vecchia Amy Folliat (i Folliat erano stati i proprietari di Nasse House dall’epoca della Regina Elisabetta I), che ora vive in affitto nella vecchia portineria, dopo aver venduto la proprietà a Sir George Stubbs, dopo aver perduto i figli in guerra e suo marito successivamente, in due occasioni dice a Poirot, prima che “Tante cose sono dolorose, Monsieur Poirot, e poi che “E’ un gran brutto mondo, Monsieur Poirot. E c’è al mondo gente ben cattiva. Probabilmente lo sa anche lei”? Perchè  il vecchio del molo (nella proprietà c’è una darsena provvista di un piccolo molo, ed è proprio nella darsena che dovrà essere trovato il cadavere), Murdle, quando Poirot riporta l’ultima asserzione della vecchia Folliat,  guardandolo stupefatto, riconosce che l’altro deve aver scoperto qualcosa? In realtà Poirot sa di non aver scoperto nulla e si chiede come mai gli altri pensino il contrario.

Perché Lady Stubbs, una ragazza orfana un po’ ritardata di cui si è presa cura la vecchia Folliat, che poi ha convinto Sir Stubbs a sposarla, aprendo una lettera si mostra sorpresa e anche spaventata dall’arrivo di un suo lontano cugino, Etienne de Sousa, che arriverà nel pomeriggio a bordo del suo panfilo? Perché dice a Poirot che Etienne “..è cattivo. E’ sempre stato cattivo. Mi fa paura. Fa cose cattive”? Quali sono queste cose cattive? Qualcuno dirà più in là, Stubbs, il marito, che “ammazzava le persone”, sulla base di indiscrezioni avute dalla moglie. Perché Marlene Tucker, la vittima designata, una ragazza scout figlia di gente di modesta condizione, presentata a Poirot, lamenta di non essere stata prescelta per essere pugnalata ma strangolata, e chiede all’investigatore belga se ne abbia “..visti tanti di assassinii”?

In realtà Ariadne aveva concepito ben altra vittima: sarebbe dovuta essere Sally Legge, la moglie di Alec Legge, ad esserlo. I due che sono degli sposini venuti ad abitare sei mesi prima a Nassecombe, hanno conquistato tutti, soprattutto lei, mentre lui è schivo e misantropo. Ariadne aveva pensato a lei come vittima, ma poi siccome la ragazza aveva stupito tutti con la sua lettura delle carte, qualcuno aveva pensato ad altra vittima, per poi ancora una volta ripiegare su altra persona, perché lei, Sally, avrebbe dovuto impersonare Zuleika, una maga lettrice di carte che predice il futuro. E lo stesso luogo di rinvenimento del cadavere, un capanno per attrezzi di lavoro, era stato cambiato nella vecchia darsena, a cui si accedeva per mezzo di una chiave Yale in possesso di sole tre persone: Ariadne, Stubbs (in un cassetto dello studio), la persona che arriva a trovarla nascosta tra le ortensie nel viottolo (ma al momento del ritrovamento del cadavere di Marlene, è ancora nascosta laddove l’aveva nascosta Ariadne Oliver).

Fatto sta che lo spettacolo comincia e tutto sembra andare nel verso giusto; e Poirot si sente sempre più di troppo, si sente vecchio, per essere stato chiamato da una vecchia amica a prevenire qualcosa che invece non sa se e quando accadrà, anche perché dell’ambiente non ha ancora capito nulla. Sembra un gioco di società come tanti altri: vi sono a corollario pesche di beneficenza, gare di lancio delle noci di cocco, vendita di confetture e marmellate, gare di birilli. Ma accadono anche delle cose strane: intanto arriva Etienne, che vuole riabbracciare la cugina, ma proprio lei non si trova, mentre avrebbe dovuto presiedere una manifestazione di bambini; Zuleika, cioè Sally legge, invece di stare nella tenda a predire il futuro scompare (dice di essere andata a prendere il tè ma è sbugiardata da una testimonianza di Amy Folliat) e guarda caso uno dei ciondolini d’oro che pendono dal suo braccialetto, verrà scoperto da Poirot in una fessura della piattaforma di calcestruzzo della Follia, una sorta di padiglione nel giardino: perché era andata lì e con chi si era incontrata ? Amanda Brewis, la governante, segretamente innamorata di Stubbs, che neanche si accorge della sua presenza, dice di essere stata incaricata di portare a Marlene dei pasticcini e una bibita, ma a tutti pare una cosa strana perché Lady Stubbs non si è mai interessata agli altri ma solo a se stessa. E’ vero che è andata lì?

Tanti interrogativi che si porranno poi ampliati a Poirot dopo che lui e Ariadne, camminando insieme, si saranno diretti alla darsena per salutare Marlene, e qui, invece di trovare la  ragazza in attesa di essere uccisa per finta, troveranno la ragazza uccisa per davvero. Per di più strangolata.

Ecco appressarsi e concretizzarsi le paure di Ariadne: qualcuno, approfittando della sua impostazione, ha ucciso per davvero la ragazza; qualcuno che ha usato la chiave Yale per aprire la porta, oppure qualcuno che si è fatto aprire la porta, quindi pur sempre qualcuno che la ragazza conosceva, uno del suo entourage; qualcuno che dopo aver strangolato la ragazza l’ha messa nella posizione in cui sarebbe dovuta essere per gioco!

Figurarsi Poirot! Non solo non ha capito gli indizi ma non è riuscito neanche a capire chi potesse essere la vittima reale! Però pervicacemente si mette ad investigare,

Intanto Lady Stubbs proprio non vuole rientrare: è scomparsa. Tutti la cercano, ma nessuno l’ha vista più da quando è stata vista camminare sul prato con delle scarpe dal tacco altissimo, un gran cappello e un abito appariscente: dove mai sarebbe potuta andare con un simile vestiario? Eppure nessuna l’ha vista uscire! Deve essere lì a Nasse House, da qualche parte. Il marito, Stubbs, è fuori di sé; la moglie del deputato di Nassecombe, Masterton, vorrebbe che la polizia usasse i segugi. Insomma tutti cominciano a fare delle supposizioni, che più passa il tempo, più si avvicinano all’inevitabile: anche Lady Stubbs è stata uccisa. E a questo punto acquisterebbe un senso anche la morte della ragazza: può essere stata uccisa perché aveva visto o sentito qualcosa che non avrebbe dovuto vedere o sentire? Quindi la morte della ragazza avrebbe seguito quella di Lady Stubbs.

Passano i giorni, le settimane, e Lady Stubbs non si trova, cioè non si trova il suo cadavere. Poirot non si da vinto, e prosegue la sua caccia, sicuro che se volesse, la vecchia Folliat potrebbe fornire più di un indizio alle indagini, perché lei sa benissimo che Lady Hattle Stubbs è stata uccisa.  O almeno lo pensa. Ma la vecchia non parla. Fino a quando Poirot non saprà di un terzo omicidio, la morte creduta incidente del vecchio barcaiolo Murdle, e lo stesso era il nonno di Marlene. E capirà tante cose: perché mancava dalla vecchia darsena un fumetto, di quelli che leggeva Marlene, con annotato in calce un altro indizio, che diceva di guardare dentro un sacco; perché Marlene aveva ricevuto tanti regali e perché lo stesso Murdle aveva dei soldi di cui nessuno riusciva a spiegarsi l’origine; perché Lady Stubbs non voleva incontrare il cugino Etienne; perché Etienne diceva di avere spedito la lettera che annunciava la sua venuta tre settimane prima, mentre invece risultava che era arrivata solo la mattina della lettura da parte di Lady Stubbs; perché nello sguardo infantile e vacuo di Hattle,  Poirot aveva creduto di vedere un lampo di perspicacia; che era  Michael Weyman, l’architetto che stava realizzando un campo da tennis nella tenuta, colui con cui si era incontrata furtivamente nella Follia, Sally

Legg alias Zuleika

In un drammatico confronto, Poirot rivelerà anche a Amy Folliat, dopo averne parlato all’Ispettore Bland e al Capo della Polizia, il nome degli assassini e una macchinazione giunta da lontano, di cui la vecchia sapeva qualcosa: in un certo senso lei si potrebbe definire colpevole di favoreggiamento personale, perché non parlando ha in qualche modo causato la morte di Marlene anche se non poteva prevederlo, e di suo nonno.

Francamente mai come in questo romanzo, il lettore può riuscire a capire il filo logico degli eventi e a dare un nome al colpevole, prima della rivelazione da parte di Poirot, perché – ed è per questo forse che questo romanzo è uno dei miei preferiti – alla base di tutto c’è una macchinazione, una messinscena messa a punto nei minimi dettagli: non vi è un assassino, ma due, che agiscono in comunione di intenti, insieme, anche se uno dei due è fuori gioco, o almeno sembra esserlo, dall’inizio del dramma. Niente è come sembra. La stessa sparizione di Hattle Stubbs potrebbe configurarsi in un omicidio impossibile, perché nessuno l’ha vista allontanarsi dal Nasse House, eppure è sparita, e non c’è nessun posto dove qualcuno avrebbe potuta farla sparire così…su due piedi, neanche nel boschetto che confina con la proprietà, da cui molto spesso delle turiste sconfinano in Nasse House, per andare più facilmente al fiume.

Per di più uno dei due omicidi precede l’altro di molto, il che non sembrerebbe in un primo tempo; e la stessa morte di Murdle acquista una spiegazione quando si capisce che stava ricattando qualcuno, e doveva aver rivelato qualcosa alla nipote, ragazza un po’ tarda che non aveva capito la pericolosità delle rivelazioni. Lo stesso Poirot commenterà ad Amy Folliat che un assassino che ha ucciso tre volte, non è detto che si fermi, mettendola in guardia su una sua possibile uccisione.

Il luogo della sepoltura di Hattle risulterà essere la Follia, e in ciò, quando l’ho riletto questo romanzo (lo lessi per la prima volta quasi quarant’anni fa), ho ricordato qualcosa che quarant’anni fa non avevo visto: un film di George Marshall con Glenn Ford e Debbie Reynolds, Gazebo (1959). La storia di uno scrittore di gialli che ricattato uccide il ricattatore e ne seppellisce il corpo sotto un gazebo, una struttura simile alla Follia: mi ricordo la scena della tempesta quando il vento distrugge il gazebo e scopre la tomba improvvisata del ricattatore. Possibile che la sceneggiatura, basata su un lavoro di Alec Coppel,  avesse preso qualcosa dal romanzo di Agatha Christie?

E assodato questo, ovviamente anche il resto avrà uno sviluppo diverso: innanzitutto l’identità vera di Lady Stubbs e le sue vere condizioni economiche iniziali, e quelle di Etienne; e perché fosse stato fatto sparire il fumetto con l’ultimo indizio alludente al sacco.

Inoltre ancor una volta – sembra davvero essere questo il leit motive ricorrente nell’opera della Christie – compare un soggetto che si credeva morto (il ritorno di una persona che agisce sotto mentite spoglie), a cui qui fa da contr’ altare  un’azione del tutto opposta concernente altro soggetto (una specie di originalità, che complica ancora di più il plot). Nel momento in cui Poirot avrà scoperto tutto, avrà un senso la battuta del Capitano Warburton a lui, all’inizio del romanzo quando, interrogato  circa una foto, lui aveva ipotizzato essere una finestra con le sbarre, mentre era in effetti un particolare ingrandito di una rete da tennis: “Dipende da come si guarda la cosa”. In altre parole: sotto una diversa prospettiva, una cosa acquista un significato che prima non aveva.

Cosa che metterà in pratica Poirot.

Anche se i dialoghi non sono il massimo in Christie, il romanzo è uno dei più sensazionali per plot e soluzione. E anche uno dei più cattivi di Agatha Christie: gli assassini sono cattivi entrambi, ma veramente! Uccidono (due omicidi uno, uno ) per avidità, non esitando a farlo nei confronti di persone ritardate mentalmente (Lady Stubbs e Marlene Tucker, una ragazzina) e recitano la loro parte così magnificamente, da portare la polizia e inizialmente Poirot, su una falsa pista: saranno le testimonianze di Brewis su Lady Stubbs, la sua sparizione, la sparizione del fumetto con l’indizio, le asserzioni di Murdle, e il suo ricatto e quello che saprà interrogando la madre di Marlene ad aiutarlo a squarciare il velo degli eventi.

Notevole.

Pietro De Palma

Agatha Christie : La sagra del delitto (Dead Man’s Folly, 1956) – trad. Paola Franceschini – Oscar Gialli 47, Mondadori, 1979ultima modifica: 2016-08-14T18:12:02+00:00da lo11210scriba
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