Alan Thomas – Morte in ascensore (The Death of Lawrence Vining, 1928) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N° 158, Polillo, 2015

Che The Death of Lawrence Vining di Alan Thomas sia un capolavoro del genere “Camera Chiusa”, è un fatto indubitabile. Tuttavia è strutturato in modo singolare  e per questo desidero analizzarlo nella sua completezza.

Sarebbe stato meglio non intitolarlo “Morte in ascensore”, in quanto nel suo titolo italiano, il romanzo si presta ad essere confuso con analogo romanzo di Ngaio Marsh, come da me già detto nell’annuncio del romanzo, con la ripresa delle pubblicazioni dei Bassotti (vedi articolo “La Resurrezione dei Bassotti”). Noto curiosamente che ambedue i romanzi non abbiano nulla nei loro titoli originali che si presti ad essere interpretato come “ascensore”; e i delitti sono diversi (e in quello di Ngaio Marsh c’è per di più un avvelenamento). Semmai, ci sarebbe un’altra Camera Chiusa che avviene in un ascensore, posteriore a questo romanzo: Drop to His Death / Fatal Descent, scritta a quattro mani da Carter Dickson (John Dickson Carr) e dal suo amico John Rhode. Tuttavia si tratta di altro tipo di Camera, “più tecnologica” in cui la vena di Rhode nell’inventare strani marchingegni prende il sopravvento su quella mi pare di Carr.

Innanzitutto osserviamo come dei vari romanzi sfornati da Thomas (nato nel 1896 e morto nel 1970), questo, la sua opera prima, sia da tutti ritenuto il migliore: Thomas esordì col botto, ma poi, come spesso accade, non seppe ripetersi con altre sue opere. Di queste altre quindici, come si legge nelle note nel risvolto del volume Polillo, “solo otto possono essere considerate veri e propri mysteries, mentre le altre hanno un risvolto giallo solo marginale”.  La considerazione mi sembra di grande importanza perché mi servirò di quest’affermazione per spiegare il mio punto di vista a riguardo. Infatti, a mio parere, per assurdo che possa sembrare, anche questo romanzo potrebbe rientrare nell’ambito di quelli in cui il risvolto giallo hanno un’importanza marginale: infatti a me sembra che ad Alan Thomas, nel momento in cui scrive la trama, interessi più scrivere una storia romanzata, che un vero romanzo giallo. In questo è indubbio che vi sia una profonda differenza tra un romanzo di Agatha Christie, o di John Dickson Carr ed uno, nella fattispecie questo, di Thomas. Mentre nei primi la trama gialla prende tutto il libro e il resto gli spiccioli, in Thomas è il contrario a me pare: in sostanza la trama del giallo vera e propria, la sua presentazione e soluzione, occupa le due parti estreme, mentre nel mezzo trova spazio la parte romanzata del testo, in cui Thomas si lascia prendere la mano dal voler raccontare, dal dimostrare che sa narrare. Oddio, non che non riguardi il plot, ma tuttavia la sostanza è trattata non con la stessa forza e tensione delle parti opposte ed estreme!

Vediamo di capire meglio cosa tratti allora.

Lawrence Vining è un detective dilettante che ha aiutato in varie occasioni Scotland Yard a districarsi in casi particolarmente rognosi, e per questo possiede una reputazione di primo piano. Tuttavia al di là del suo superiore istinto rivolto alla deduzione pura e alla soluzione dei problemi più complessi, Lawrence Vinig è un uomo senza scrupoli, ambizioso, senza moralismi, che opera in funzione non del bene comune ma del proprio tornaconto: così quando consegna al boia John Plunket, accusato di avere ucciso un commerciante durante una rapina, stritolandolo in un insieme di accuse e di sospetti, che risulteranno in seguita fabbricati ad arte, ma non per questo veri in senso assoluto. Quello che conta è aver individuato un possibile colpevole, non che fosse l’unico effettivo. Lascerà a piangerlo i figli, che odieranno da quel momento il primo boia del padre.

Lawrence tuttavia non è solo, ma è stato aiutato nell’indagine dal suo aiuto, il dottor Benjamin Willing; anzi questi, ha raccolto gli indizi, che hanno permesso al “grand’uomo” di analizzarli e giungere tramite essi all’incriminazione del sospettato. Willing è la spalla di Vining, anzi si può dire, in un sensato paragone, che per lui sia come il Watson di Sherlock Holmes.

Vining ha un figlio adottivo, Jack Ransome, e vuole che diventi un chirurgo; ma quegli invece è maggiormente incline ai cavalli e alle donne, piuttosto che ai libri, e così tra i due non scorre buon sangue, finchè Vining, saputo dell’intenzione del figlio adottivo di sposare la sua segretaria, Pamela, afferma di volerlo diseredare. A questo punto entra in scena un amico di Vining, il colonnello Robinson, che prende le parti del figlio adottivo di Vining, senza riuscire tuttavia a far cambiare idea all’amico. Si vedrà nel prosieguo della storia come sia Jack sia lo stesso Robinson avevano validi motivi per odiare Vining, e non per forza gli stessi.

Insomma, Vining, non è che sia da tutti amato. E così accade che qualcuno desideri di eliminarlo. E ci riesca, con un delitto altamente spettacolare: Vining prende l’ascensore della Metropolitana di Hyde Park, per raggiungere il treno, ma se quando entra nell’ascensore è vivo, quando l’ascensore, in cui egli è completamente solo, arriva a destinazione e si apre, Vining crolla a faccia in giù morto, con un pugnale infisso nella spalla: nella cabina, non c’è nessuno oltre lui. Chi mai può essere stato e come soprattutto vi è riuscito?

Dello spettacolare delitto è incaricato l’Ispettore Widgeon, che comincia ad investigare. Viene aiutato, anzi è lui che accetta che di essere supportato, dal dottor Willing, che peraltro, assieme al bigliettaio, è l’unico testimone che abbia visto scendere la vittima nell’ascensore (si trovava nel luogo del delitto per caso) e ne abbia constatata la morte. Per lui, Willing opererà nella stessa veste che ha avuto in tanti casi al fianco di Vining: è il miglior modo per lui di aiutare l’amico morto, assistere l’ispettore nelle sue indagini.

Widgeon indaga, ma dall’indagine nebulosa, non emergono a prima vista fatti che possano spiegare la morte di Vining, quanto una serie infinita di indizi e di fatterelli che sembrano non avere alcuna connessione col caso. Così viene a sapere che Vining probabilmente è stato attirato in una trappola da un certo “Cappello Rosso”. Chi è? Scoprirà che un Cappellino rosso lo indossa la cameriera di Vining, Grace, che se l’intende col bigliettaio della stazione metro di Hyde Park, uno dei due testimoni dell’omicidio di Vining, nonostante questi sia già sposato.  E poi si verrà a sapere che il capitano Jack Ransom, che lavora come praticante medico nel Georges Hospital è scomparso, e con lui anche il domestico malese di Vining; guarda caso la camera in cui Ransom si riposava, nell’ospedale, si trova molto vicina al luogo dell’omicidio; il pugnale confitto nella spalla di Vining, fino al manico, è un kriss malese, istoriato, con il manico in avorio, che ha una storia che rimanda al lontano Oriente: fu rubato, pare da Vining ad un sultano, perché si aggiungesse a tutta una serie di oggetti preziosi orientali che Vining collezionava.  Tale furto, che aveva coinvolto un oggetto sacro, si era risolto con la minaccia di morte nei confronti del ladro. Quindi, un altro possibile movente, oltre a quello dell’interesse, e della vendetta, si aggiunge: l’onore. Ed un altro possibile sicario: il domestico malese. Che a sua volta scompare. Sono sue le impronte trovate sul mobiletto di casa Vining, nel quale era custodito il pugnale malese. Ma è stato davvero lui ad uccidere Vining? E come?

Dopo mille risvolti in cui alcuni che sembravano colpevoli verranno riconosciuti innocenti ed altri che sembravano innocenti verranno riconosciuti colpevoli, anche se solo di complicità, si giungerà all’individuazione del vero colpevole. Tuttavia esso sfuggirà alla giustizia, perché l’ispettore, pur avendo capito chi possa essere, non riuscirà a raccogliere prove certe della sua colpevolezza. Il delitto perfetto, verrà svelato nell’ultima parte del romanzo, nelle pagine del diario dell’assassino, rimasto impunito ma morto successivamente per altre cause, una volta che il suo esecutore testamentario ne avrà curato le ultime volontà.

La soluzione è altamente spettacolare, veramente una delle migliori camere chiuse lette negli ultimi anni: ancora una volta ci troviamo dinanzi ad una messinscena, che sin dall’inizio vuole scombussolare i piani della polizia: non si tratta di un delitto che per un caso fortuito diventa una Camera Chiusa, ma di un delitto che vuole essere riconosciuto sin dal primo momento come una Camera Chiusa. Perché il fine deve essere che esso sia e rimanga irrisolto.

Per quale motivo?

Direi che ancora una volta esso è collegato Lawrence Vining: l’assassino vuole oltraggiare la memoria del detective che risolveva tutti i casi impossibili, facendo in modo che proprio la sua morte non venga risolta.

Interessantissima la struttura del romanzo. Tre sono  i protagonisti, e tre le sezioni del romanzo in cui essi svolgono un ruolo predominante: nel primo, in cui vengono narrate le vicende di Vining è egli il protagonista; nel secondo, in cui si parla della sua morte e delle indagini, protagonista è l’Ispettore; nel terzo, in cui c’è la confessione a posteriori, protagonista  è l’omicida di un delitto perfetto.

Chi è l’assassino? E’ una persona che ha imparato ad odiare Vining e lo ha odiato sempre più sino a concepire un piano così perfetto e così privo di intaccature, che l’ispettore riconoscerà rivolgendosi all’assassino, come egli non abbia fatto nulla perché lui, Widgeon, non lo potesse trattenere (in carcere). E non è un assassino piovuto dal cielo, ma una persona che è presente in tutto il romanzo, che si presenta sotto altre vesti e solo alla fine confessa, seppure a se stesso (il suo diario) di essere il colpevole. In questo manifesta il suo vero fine: che non è vendetta, non è onore tradito, non è interesse monetario, ma la pubblicità, il diventare famoso a sua volta, uscire dall’anonimato, e rubare anche da morto a Vining le luci della ribalta.

Se vogliamo le uniche pecche di un piano perfetto sono due particolari insignificanti: l’impermeabile che Vining aveva sulla spalla all’atto di entrare nell’ascensore; e il biglietto del treno, le cui assenze nella cabina, convincono l’ispettore che i fatti si sono svolti in altro modo. Ma questi particolari, per la perfezione del costrutto centrale del piano, non saranno di alcun aiuto.

Il romanzo è interessante anche per una certa vena dissacratoria e sarcastica presente in essa.

A pag. 110 Widgeon fa visita a casa di Robinson e aspettandolo fa considerazioni sui suoi interessi. In particolare su dei libri polizieschi: riflette sul fatto che essendoci tanti crimini sulla vita reale non capisce proprio come ci si debba scherzare sopra; ma soprattutto li odia perché in essi di solito quando si parla dei poliziotti di Scotland Yard essi  vengono tratteggiati di solito “come un branco di imbecilli”. L’ironia è lampante: Alan Thomas cita se stesso, ed il suo romanzo, ed il suo ultimo fine. Infatti in esso alla fin fine Widgeon apparirà, alla luce dell’assassino (e del lettore), un perfetto imbecille. Anche se non sarà per nulla facile stanare l’omicida. La vena dissacratoria mi pare però che sia ancora più fine: nel suo romanzo Thomas celebra la morte di Sherlock Holmes, nelle vesti di un suo ideale erede; ed inverte anche la stessa dicotomia Sherlock Holmes-Dottor Watson, in quella del Dottor Willing-Widgeon. Infatti l’unica sensata ipotesi di tutto il romanzo sarà quella di Willing, che cioè il delitto possa venir spiegato con il lancio da lontano, di un pugnale. E’ come se il dottor Watson/Willing, per un momento avesse rubato la scena a Sherlock Holmes/Widgeon, rivelando come sia morto un altro Sherlock Holmes/Lawrence Vining. Ma non sarà questa la soluzione esatta.

Il romanzo è ancor di più una commedia degli equivoci e delle false piste, e risponde a quel tipo di romanzo tipico degli anni venti, in cui l’assassino non sarà mai una donna, perché una donna è un essere delicato che sa solo innamorarsi di mascalzoni e soffrire per la morte di un padre innocente, ma non sarà mai colui che vibra il colpo mortale; in cui ci sono echi orientali; in cui c’è una vicenda che affonda le proprie origini nel passato (come non ricordare proprio un romanzo particolare di Sherlock Holmes?); in cui c’è un falso padre adottivo, un falso amico colonnello, e un vero padre non riconosciuto tale; e una storia d’amore del passato finita tragicamente; in cui ci sono detectives in piena luce (i due Sherlock Holmes: Widgeon e Vining) e detectives in ombra (Watson e Willing) ma non meno importanti; in cui ci sono due morti, una vera ed una virtuale, ma dello stesso personaggio: muore Vining ed è come se morisse Widgeon, non risolvendo il caso. Insomma il romanzo è come se fosse la morte del romanzo giallo nella sua apoteosi: l’assassino diventa più importante del detective, in quanto lo vince a singolar tenzone. E’ un romanzo in cui l’assassino vince sul detective il quale si riconosce perdente.

Ma nel florilegio degli indizi e delle false piste, si cela una volontà di narrare, che rivela il vero fine dell’autore: narrare una storia, o meglio tante storie collegate tra loro in una storia, e nel tempo stesso collegarle ad un delitto, ad una camera chiusa, che irrisolvibile in quanto tale, pretende di aver la scena solo all’inizio e alla fine, di essere cioè l’alfa e l’omega del romanzo. Per il resto un romanzo, anche prolisso, che allunga il brodo con esotiche narrazioni e descrizioni, che tuttavia lungi dal voler avere una parte similare a quelle del delitto e della sua soluzione, ha il compito di aggiungere fumo e allontanare con ipotesi quantomeno fantasiose il lettore dal vero responsabile, che il lettore attento se non malizioso avrebbe individuato se non immediatamente, almeno quasi.

Quindi se non esiste a mio modo di vedere un assassino incredibile, e quindi in ultima analisi il “Whodunnit” non viene del tutto soddisfatto perché il lettore attento e smaliziato potrebbe individuare l’assassino per il suo comportamento e per un certo depistaggio, il romanzo invece si connota come un campione di quel genere detto “Howdunnit”, in quanto parte predominante l’ha il spiegare “come” l’assassino abbia ucciso, attuando un illusionismo della più alta specie, in quanto “il chi” prima che la parte finale cominci, è stato rivelato, e chi aveva pensato che fosse lui, ha finalmente detto “lo sapevo..”. Un illusionismo cui non partecipa il solo assassino e la vittima, ma degli attori comprimari e complici, che hanno delle parti fondamentali nel piano, e che scompaiono anche loro e non sono rintracciabili dalla polizia. In un certo senso questo romanzo di Thomas è l’opposto di Tour de Force di Christianna Brand: mentre qui  la messinscena avviene prima del delitto, e chi impersona la vittima, precede la morte della vittima stessa, lì chi impersona la vittima, l’impersona dopo che l’omicidio è avvenuto.

Insomma un’altra tappa fondamentale del genere “Locked Room” ed un romanzo che è impossibile che l’amante del genere non legga, in cui accadono tantissime cose (di cui non ho parlato) e in cui, seppure la tensione sia palpabile nell’inizio e nella fine, e meno nella parte centrale del romanzo, tuttavia la narrazione si distende ed è facile da leggere. Semmai può far storcere il naso a taluni, il fatto che di punto in bianco, dopo che il delitto impossibile è stato presentato all’inizio e poi nel corso della narrazione vera e propria, nient’altro è emerso nè si è detto, nel finale, esso venga rivelato con dovizia di particolari. A taluni ha dato fastidio il fatto che Thoman non fosse del tutto sincero coi lettori, abituati al fair play di Carr. Ma far confronti impropri non è corretto soprattutto nei riguardi dei più deboli: del resto, se Thomas avesse parlato dei particolari cui allude nell’epilogo, prima, sicuramente molti lettori in più rispetto a quelli che vengono sorpresi dalla rivelazione finale, sarebbero arrivati parecchio prima all’individuazione del colpevole. In sostanza quindi Thomas ricorre al vecchio espediente di allungare il brodo ed aggiungere un po’ di fumo negli occhi, giustificandolo con il voler, da parte dell’ispettore Widgeon, raggiungere l’incriminazione del colpevole partendo da lontano e seguendo vie traverse, con l’interrogatorio continuo degli altri attori del dramma, sperando che l’assassino vero si tradisca. Cosa che non accade, e giustifica la rivelazione finale post mortem dell’assassino. Del resto è da virtuosi del romanzo poliziesco, tenere viva l’attenzione e la tensione dei lettori, puntando su un solo fatto delittuoso; ecco perchè parecchi grandi autori, quando confezionano libri di un certo numero di pagine, per tenere fissa la percezione della tensione, inseriscono più delitti nello stesso romanzo.

Un ultimo appunto: l’Ispettore Widgeon, dopo esser apparso (ed esser stato sconfitto suo malgrado) in questo romanzo, riapparirà in un altro romanzo di Alan Thomas, Death of the Home Secretary (1933).

Pietro De Palma

Alan Thomas – Morte in ascensore (The Death of Lawrence Vining, 1928) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N° 158, Polillo, 2015ultima modifica: 2015-12-11T00:31:25+00:00da lo11210scriba
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