Georgette Heyer : Delitto Imperiale (Envious Casca, 1941) – trad. Grazia M. Griffini – Sperling & Kupfer economica, N. 1132

Parecchio tempo fa ho già introdotto un romanzo di Georgette Heyer:  oggi parlo di un altro, emblematico.

Si tratta della sua migliore Camera Chiusa, talmente rinomata, da essersi guadagnata l’onore di essere parte della lista approntata da Lacourbe anni fa per il suo saggio “99 Camere”.

Emblematica, dicevamo. Già il suo titolo è indicativo: Envious Casca. Più che emblematico…spiazzante, soprattutto per l’italiano medio che non hai mai letto Shakespeare. Si sa che gli inglesi stravedono per la loro gloria nazionale, e spesso nei gialli si trovano riferimenti tratti da sue tragedie o commedie.  E’ anche questo il caso: Envious Casca (l’invidioso Casca) compare infatti in un verso del Giulio Cesare: “See what a rent the envious Casca made”, cioè “Vedi ciò che di male ha fatto l’invidioso Casca”.  Ma chi fu Casca?

Publius Servilius Casca Longus, di una famiglia fedele a Cesare, fu uno dei congiurati (assieme al fratello Gaio Servilio, amico di Cesare) che assassinarono Giulio Cesare: Publio Servilio Casca, in particolare, fu il primo a colpirlo, attaccandolo alle spalle e trafiggendogli il collo, dopo che Lucio Timbro aveva afferrato la toga di Cesare distraendolo. Poi fu tribuno della plebe, ma successivamente, proscritto, dovette andare in esilio in Oriente e rifugiarsi presso i due capi della congiura, Bruto e Cassio. Quando i due furono sconfitti a Filippi, Casca preferì suicidarsi.

E’ evidente quindi che Casca indica una persona invidiosa che uccide. Vediamo un po’ lo svolgimento della storia.

E’ Natale, e siccome a Natale le famiglie si riuniscono, anche quella Herriard si riunirà. A fare gli inviti è stato Joseph che, sposato con Maud da molti anni, attore fallito lui ed ex ballerina lei, sono mantenuti dal fratello di Joseph, Nathaniel Herriard, ricco proprietario scorbutico, che non può proprio sopportare i suoi congiunti e più lontani parenti. Ma Joseph è riuscito a fatica a convincere Nathaniel. E’ lui che abbellisce la casa con ghirlande e con vischio.

Alla riunione a Lexham Manor, partecipano i nipoti Paula e Stephen tra loro fratelli, coi rispettivi accompagnatori: Valerie Dean, fidanzata di Stephen, un’oca insulsa, e Willoughbly Rodion, commediografo a tempo perso. Poi c’è Mathilda Clare, lontana cugina degli Herriard, ed Edgar Mottisfont, socio in affari di Nathaniel. Tutti stanno lì, chi più chi meno, attirati più che dalla compagnia degli altri, dai soldi dello zio Nathaniel : Stephen, che dall’inizio del romanzo, viene indicato come l’erede più accreditato alla ricca sostanza di Nat, è perennemente in rotta con lo zio Nat; lo zio Joseph si rivolge a lui con affetto ma viene trattato con disprezzo dal nipote; Paula è lì per chiedere allo zio Nat un regalo di duemila sterline che possa servire a mettere in scena la commedia di Rodion, Assenzio, e Willoughbly più direttamente è lì per accompagnare la compagna e vedere di spillare i soldi; Mathilda è l’unica che sembrerebbe poco attirata dai soldi, mentre Edgar è in rotta col socio (che però ha il capitale) per una certa trattativa commerciale, e sta lì per cercare di ricucire i rapporti,

Ben presto l’atmosfera si fa rovente: i battibecchi tra Joseph e il fratello, Nat e Stephen e Stephen e Joseph continuano e si fanno sempre più accesi. Joseph sembra un martire tanto sopporta il disprezzo del fratello e del nipote; Nat e Stephen litigano per l’oca della fidanzata di Stephen, che Nat sospetta essere attirata più che dal giovane, dalle sostanze che lui erediterà; Nat e Joseph, per tutte le goffagini di Joseph; Nat e Paula litigano platealmente fino a che il primo minaccia la nipote di diseredarla e la nipote augura allo zio una morte repentina: motivo del contendere è la commedia di Willoughbly che Joseph ha insisitito perché declamasse ai presenti, e in cui la parte creata per Paula, attrice di teatro, sembra fatta proprio per lei, anche se lei interpreta la parte di una prostituta; Edgar e Nat litigano furiosamente a loro volta per le loro trattative commerciali: come verrà spiegato più tardi, Nat si oppone a che la loro impresa di export si occupi di vendere anche armi ai cinesi, durante la guerra cino-giapponese, anche se dal commercio delel armi potrebbero derivare introiti sostanziosi.

Insomma, l’atmosfera non è delle migliori, anzi, francamente pessima. Peggiora ancor di più quando Nat, incavolato nero decide di salire in camera sua, e l’ira sfocia in una sciatalgia: zoppicante si avvia alle scale, ma ecco che il fratello gli da “una calata” sulle spalle, strappandogli un’atmosfera di dolore, e mutando la sua ira in ira funesta. Nat allontana Joseph che lo vorrebbe accompagnare sopra, quando a metà della scala inciampa in una scaletta lasciata là distrattamente da Joseph e servita a mettere le ghirlande, e cade. Joseph lo rialza cercando di accompagnarlo, ma Nat esprimendo dolore e toccandosi il bacino, lo allontana e arrancando sale in camera sua e si chiude dentro. A questo punto gli ospiti dovrebbero salire nelle rispettive camere per riposarsi, lavarsi e scendere per la cena. Ma una volta accaduto, Nat non si vede, tanto che Joseph e Stephen vanno a vedere se sia accaduto qualcosa. Intanto Sturry, il maggiordomo, richiama la loro attenzione sul fatto che Nat non risponda ai suoi richiami e che la porta della camera sia chiusa a chiave da dentro. Non sapendo come aprire la porta, riescono asfondarla e quando entrano trovano Nat adagiato per terra come se stesse dormendo, solo che Joseph ritraendo la mano sporca di sangue dalla giacca capisce che qualcuno l’ha pugnalato alle spalle. Intanto Joseph si accerta che le finestre siano chiuse o aperte e le trova sbarrate dall’interno, mentre Sturry a sua volta si accerta che una porta nella camera da letto, che condivide il bagno con la camera di Rodion, sia anche lei chiusa dall’interno. Insomma parrebbe, date le varie impossibilità di fuga, che Nat si fosse ucciso. Ma anche se così fosse, ed il punto sarebbe assai scomodo per uccidersi, ci dovrebbe essere lì l’arma, che però non si trova.

Quindi il pugnale o coltello è scomparso dalla camera e pertanto non può che essere omicidio: ma come ha fatto l’omicidio ad uscire e lasciarsi alle spalle porta d’entrata, porta del bagno e finestre tutte chiuse dall’interno, nella camera?

Un’altra cosa strana che scompare è un libro, quello che Maud, la moglie di Joseph, stava leggendo: un libro preso in prestito da una biblioteca circolante, circa una grande imperatrice dell’Impero Austro-Ungarico. E’ un furto da mettere in relazione all’omicidio oppure no?

E con due cose che scompaiono, una riappare: il portasigarette piatto di oro che Stephen aveva lasciato giù, che poi era stato preso da Valerie, e che infine si trova nella camera da letto di Stephen. L’Ispettore della Contea, Colwall non sa che pesci prendere, tanto più che gli Harriard è una famiglia importante, conosciuta personalmente dal Capo della Polizia della Contea. Tutti rilasciano deposizioni in base alle quali non avrebbero potuto accedere alla camera di Nat, né tantomeno avere nulla a che fare con lui. Anche se il personale di servizio attesta che una donna in vestaglia è stata vista vicino alla porta di Nat: Paula. Ma lei si difende dicendo di aver tentato di venire ad una riconciliazione con lo zio ma invano perché lui non ha risposto. E nessuno potrebbe affermare il contrario. Così per il caso viene richiesto l’intervento di Scotland Yard, e dell’Ispettore Hemingway nella fattispecie, accompagnato  dal sergente Ware, suo assistente.

L’Ispettore comincia un’indagine in sordina, interrogando i presenti e cercando di farsi un’idea della vicenda. Il suo sospettato principe è Stephen, fin quando non si scopre che sul portasigarette d’oro non ci sono le sue impronte né quelle di Valeria né di alcun’altra persona: insomma è lucida la superficie stranamente, come evidentemente se qualcuno l’avesse lucidata. Comincia pertanto a sospettare una trappola verso Stephen. Ma di chi? Eppure è lui l’erede delegato a ciò. La cosa si fa più nebulosa quando si scopre che il notaio, legale della famiglia, non sa nulla di un testamento: insomma Nat sarebbe morto intestato. Significa che il parente più prossimo ad ereditare non sarebbe affatto Stephen ma Joseph. In questo caso nuova ridda di sospetti. Ma Joseph ribadisce che lui sa di un testamento di cui è stato testimone e che ha redatto tempo prima, in cui l’erede sarebbe Stephen mentre parti minori andrebbero a Paula e a lui. E indica una piccola cassaforte nascosta dietro un quadro, nel quale effettivamente vengono trovate delle carte tra cui il famoso testamento. Ma quale meraviglia quando si scopre che Joseph, pur avendo delle reminiscenze di pratica legale, ha dimenticato di far restare presenti alla firma di Nat due testimoni, e del resto Sturry, indicato come uno dei due, rifiuta sotto giuramento di giurare il falso: lui ed il cameriere personale di Nat, erano fuori dalla porta e non lo hanno visto materialmente firmare. Questo significa che Stephen non è più erede, ma uno degli eredi: lui eredita la casa e le proprietà (su cui pesano salatissime imposte di successione) mentre a Paula e allo zio, rispettivamente vanno 80.000 sterline.

Intanto l’Ispettore decide di non arrestare più Stephen così da mettere le cose di nuovo in bilico: si aspetta qualche mossa dell’assassino. Ed infatti qualcosa avviene: i domestici affermano che qualcuno, presumibilmente Rodion, è stato ad armeggiare vicino al forno dei rifiuti, dove vengono inceneriti. Tra le schifezze non ancora incenerite, Hemingway trova un fazzoletto di Rodion sporco di sangue, mentre il suo sergente trova i resti di un libro, quello di Maud.

Ancora un colpo di scena: in una delle stanze a pianterreno, su una panoplia su un camino, sono ben presenti due foderi con relativi pugnali. Esaminati essi sono pulitissimi senza una macchia, ma mentre uno ha il fodero coperto di polvere e l’elsa pure, l’altro pur avendo polvere sul fodero non l’ha sull’elsa, segno che è stato sfilato da poco dal fodero e poi reinserito. L’Ispettore capisce di aver trovato l’arma dell’assassinio, ma  di non avere alcuna prova di chi l’abbia potuta usare. Finchè è il suo fido Watson, il sergente Ware, a fornirgli la soluzione: chi l’ha fatto dev’essere salito per forza su una sedia e, appoggiandosi al muro su una mano, con l’altra ha estratto il pugnale: chiamati i periti della polizia scientifica, riesce questa volta a trovare le impronte dell’assassino. Che però sono inutili finchè non si riesca a provare come l’assassinio sia stato eseguito.

Sarà ancora un’osservazione ingenua del sergente a mettere l’Ispettore Hemingway sulla strada buona, consentendogli di trovare la soluzione di quell’omicidio astutamente premeditato, in quello che un libro bruciato aveva celato tra le sue pagine.

Romanzo straordinario per atmosfera ed intensità, e per l’idea straordinaria della realizzazione di una Camera Chiusa si può dire perfetta, si basa su un fatto vero: l’assassinio dell’Imperatrice Elisabetta di Baviera, la famosa “Sissy” divenuta consorte dell’Imperatore Francesco Giuseppe, morta nel 1898 a seguito dell’attentato di un anarchico. Questa famosa morte fu ripresa in molti capolavori della Camera Chiusa: He Who Whispers di Carr, è ricordata in  In Spite of Thunder, e Lacourbe persino attribuisce l’origine dell’idea della camera chiusa contenuta in Le Mystère de la chambre jaune all’omicidio dell’Imperatrice.

Va detto che per di più pur essendo un classico mystery (è il tema della riunione con delitto, di Natale, è a sua volta un classico del classico mystery!), vi sono delle anomalie, che lo mettono in evidenza.

Innanzitutto, l’indagine investigativa è affidata, come gli altri romanzi della Heyer, ad un Ispettore di Scotland Yard e non invece ad un investigatore dilettante; l’Ispettore Hemingway ricopre la parte di Sherlock Holmes, mentre il sergente Ware  è il suo Watson, e come nei romanzi di Conan Doyle, anche qui l’Ispettore coglie ed elabora di par suo, quello che gli suggerisce inconsapevolmente il suo assistente; l’Ispettore, si comporta come un investigatore: interroga i presenti, indaga nella dimora, esamina il luogo del delitto e gli indizi, ma differentemente da un’indagine classica, non riunisce i sospetti in un luogo chiuso dove spiega il delitto, ma fa seguire alla sua idea che spiega al sergente (e al lettore) chi possa essere secondo lui l’assassino, la spiegazione della Camera Chiusa. Qui, al pari dei romanzi francesi ad enigma, in cui non è tanto importante individuare l’assassino ma riuscire a capire come abbia fatto, anche qui indifferente è la scoperta dell’assassino attraverso altre indagini, perché l’assassinio premeditato è talmente astuto e si è talmente blindato con un alibi di ferro, che, in mezzo a tanta agente che non ha affatto alibi, il suo spicca e pertanto l’ispettore si insospettisce. Ma anche se la sua azione premeditata non offre all’investigatore alcun appiglio legale ma solo indizi, anche quando vengono ritrovate le sue impronte sulla parete di quercia vicino alla panoplia, l’unico modo per inchiodarlo è risolvere il mistero della Camera Chiusa, come un classico romanzo francese ad enigma.

Inoltre un altro dato interessantissimo del romanzo è l’atmosfera, estremamente densa e palpitante. Non è un caso che Heyer, anche nei suoi altri romanzi, crei le premesse per un’azione psicologica assai pentrante; e qui la psicologia, va di pari passo col delitto. Infatti un altro modo per sospettare dell’assassino è la sua azione untuosa e viscida, come egli cerchi in tutti i modi, anche i più machiavellici (il più sottile dei quali è il fatto di non apparire come l’erede) di allontanare da sé il sospetto e nel tempo stesso manovrare gli eventi in maniera da mettere in cattiva luce tutti i vari attori del dramma: è come se fosse un burattinaio. Ma la maniera della Heyer di tratteggiare le varie personalità dei soggetti presenti nel dramma è mirabile:  così mirabile è la sua attribuzione di mille sfaccettature diverse tutte negative, alle personalità coinvolte, che le prime quaranta pagine sono molto difficili da leggere, perché è come se la malvagità e la malignità di personalità distorte, si propagasse attraverso le pagine stesse al lettore, una sorta infezione. Questa sorta di epidemia infetta le pagine del libro, perché tutti, proprio tutti o quasi sono dei Casca, o appaiono tali: invidiosi, tanto da desiderare anche la morte di uno, pur di appagare le loro ambizioni.

Anche la pura “actio delicti” è magistrale: lì per lì non la si nota, tanto appare casuale lo svolgimento dei fatti. Ma quando viene spiegato come l’assassino abbia potuto uccidere e come è stato possibile che il cadavere si trovasse dentro una stanza con porte (d’entrata e di comunicazione a bagno comune con l’altra stanza) e finestre sbarrate dall’interno, si coglie l’infinita perizia di Georgette Heyer nell’aver costruito la trama e nell’aver cosparso il tutto da elementi che paiono insignificanti ed invece hanno un valore reale nel delitto.

Infine un altro dato caratteristico di una storia della Heyer è quello relativo ad una storia d’amore. La Heyer è infatti più famosa come scrittrice di romanzi d’amore all’interno di romanzi storici (famosi quelli della Reggenza di Giorgio IV di Hannover), che non come scrittrice di romanzi gialli. Nell’ultima parte del libro, prima della fine vera e propria, quando oramai Stephen è tagliato fuori o quasi dal novero dei sospetti,  ecco che viene presentata una storia d’amore che sboccia e si realizza non come un colpo di fulmine ma come una riflessione ponderata dopo tante fesserie compiute, love story che non è poi tra due sconosciuti ma tra due persone che si conoscevano da tantotempo.

Romanzo indimenticabile.

Pietro De Palma

 

 

 

Georgette Heyer : Delitto Imperiale (Envious Casca, 1941) – trad. Grazia M. Griffini – Sperling & Kupfer economica, N. 1132ultima modifica: 2015-11-20T12:01:01+00:00da lo11210scriba
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