Michael Innes : Le scarpe del morto (Dead Man’s Shoes, 1953) – trad. Marcella Dallatorre – ELLERY QUEEN PRESENTA: Primavera Gialla ’77, pagg. 211-250

Di Michael Innes abbiamo già parlato a proposito di due romanzi, parecchio tempo fa. Ma Innes realizzò anche delle antologie di suoi racconti. E alcuni di questi sono stati tradotti e pubblicati da Mondadori nelle stagioni del Giallo.

In una di queste, la Primavera Gialla ’77, venne pubblicato uno dei suoi più lunghi racconti, Dead Man’s Shoes (1953) che in quella sede veniva contrabbandato quale un romanzo breve: in realtà trattasi di racconto lungo (il romanzo breve è uno scritto di poco meno di 100 pagine, mentre qui siamo a circa 40).

 

Le scarpe del morto, titolo italiano dall’originale inglese, parla di una vicenda con tinte spionistiche.

Derry Fisher è su un treno. Ad un certo punto nel suo scompartimento si precipita una ragazza in preda all’agitazione, che non dice il suo nome, ma è spaventatissima: nel suo scompartimento c’è un tipo per lo meno originale, ma dalle sue stentate parole sembra che sia più un pazzo, che ha cominciato a comportarsi stranamente, agitandosi come se volesse saltarle addosso, quando lei gli ha fato capire di essersi accorta del colore delle scarpe: una blu ed una marrone. Ora lei è spaventatissima, e ha lasciato la sua valigia verde nello scompartimento. Derry si offre di andarla a riprendere. Ma arrivato nello scompartimento, nota solo dei mozziconi di sigarette (che la ragazza aveva detto che aveva fumato il tipo strano) e la valigia: del tipo, neanche l’ombra. Ritorna nello scompartimento e la rassicura in merito: l’uomo se n’è andato. Ma dove? Ovviamente non nella loro direzione altrimenti avrebbero dovuto vederlo: può esser andato solo nella direzione opposta. E perché non è possibile che si sia buttato? La ragazza è spaventata anche perché ha pensato che quel tipo potesse avere manie suicide. No, non può essersi gettato, le risponde Derry, perché altrimenti la portiera esterna dello scompartimento sarebbe rimasta aperta: nessuno si butta da un treno in corsa avendo premura di richiudere la porta, a patto di riuscirgli, il che è cosa alquanto improbabile (si parla di quelle carrozze di treni, che non esistono più, in cui allo scompartimento si accedeva anche da una porta aperta direttamente dall’esterno).

Cosa conclusa. Derry si offre di accompagnare la ragazza, ma questa declina l’invito: prenderà un taxi.

Quando Derry arriva a casa dello zio, questi gli comunica di una cosa che è successa, lungo il percorso da Sheercliff: è stato trovato un cadavere di un uomo, sulle rocce di Capo Merlin, lì vicino. E l’uomo aveva una scarpa nera ed una marrone.

La vicenda a questo punto si sposta altrove. C’è uno scienziato impegnato in un progetto di assoluta rilevanza nazionale, Sir Stephen Borlase, cui è stato affiancato come sicurezza personale, un ex militare, l’ex capitano Merritt: questi dovrà scortarlo, giorno per giorno, e assicurarsi che non gli accada nulla. Tuttavia, dalla notte precedente ne ha perso le tracce; e per questo si è rivolto alla polizia, perché affiancati, possano ritrovare l’uomo. Aveva seguito da lontano l’uomo, che uscendo dall’Hotel Metropol, si era diretto alla costa, vicino Capo Merlin, per poi sostare e ritornare all’albergo. Ma poi la mattina dopo non lo aveva trovato in camera, e il letto non era stato adoperato. Il capitano Merritt informa anche il sovrintendente Lort, che il suo sorvegliato ha una personalità bipolare, cioè è come se due distinte persone abitassero nello stesso corpo:  la personalità complessa, concentrata e assolutamente coscienziosa, ed un’altra invece altrettanto strana, confusionaria e distratta. Le indagini partono ma nessun risultato, fino a quando si diffonde la notizia del ritrovamento di un cadavere sulla scogliera di Capo Merlin, i due vanno a vedere, ed ecco che Merritt riconosce nel cadavere lo scienziato che doveva proteggere: non solo è morto, ma sono scomparsi anche gli appunti che teneva sempre con sé nella giacca.

Le indagini partono, e subito si capisce che non è stato suicidio ma delitto: qualcuno gli ha sfondato la nuca.

E quelle scarpe, una di colore blu e l’altra marrone, sono la prova della sua personalità dissociata, della confusione e distrazione che regnavano sovrane quando l’altra personalità prendeva il sopravvento.

Chi può essere stato? Forse una spia?

Ma la polizia pensa che l’omicidio sia avvenuto successivamente al suo ritorno in albergo: avendo eluso la sorveglianza di Merritt, Borlase deve essere uscito di nuovo, forse per incontrarsi con qualcuno e allora deve essere stato ucciso. Ma poi accade un fatto nuovo. La polizia lascia l’incarico a Scotland Yard e ad occuparsene  è l’ Alto Commissario Sir John Appleby. E da questi si presenta Derry Fischer, cittadino ligio al dovere per ripetere la sua versione: è la terza volta che la rende: la prima allo zio, la seconda al locale posto di polizia, e la terza a lui, Sir John Appleby.

Sir John è interessato: Borlase allora avrebbe preso un treno. E da lì sarebbe stato buttato giù. Ma perché le scarpe erano spaiate? Possibile che fosse uscito dall’albergo così e sempre così avesse preso il treno senza accorgersene? E  se invece fosse stato come suggerisce Fisher, cioè che lui e il suo assassino fossero stati sul treno e al buio si fossero scambiati per qualche oscura ragione gli abiti, e agendo al buio, scambiandosi anche le scarpe, avesse calzato una nera ed una marrone? Del resto lo stesso abito che la ragazza aveva detto a Fisher avesse in dosso l’uomo dello scompartimento, sarebbe straordinariamente simile a quello che aveva Borlase quando è morto. E poi la questione delle scarpe.. Non può esistere una coincidenza così assurda: l’uomo del treno doveva essere per forza Borlase. Quindi non è stato ucciso laddove la polizia pensava fosse accaduto, ma buttato dal treno.

Tuttavia la questione si complica. Perché si trova che Borlase aveva un fratello. Intanto Appleby, trovato il vagone, procede alla perquisizione dello scompartimento approfittando del fatto che non fosse stato ancora pulito; e trova i mozziconi delle tre sigarette che la ragazza aveva detto esser stati fumati dal tipo strano, sigarette russe, e per di più di difficile reperimento, in uso agli ufficiali addetti agli approvigionamenti.  Si insinua il sospetto che una qualche spia russa abbia sostato in quello scompartimento, oppure che Borlase per qualche oscura ragione avesse avuto le sigarette da un russo. Voleva tradire?

Appleby si informa anche sulla gente che era nel vagone ferroviario insieme con Fisher e la ragazza; e lui gli dice che c’erano degli aviatori, poi c’era uno scompartimento con un pastore e sua moglie, ed infine uno occupato da un’insegnante. Appleby comunica la sua preoccupazione a Fisher: teme che la ragazza sia in pericolo. Quando ha preso il taxi l’ha seguita con lo sguardo? Fisher rivela che quasi era stato investitoda un taxi che gli era sembrato andasse dietro quello della ragazza, e che dentro vi era un tipo dallo strano sorriso.

Intanto da Cambridge un collega di Borlase informa il Commissario, tra una cosa e l’altra, che esiste anche un cugino di Borlase, Mark Borlase, eccentrico, distratto e che si intende di letteratura russa. Fisher riconosce nel volto del cugino, l’uomo che seguiva la ragazza in taxi. Una nuova pista? Chi è Mark Borlase? Una spia russa?

Intanto Merritt comunica all’Alto Commissario i suoi sospetti: lui è sicuro c’entri un certo Krauss, una spia tedesca al soldo dei russi. E pensa come sia andata: Borlase non è stato ucciso la seconda volta ma la prima. In pratica Borlase può aver incontrato al capanno sulla scogliera Krauss, i due possono aver litigato e Krauss ha ucciso l’uomo impadronendosi dei suoi effetti personali; poi si è rivestito completamente con gli abiti di Borlase, scambiandosi le scarpe e facendo confusione sul colore e dopo essersi sbarazzato del corpo gettandolo sulla scogliera, è ritornato in albergo, sorvegliato da Merritt, che pensava di aver seguito l’uomo giusto. Poi, dall’albergo una volta rincasato, abbia eluso la sorveglianza di Merritt e si sia imbarcato sul treno: questo in sostanza avrebbe visto la ragazza ed è per questo motivo che il tipo era stranamente spaventato dal fatto di avere due scarpe non dello stesso colore.

Ma Appleby è di altro avviso: per lui potrebbe esserci di mezzo Mark Borlase: per quale motovo veniva dalal Stazione Vittoria e stava su un taxi che seguiva quello della ragazza? Evidentemente aveva preso il treno! Merritt pensa che sia Krauss, Appleby  Borlase. Potrebbe essere possibile che Borlase e Krauss possano essere la stessa persona?

Intanto anche Jane Grove, questo il nome della ragazza, ha appreso da sua zia, la vicenda dell’uomo con le scarpe spaiate, o meglio dei due uomini con le scarpe spaiate: il morto e il probabile assassino. La ragazza deve essersi messa in contatto con al polizia a sua volta, per confermare quanto già fatto da Fisher, ma ecco che Appleby comunica a Fisher di aver teso una trappola all’assassino: sarà vicino ai Barbcock Gardens nei pressi di Kensigton.

Quando arrivano, ecco che vedono un uomo di spalle che viene riconosciuto come Borlase che osserva una casa, dai cui scalini scende una ragazza che incespica e cade. Si sente uno sparo. La ragazza cade ferita. Borlase fa un passo avanti verso la ragazza e qui Merritt gli si getta addosso. Tutto finito? No.

Perché c’è una collutazione, tra Merritt, i poliziotti e Borlase; e intanto la ragazza, pur ferita, prende qualcosa di lucente dalla borsetta e…si spara in bocca.

Cos’è accaduto? Chi è il colpevole? Borlase, Merritt o la ragazza?

Appleby, al disorientato Fisher, spiegherà perché aveva detto che la ragazza era in pericolo, e  a quale pericolo alludesse. E soprattutto come si siano effettivamente svolti i fatti.

Si tratta di un mystery mascherato da vicenda spionistica, molto cervellotica, basata su continui rivolgimenti di pensiero, che gettano il lettore nella più completa confusione.

Anche qui ci troviamo dinanzi ad una messinscena, un delitto abilmente preparato e premeditato con ogni cura, di cui era stato previsto tutto, tranne che se ne fosse occupato Appleby che ha meditato su due fatti: perché una ragazza spaventata si era rivolta proprio a Fisher invece di ricevere protezione dagli  aviatori, o dal prete e sua moglie o ancora dall’insegnante? Perché aveva superato tre scompartimenti invece di uno o due? E le sigarette erano state effettivamente fumate dall’uomo? Oppure da Jane? Appleby infatti ha trovato una sigaretta che reca un color rosso sul filtro, come se fosse stata fumata da una donna. E perché l’avrebbe fatto? Come c’entrava la ragazza nel piano?

Ancora una volta Innes stupisce.E ancora una volta gioca con le mille possibilità che sa inventare.

Una delle caratteristiche peculiari della fiction di Innes è la sostituzione di persona, che c’è anche qui: infatti c’è Borlase e chi si sostituisce a lui ingannando Merritt. Anche questa volta c’è anche uno sdoppiamento di personalità.  E per di più ci sarebbe anche un doppio Borlase, che corrisponderebbe al Borlase amico dei russi. Insomma un infinito contorcersi, arrovellarsi, arrampicarsi su pareti impervie e poi tuffi in burroni senza fine. Insomma un ribaltamento di situazioni continuo, sino alla fine imprevedibile

La novella è contenuta assieme ad altre nell’antologia Appleby Talking; e in essa alcune storie sono situate nell’area di Sheercliff, un’area vicino all’oceano, con scogliere pittoresche e pericolose sul mare. Delle novelle contenute, Le scarpe del morto è la più lunga e possiede elementi comuni con le altre: innanzitutto il cadavere è trovato su una scogliera, come accade anche per “The Cave of Belarius” e “A Dog’s Life”. Poi c’entra una vicenda spionistica, che condivide con “X-Plan”: anche lì c’è lo scienziato eccentrico che dev’essere sorvegliato da guardie di sicurezza affinchè non venga messo in pericolo da spie comuniste. E infine “Dead Man’s Shoes”, “The Cave of Belarius” e “A Dog’s Life”, possiedono elementi comuni del plot, anche se le più vicine come costruzione sono “Dead Man’s Shoes” e “Dog’s Life”,

Certo che immaginazione quella degli inglesi! E pensare che un mio amico una volta sbagliò e calzò una scarpa blu e una nera, per uscire. E se ne accorse solo quando rincasò.

Se l’avesse visto Innes, chissà quale altra storia avrebbe inventato!

 

Pietro De Palma

Michael Innes : Le scarpe del morto (Dead Man’s Shoes, 1953) – trad. Marcella Dallatorre – ELLERY QUEEN PRESENTA: Primavera Gialla ’77, pagg. 211-250ultima modifica: 2015-10-09T10:08:28+00:00da lo11210scriba
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