3 RACCONTI DI JOHN DICKSON CARR. Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood, 1937) – trad. Paola Campioli – in “DELITTI DI NATALE”, Editori Riuniti, Milano, 1983

John Dickson Carr, l’autore che più di tutti forse amo, non fu solo un inventore sterminato di Problemi da Camera Chiusa e delitti impossibili, ma fu un grande scrittore, anzi – credo di dire la verità –  il più grande scrittore imprestato alla narrativa di genere.

Quando era giovane, come tutti quando siamo stati ragazzi, aveva letto le storie di cappa e spada, e più in là le ghost stories. E’ indubbio che in lui, Montague Rhodes James dovette avere un’influenza non da poco.  Infatti in una gran parte della sua produzione letteraria, Carr inserisce atmosfere dark e di fantasmi. Il più delle volte è solo facciata, è solo un modo  per stornare inizialmente le responsabilità dall’assassino di turno e caricarle sul povero spettro; e di questi esempi ve ne sono innumerevoli. Ma tal’altra, la ghost story impregna tutta la storia, dall’inizio alla fine. Son d’accordo, vi sono solo sporadici esempi di tale pratica, ma quelli che esistono sono veramente spettacolari.

Sporadici esempi? Ma non c’era solo The Bournig Court? No, Signori miei. A differenza di quanto si dica in giro, Carr non scrisse solo quella storia, con atmosfera soprannaturale: ne scrisse anche altre. Che però attengono al primo periodo, gli anni ’30 sostanzialmente, della sua attività di scrittore.

Si è parlato a più riprese dell’eccezionalità di The Bourning Court, soprattutto perchè il romanzo in questione fu, assieme ad uno della Christie, inserito da Todorov come esempio di Letteratura Fantastica, nell’ambito della Crime Fiction. Todorov, probabilmente aveva letto solo tale romanzo, e non altro, altrimenti, nel suo fondamentale studio “Introduction à la littérature fantastique“, avrebbe inserito anche questi altri esempi.

Oggi, parlerò di una di queste altre poche storie in Carr. Tanto più che l’antologia in cui è inserita è di non facile reperimento, a meno che non si trovi il volume in qualche negozio di libri usati o Remainder’s:  le uniche edizioni in Italia  a riportare tale storia sono state infatti quella degli Editori Riuniti, la cui traduzione ritengo migliore; e quella di Newton Compton.

Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood) è una storia soprannaturale straordinaria, con una Camera Chiusa a prova di bomba. Fu scritta originariamente nel 1937 e pubblicata nello Strand. Successivamente nel 1940, fu compresa nella prima antologia di racconti, The Department of Queer Complaints a firma Carter Dickson, che comprendeva 7 racconti col Colonnello March (poi ripresi e pubblicati successivamente in altra antologia, Scotland Yard: Department of Queer Complaints, 1944) e 4 altri racconti, tra cui appunto codesto.

Il soggetto cui pensò Carr, secondo me fu Hoodman’s Blind, il gioco antico da cui è derivato quello di Blind Man’s Buff (Mosca Cieca), che si effettuava nel Medioevo, infilando sulla testa del giocatore un cappuccio, detto “il cappuccio del cieco”.

 

Due coniugi, giovani innamorati, Rodney e Muriel Hunter, sono invitati a passare la notte di Natale a casa di loro amici, i Bannister. La casa, situata “nella parte più isolata del Kent, anzi del Weald – una dimora di campagna del XVII secolo – era proprio ciò che si erano aspettati” (pag. 303). Una dimora del tempo di Giacomo I. La casa è isolata senza un albero o un cespuglio intorno, e illuminata a festa. Tuttavia stranamente la porta d’ingresso è aperta. I due, erano attesi prima, ma hanno perso tempo lungo la strada.

Dopo aver parcheggiato la macchina, si affacciano ma non vedono nessuno. Chiamano: nessuna risposta. Lui batte ripetutamente il batacchio, ma non hanno nessuna risposta. Pare che in casa non vi sia nessuno. Ma la porta è aperta. Ma dove sono andati a finire tutti? Neanche la servitù si vede: eppure almeno le cuoche sarebebro dovute essere in casa! I due non sanno che fare. Fa un freddo cane. E allora entrano e chiudono la porta alle loro spalle con la sbarra. A sinistra c’è la sala da pranzo, col pollo freddo sulla tavola e la coppa con le castagne e nel caminetto c’è un bel fuoco; a destra una biblioteca. Proprio in quel momento avanza saltellando una giovane, uscendo da essa. Porta seco quello che pare un sacchetto di cotone, e che spiega essere un cappuccio per giocare a mosca cieca. Pur senza dire chi sia, li conduce nella biblioteca e spiega il motivo per cui non hanno trovato nessuno.

In quella casa, tanti anni prima, secoli, era stato commesso un atroce delitto. E proprio in ragione di ciò, il rettore della chiesa di quel tempo aveva  fatto in modo, e da allora la costumanza si era tramandata, che nell’ ora in cui si era verificata, dalle 19 alle 20, nessuno stesse in casa e si approfittasse per andare alla funzione religiosa.

La giovane, li precede nella biblioteca e cerca di metterli a loro agio. Nella parete laterale, laddove c’è un caminetto con un bel fuoco acceso, Rodney crede di vedere una delle due cortine che chiudono le due finestre a bovindo ai lati del camino, gonfiarsi, come se ci fosse qualcuno; ma la ragazza interviene e speiga che anche se andassero a vedere sentirebbero solo una corrente d’aria. E soggiunge che è per questo motivo che “accendono tante luci” (pag. 307).

Muriel vorrebbe andare incontro ai Bannister, ma la giovane vuole trattenerli in casa. E per convincerli a sentire la sua storia, chiede a Rodney se in quanto scrittore di romanzi polizieschi, gli sarebbe interessato sapere per quale motivo, l’atroce delitto che avvenne, non fu mai spiegato.

La storia risale al 1870 circa. In quel tempo abitava in quella casa una coppia, i coniugi Waycross: Edward e Jane. Lei, come tante altre ragazze del luogo si era innamorata di un tale, Jeremy Wilkes, della stessa età di Waycross, di famiglia benestante ma scapestrato. E così era finita per sposarne un altro, un brav’uomo, che aveva una fabbrica di attrezzi agricoli.

In una sera di febbraio, che faceva tanto freddo e aveva nevicato così tanto che tutt’attorno c’era una distesa innevata, alle 23,30 circa, Jeremy Wilkes, che stava conducendo il suo calesse assieme a due amici sulla strada che passava davanti alla casa, si sorprese che le luci ad una stanza del pianterreno fossero tutte accese, giacchè si sapeva che Waycross era fuori e la moglie andava a letto presto. Lasciando i due amici sul calesse ad osservarlo, Jeremy si avvicinò ad una delle finestre e guardò dentro. Poco dopo ritornò al calesse, raccontando ai due amici, che aveva visto Jane nel vestibolo, la quale aveva una candela in mano, vicino ad un uomo di cui non aveva visto che le spalle ed il cilindro, che le stava parlando.

L’indomani mattina, la domestica, la signora Randall, che era mancata la sera prima perchè assistente una parente che stava partorendo, rientrando a casa, trovò Jane morta. Dovette abbattere la porta di casa, chiusa dal di dentro. La trovò nuda dalla vita in giù, col corpo coperto di ustioni, in mezzo a sangue e segni di un incendio che aveva bruciato anche parte della scala del vestibolo, e con la gola recisa da un colpo tagliente. A terra una bottiglia rotta, contenente probabilmente della paraffina. Evidentemente si era trattato di assassinio: l’uomo col cilindro. Ma la porta era chiusa dal di dentro e così pure le finestre. La polizia investigò ma non se ne seppe nulla, tranne che vicino al corpo erano stati trovati i frammenti di una lettera d’amore indirizzata alla donna: insomma lei aveva avuto una relazione extraconiugale con qualcuno all’insaputa del marito. La lettera era di Jeremy. I due probabilmernte si vedevano anche e avevano dei rapporti carnali quando mancava il marito. Ma lui aveva un alibi di ferro: non era entrato in casa, in quanto sempre visibile ai suoi due amici, era rimasto fuori delal casa, seppure vicino ad una finestra trovata chiusa dall’interno. Quindi, anche se l’unico ad avere un movente sarebbe stato lui, perchè la donna minacciava di rivelare, alla donna con cui Jeremy stava per congiungersi in matrimonio, la loro intima relazione extraconiugale, lui proprio non poteva essere stato. Il marito a sua volta aveva un alibi inattaccabile: era stato tutta una notte, in un posto lontano. La notizia della morte della moglie e poi del fatto che l’avesse tradito, lo fece andare fuori di senno: abbandonò la sua attività e si fece pastore di anime. La poliza investigò ma non trovò nulla. E quindi  il caso fu archiviato. Senza giustizia.

La famiglia che andò ad abitare e rimise la casa a posto, furono i Fenton. Un Natale organizzarono una festa, senza balli ma coi giochi che si facevano alla vigilia di Natale, alla quale invitarono i vicini, tra cui il signor Wilkes. Subito egli si dette da fare con le signore, con buona pace della moglie, nonostante si fosse intrattenuto un po’ troppo dietro una tenda con una di esse. Fatto sta che nonostante i preparativi della festa avessero inghirlandato la casa e l’avessero resa più allegra, c’era qualcosa che covava: la signorina Abbot, una zia dei Fenton che viveva con loro, si era lamentata dell’insopportabile  e “cattivo odore di terra” che si avvertiva per tutta la casa; la signora Fenton, si era tagliata un dito, perchè a suo dire una testa si era sporta dalla tenda mentre lei stava trinciando il pollo, e lei l’aveva attributo ad uno scherzo die bambini; ed infine, a serata iniziata, durante  il gioco della “coppa dell’uvetta” (prendere degli acini di uva passa da una coppa in cui bruciava del brandy, mentre la stanza era nella semi-oscurità) proposto dal signor fenton, lui si era spaventato in quanto aveva creduto di vedere nell’ombra un volto non del tutto piacevole che li fissava.

Fatto sta che avevano cominciato a giocare a mosca cieca. E tutte le signore, chissà come rivolgevano la loro attenzione a Wilkes, riuscendolo a prendere, in quanto sbirciavano dai fazzoletti legati attorno ai loro occhi. Allora Fenton aveva proposto di sostituire i fazzoletti con un cappuccio di cotone, una federa del cuscino di uno dei suoi figli; e l’aveva calzato sul volto di una signora dietro di lui. Ben presto era ricominciato il gioco, e nonostante la donna avesse il volto completamente nascosto dal cappuccio, era attirata da Wilkes qualunque movimento lui facesse, fino a che lui aveva supplicato di togliergliela. Ma lei era attirata da lui, e vicino alla tenda di un bovindo, per l’ultima volta cercò di carpirlo, cadendo con lui dentro. Si sentì un ultimo grido di Wilkes e poi il silenzio. Quando scostarono la tenda, trovarono Wilkes morto con la gola tagliata, e la donna scomparsa. Prima che accadesse, qualcuno aveva sentito un  odore di stoffa bruciata tutt’attorno a quella donna col volto celato. Pensarono che donna fosse scappata dalla finesta, ma questa era bloccata dall’interno, col paletto.

L’ impressione fu enorme. Ma in definitiva tutto si sopì anche questa volta, perchè si disse che in defintiva Jane aveva avuto giustizia. Ma perchè se Jeremy non poteva averla uccisa? Eppure la donna fà capire che così non era. Ma allora? Cos’era accaduto a Jane?

Intanto sono arrivate le 20:  la donna ringrazia i coniugi Hunter di esser stati lì a sentire la sua storia, giacchè è all’ora in cui  loro sono arrivati, che da parecchi anni si son verificati fatti tremendi: ogni anno, tra le 19,15 e le 20, alla Vigilia di Natale, ci sono state delle presenze inaspettate. E’ per questo che gli abitanti di quella casa, fanno in modo che in quel lasso di tempo, la casa sia illuminata in ogni angolo e loro siano lontani. E siccome solo loro due finalmente hanno sentito quello che lei aveva da dire, ora lei e qualcun altro potranno dormire in pace, qualcun altro che probabilmente aveva sostato dentro la finestra a bovindo al riparo dalla cortina. Ma quando la scostano, non trovano nulla e alle loro spalle la donna piangente è scomparsa. Fuori più forti si sentono i canti di Natale.

Straordinario racconto di fortissima suggestione e fortissima atmosfera da ghost story, fino alla fine mantiene la sua aria soprannaturale: questo sì che è un racconto fantastico!

La loro interlocutrice evidentemente è uno spettro. Di chi? Di Jane. Perchè? Per il fatto che porta un mano un cappuccio come quello usato durante la mosca cieca. Jane racconta la storia sua e di Jeremy, e di come lei abbia avuto giustizia, la sua giustizia. Chi Muriel Hunter pensava si celasse dietro la cortina del bovindo, era evidentemente Jeremy, che lì era stato ucciso, o meglio era morto alla stessa maniera di Jane. E che ora anche lui per sempre era ritornato nell’oltretomba.

Quali sono i segni durante la narrazione, che fanno capire che si tratti di una storia di spettri anche prima che la misteriosa interlocutrice scompaia?

Innanzitutto le luci: la casa deve risplendere la notte di Natale perchè quando vi sono luci, gli spettri non appaiono. Infatti gli spettri emergono dalle cortine e dalla penombra: uno aveva causato lo spavento della signora Fenton; un altro aveva causato lo spavento del signor Fenton durante il gioco dell’uvetta.

L’odore insopportabile di terra, era evidentemente quello del camposanto, in cui erano sotterrate le bare di Jane e di Jeremy.

Fenton non si ricordava chi fosse quella donna che era apparsa alle sue spalle e alla quale senza neanche guardarla in faccia aveva coperto il volto col cappuccio; ma mentre giocava a mosca cieca con Jeremy, si era sentito sempre più un odore insopportabile di stoffa bruciata. Di chi? Un altro indizio che Carr semina, che dovrebbe portare il lettore attento a capire cosa fosse accaduto a Jane.

Un altro indizio, cui non ho accennato prima, che la persona che stava parlando a Muriel fosse non una persona umana, era il colore del tessuto connettivale interno all’occhio che non era rosso, ma un rosa pallido; e la foggia del vestito, molto antiquata, con un vitino a vespa. La figura si muove come se si apprestasse a correre, ad andar via. Ma anche quando procede come se stesse saltando, da l’impressione che non cammini, ma fluttui. E poi va via, scompare. E possono finalmente riposare, lei e un’altra entità.

E nel momento in cui vanno via, si sente il canto di Natale, e il portone dell’ingresso si apre, come se qualcuno fosse andato via. Ma da dentro non si vede nessuno uscire dalla casa, semmai si vedono in lontananza i padroni di casa che vi ritornano.

E la camera chiusa? Molto intrigante. Mette assieme l’incidente (ma perchè?) e il delitto perfetto( perchè il movente di Jeremy ci sarebbe stato). Ma intanto, ad escluderlo erano state la porta d’ingresso e le finestre tutte ritrovate chiuse coi paletti interni. E per di più una coltre di neve che copriva il terreno tutt’intorno alla casa, come una bianchissima coperta, su cui spiccavano solo due serie di impronte: quelle di Jeremy che si era affacciato alla finestra e quelle della domestica ritornata la mattina dopo.

Come era morta allora Jane? E perchè si era voluta vendicare di Jeremy?

Gli indizi che Carr semina ci sono tutti, basta solo interpretarli a dovere: il corpo mezzo ustionato, una bottiglia di paraffina rotta, i frammenti di una lampada, i frammenti di una lettera mezza bruciacchiata, una gola recisa, la porta e le finestre chiuse dall’interno, un misterioso visitatore di cui però non si trovano le impronte, una finestra illuminata come mai ci sarebbe riuscita una lampada sola. E poi ancora i segni misteriosi durante la festa dei Fenton; l’odore di terra, le apparizioni, il fatto che inspiegabilmente i camini non tirassero e il fuoco non fosse vivo, la caccia della donna incappucciata. E in ultimo, il cappuccio che all’inizio del racconto la misteriosa figura che accoglie gli Hunter, ha in mano, che è lo stesso di quello usato durante il gioco della mosca cieca durante il quale è morto Jeremy.

Anche qui c’è, come in tanti racconti della prima età di Carr, un riferimento che più tardi verrà usato per un romanzo: Muriel, ritornerà come personaggio dell’ultimo romanzo di Carr, The Hungry Goblin (1972). Strano che si chiamino Hunter, vero? E che incontrino un fantasma? Il cacciatore di fantasmi, come si chiama? Ghost Hunter.

Un racconto appassionante, il cui ricordo resta ben oltre, la mera lettura.

Pietro De Palma

 

 

 

 

 

 

 

3 RACCONTI DI JOHN DICKSON CARR. Il Cappuccio del Cieco (Blind Man’s Hood, 1937) – trad. Paola Campioli – in “DELITTI DI NATALE”, Editori Riuniti, Milano, 1983ultima modifica: 2015-10-05T22:48:03+00:00da lo11210scriba
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