Whitman Chambers : I morti non lasciano impronte digitali (Dead Men Leave no Fingerprints, 1935) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N°104, Polillo, 2011

Elwyn Whitman Chambers (1896-1968), nato a Stockton, in California, scrisse diciotto romanzi polizieschi ambientati nell’area di San Francisco, il primo dei quali fu ,nel 1928, The Coast of Intrigue. Fu un inizio tiepido, giacchè solo dopo l’uscita di The Navy Murders (1932), scritto assieme a Mary Strother Chambers, iniziò a scrivere a getto e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale diede alle stampe altri tredici romanzi. A partire dal 1946 si dedicò prevalentemente al cinema, tornando alla scrittura solo nel 1953: firmò però altri soli tre romanzi, in quanto si occupò di collaborazioni a sceneggiature televisive, fino alla morte avvenuta a Los Angeles.

“I morti non lasciano impronte digitali” (Dead Men Leave no Fingerprints, 1935) presenta come soggetto inquirente non un poliziotto come il Michael Lord di Charles Daly King o un investigatore privato alla maniera di Poirot o Philo Vance, ma uno che si avvicina più invece al Bill Crane di Latimer e al Sam Spade di Dashiel Hammett come modi di comportarsi, e che al tempo stesso risolve un’indagine di stampo classico.

Quindi un Giallo Classico, un Mystery, con movenze da Hard-Boiled.

Stanton Lake è un investigatore privato che ha un’agenzia che condivide con l’amico Abe Bloom. Un bel giorno capita una bella bionda, classico tipo di femmina fatale, tale Hilda Haan, famosa attrice danese, che, di nascosto ai mass-media, e contando sull’appoggio di un’amica che le fa da controfigura e serve a distogliere la stampa, è fuggita con Theodore Raybourne. Hilda chiede a Lake di aiutarla proprio contro Theodore, perché troppo tardi ha compreso come egli non la ami e sia attratto solo dai suoi soldi; in più egli ha in mano della carte compromettenti che, se rivelate, la getterebbero in pasto alla stampa e la sua vita privata e di conseguenza anche la sua popolarità subirebbero uno sconvolgimento.

Lake, d’accordo col suo socio, tenta allora di insinuarsi nella casa in cui volente o nolente Hilda è costretta a rimanere, con uno stratagemma: finge di aver avuto un attacco di cuore mentre nuotava proprio davanti alla dimora dei Raybourne, e che uno che era anche lui in mare per caso (Abe Boom) sia riuscito a salvarlo. I Raybourne sono una potente dinastia, ed il vecchio Raybourne Rufus, pur a dispetto del crollo di parte del suo impero a causa di una lottizzazione sballata, è tuttavia ancora ben saldo. Lake, soccorso, viene accolto nella casa, tra gli sguardi interessati e diffidenti se non sospettosi degli altri presenti: Maurine, la giovane moglie del vecchio Rufus; i coniugi Farley e Rae Amerton, una coppia di amici sensitivi; la figlia Inez con il dottor Pageot suo fidanzato; ed infine il maggiordomo cinese, Fong Woo.

Ben presto Lake deve rivelarsi allorchè qualcuno uccide proprio Theodore Raybourne con un pesante attizzatorio: la ragione sta nel fatto che dopo che Foo Wong ha dato l’allarme d’abbasso, e Lake è entrato nella camera di Raybourne trovandolo col cranio fracassato, lì accanto è proprio Hilda Lane che ha in mano dei ritagli di giornale, le carte compromettenti che deteneva la vittima, e ora sta cercando di distruggere gettandole nel fuoco. Dopo una furiosa lotta, riesce a mettere KO il detective e a distruggere le carte compromettenti. Tuttavia lui, che è legato da un rapporto di lavoro con la bella Lane, deve ora salvarla dall’imputazione di omicidio, cosa che fa subito cercando di smontare la sua presenza lì in quella camera, davanti al vecchio Rufus, riuscendoci in parte: deve però, ora, fugare tutti i dubbi trovando il vero assassino.

Innanzitutto deve identificare le impronte digitali trovate sull’attizzatoio: il vecchio Rufus è ben convinto che qualsiasi fosse l’assassino, la morte di sua figlio dovrebbe essere vendicata, consegnando l’omicida alla giustizia. Anche se ciò costasse l’incriminazione ad uno degli appartenenti alla famiglia o dei presenti.

Tutti sono costretti a mettere a disposizione le proprie impronte digitali, e così, alla fine, le impronte vengono confrontate. Colpo di scena, quando, però, dopo che esse non vengono attribuite a nessuno dei presenti nella casa (e quindi neanche a Hilda), esse lo sono a John Royal, compagno di avventure e di speculazioni del vecchio Raybourne, che tuttavia ha esagerato con le malversazioni, finendo a San Quintino! E’ possibile che sia fuggito dal carcere e che ora voglia vendicarsi dell’amico che lo ha accusato in tribunale? No, perché Royal è morto un anno prima e proprio il vecchio Rufus ha curato che salma, imbalsamata, venisse sepolta. E allora come si spiegano quelle impronte?

Il vice dello sceriffo Catalin, il droghiere che la comunità di quelle parti ha eletto a fare lo sceriffo e che non sa come muoversi, è Lenny McManus un conoscente di Lake, che da molti anni fa il vice-sceriffo. Proprio Lenny, Stanton e la bella Hilda una notte armati di badili, vanno a dissotterrare la bara di Royal per verificare che sia proprio lui; ma, arrivati sul posto, dopo aver scavato, scoprono che la bara è stata profanata ed il cadavere non c’è più.

Possibile che John Royal sia vivo e che il cadavere fosse di qualcun altro a cui il galeotto si fosse sostituito, prendendone e cedendo la sua identità? La cosa sarebbe possibile, ma cozza con la convinzione di Lake che l’assassino sia invece qualcuno della casa: infatti, nel momento in cui è stato ucciso Theodor c’erano tutti in casa e altissima sarebbe stata la possibilità che un estraneo venisse scoperto. Come ha fatto Royal?

Ora si mette in relazione con la scomparsa del carcerato, un’aggressione subita da Lake precedentemente: qualcuno l’ha aggredito in biblioteca e poi se l’è svignata. Viene scoperto un rifugio segreto, occultato nella parete, utilizzato in passato come armeria, che gli amici di Rufus conoscevano, tra cui Royal. E’ possibile che dopo l’omicidio si sia nascosto lì e solo dopo sia fuggito?

Tuttavia ben presto il sedicente John Royal si rifà vivo. Infatti, Stanton Lake, non avendo risposta dalla bella Maurine, chiusa in camera, che non scende a colazione, con la collaborazione di altri, abbatte la porta della sua camera da letto e la trova prona sul letto, con la faccia bluastra e una delle sue calze annodata al suo collo tanto strettamente da quasi non vedersi che il suo nodo, nella carne enfiata. Il fatto strano è tuttavia che quella camera da letto non ha altre uscite che la porta, chiusa dal di dietro, e la finestra, pure chiusa dall’interno: come ha fatto l’assassino ad uscire?

Stanton Lake riesce però a trovare una botola, nello stanzino dei vestiti, chiedendosi cosa ci faccia lì una sedia: issatosi Lenny, senza toccare il pannello, e penetrato nella soffitta, ben presto trova un’altra botola, scendendo nella camera del dottor Pageot: possibile che il fidanzato della figlia di Raybourne abbia ucciso Maurine? E perché? Ben presto si scopre che i due avevano una tresca, vivevano una storiella di sesso: infatti la bella Maurine è stata trovata con addosso il negligè più trasparente dei negligè trasparenti. Probabilmente stava aspettando il suo amante, che infatti ammette di esservi andato, ma solo per trovarla morta.

Lake, per l’idea che si è fatta, tende a dar credito alla confessione di Pageot, nient’altro che uno squallido cacciatore di dote: però, senza trovare il modo come l’assassino sia uscito, non potrà dimostrare l’estraneità dell’avventuriero.

E intanto, dopo che un cadavere imbalsamato è stato trovato in mare, mezzo mangiato dai crostacei, e dopo che Abe è stato inviato da Lake a procurarsi la scheda dentaria per accertarsi che quel cadavere sia o no quello di Royal, un terzo omicidio avviene in quella dimora: viene trovato ucciso, con un pugnale infisso nel cuore, il vecchio Raybourne. E ancora una volta, Lake si troverà di fronte l’ombra di John Royal, perché ancora una volta le sue impronte si trovano sul manico del pugnale.

Ma chi è John Royal? E’ vivo o morto? E se è morto, quelle impronte come possono essere lì, sul pugnale e sull’attizzatoio?

Lake risolverà il mistero e scagionerà sia Pageot che Hilda Lane, nel frattempo innamoratasi dell’investigatore.

Memorabile il finale: Hilda lo prega di non abbandonarla, ma Stanton che pure sa di essere debole nei suoi confronti, non vuole però perdere la propria soggettività e diventare solo “il marito di Hilda Lane”. E per questo scende dall’auto, e si avvia verso il treno, senza guardarsi dietro. Duro e puro.

Bellissimo romanzo, conserva una tensione immutata per tutta la sua durata, che viene mantenuta molto alta, in virtù di una trama estremamente scoppiettante e mai monotona: tantissimi avvenimenti sconvolgono l’indagine e fino alla fine non si riesce a capire chi possa essere l’omicida, se John Royal o altro, e come allora le sue impronte digitali siano finite sia sull’attizzatoio che sul manico del pugnale.

Carina anche la Camera Chiusa, la cui soluzione pur essendo una variazione di metodo già contemplato da Carr, è purtuttavia molto intrigante per il fatto che per scoprirsi, si debba guardare dal di fuori e non dal di dentro, e dal di fuori non sia facile farlo, perché si sta fuori da una finestra senza balcone, alta almeno sei metri dal viale sottostante.

L’investigatore potrebbe essere un clone di Sam Spade, duro, talora anche sprezzante, che ricorre alle maniere forti, per esempio pestando Pageot per indurlo a parlare dopo la morte di Maurine, debole con le donne, ma al tempo stesso orgoglioso della propria individualità; e Hilda Lane, è la cosiddetta Femme fatale, pronta a far perdere la testa ad un uomo, ma anche a perderla lei, quando lui invece che bramarla la rifiuta; e Inez Raybourne, l’ereditiera, è la cosiddetta donna indifesa, preda delle attenzioni di gente attratta dai soldi, che simula di essere innamorata di lei ma poi invece, di nascosto da lei, ha una storia di sesso con la matrigna della ragazza.

Il maggiordomo cinese è un classico, come un classico è anche la sostituzione di un corpo con un altro (non l’aveva per la prima volta sperimentato Edmond Dantes?); e anche il marito anziano, fatto becco dalla moglie giovane che se l’intende con altro, che a sua volta fà becco la fidanzata molto fragile; e anche la finta medium, che irretisce i creduloni.

Il cadavere che sparisce, potrebbe aver influenzato anche il Latimer di The Lady in the Morgue (che è del 1936, cioè posteriore di un anno rispetto al romanzo di Chambers), e No Coffin for the Corpse di Clayton Rawson (il disseppellimento). Ma a sua volta potrebbe aver preso qualcosa, sempre che si potesse provarlo, da The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen (1934) in cui viene disseppellita una bara in cui dovrebbe esserci un corpo imbalsamato; oppure da Into Thin Air (1929) di Horatio Winslow and Leslie W. Quirk , in cui viene disseppellito un corpo per vedere se sia presente o no un oggetto.

Insomma un gran bel romanzo, che si legge appassionatamente.

Pietro De Palma

Whitman Chambers : I morti non lasciano impronte digitali (Dead Men Leave no Fingerprints, 1935) – trad. Dario Pratesi – I Bassotti N°104, Polillo, 2011ultima modifica: 2015-07-17T21:24:48+00:00da lo11210scriba
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