Ngaio Marsh : Rito macabro (Off with his Head, 1956) – trad. Giulia Betocchi – I Gialli del secolo N° 309 del 16 marzo 1958

rito macabre 001La camera chiusa più nota di Ngaio Marsh è “Rito Macabro” (Off with his Head, 1956), pubblicata nei Gialli del Secolo nel 1958,appena due anni dopo la pubblicazione in lingua originale. Questo ci dice una cosa importante: che questa collana così bistrattata (per le traduzioni molto tagliate) era però curata da gente che aveva contatti tali che un’opera uscita due-tre anni prima, in altra lingua, potesse essere subito pubblicata.

Diciamo subito che ridurre un simile romanzo, di più di 300 pagine a 82, è quasi uno sfregio: tenendo conto che i caratteri tipografici della pubblicazione Casini sono piccoli, potremmo azzardare 100-110 pagine in un formato più moderno, ma comunque avremmo il taglio di due terzi della storia. E siccome Ngaio Marsh è conosciuta innanzitutto per le sue descrizioni mozzafiato, e questo romanzo, tipico di atmosfera, ambientato in Scozia ne dovrebbe avere parecchie, è lecito ipotizzare che una edizione integrale ci avrebbe riservato ben altra lettura! Perché al di là del mero problema proposto dal plot e della sua soluzione, i romanzi di Ngaio Marsh sono tutti caratterizzati da splendide descrizioni di personaggi e luoghi. E qui, non è che io abbia letto alcunchè di ciò.

Teatro delle vicende sono le rovine del castello di Mardian, su una collina, in cui ogni anno ha luogo la danza dei 5 fratelli, una pantomima antichissima, di origine pagana, a cui è interessata la Signora Bunz, una tedesca scampata al nazismo, studiosa di letteratura e storia ed esperta di folklore, che ha saputo di questa rappresentazione e vuole informarsi in merito. Tuttavia le persone a cui si rivolge, sono estremamente riservate e non vogliono assolutamente collaborare con lei: probabilmente la guerra è ancora troppo vicina e pur sempre è una tedesca.

A rappresentare la danza sono i 5 fratelli Andersen ed il padre William: mentre loro devono danzare prima con dei campanelli attaccati ai calzoni e poi devono continuare la danza con le spade, il padre che impersona il Vecchio Buffone,  deve recitare alcuni antichi versi, rompere uno specchio, legger il testamento, e poi deve morire sulla scena, decapitato: all’uopo indossa un copricapo che rappresenta la testa di un coniglio, che poi, al momento cruciale viene slegato, dando la sensazione di una testa recisa.

Il vecchio è avaro e possessivo: vuole che i figli gli siano asserviti e pretende di decidere anche della loro vita. Così è accaduto per la sua unica figlia, che ha deciso, anni prima, di fuggire per sposare chi al padre non era gradito, e per questo è stata diseredata: ora però si presenta la figlia dell’erede diseredata, Camilla Campion. Il nonno è felice di rivederla, meno felici i figli che temono di essere privati di parte della loro eredità alla morte del vecchio padre.

A completare il quadro “idilliaco”, ci sono Trixie, una bella ragazza del posto che ama uno dei 5 fratelli Andersen, Chris, ma che in passato ha avuto una storia con Ralph Stayne, pronipote focoso della vecchia castellana Alice Mardian, figlio del di lei nipote, il pastore anglicano Stayne. Ora Ralph è innamorato, ricambiato, di Camilla, ma la cosa non piace né al vecchio William Andersen, né alla zia Alice. In più c’è Simon Begg, ex colonnello della RAF ed eroe di guerra, che ha un’officina e che come gli Andersen, e Ralph, ha una parte nella pantomina, in cui recitano solo soggetti maschili: Simon impersona il cavallo, il Crack, calato in una pesante armatura di ferro, mentre Ralph impersona il Betty, un ermafrodito, metà donna metà uomo (che ora chiameremmo transex) in quanto ha una lunga e grande gonna.

Il giorno previsto per la rappresentazione, tuttavia, qualcosa va storto: anche se infatti assistono alla rappresentazione oltre 50 persone tra cui Trixie Plowman, Alice Mardian, il sergente Carey del posto, il dottor Otterly, dopo la finta decapitazione, il vecchio (che dovrebbe rinascere a nuova vita e quindi risorgere, sollevandosi dalla buca dietro la vecchia Pietra di Mardian, laddove Ernie, il figlio epilettico di Andersen, ha decapitato un’oca battagliera) non si alza e così andando ad investigare casomai si senta male, lo trovano lì dove doveva essere, decapitato per davvero, con la testa volta in posa innaturale come se avesse fatto un giro di 180° rispetto al suo asse, cose se qualcuno l’avesse messa lì, ancora sotto la maschera del Buffone, per qualche oscuro motivo.

Chiamato ad investigare è Roderick Alleyn, di Scotland Yard, che, figlio di una nobildonna, ha più dimestichezza di altri a trattare i nobili. Si trova a districare una matassa per nulla facile: un uomo è morto decapitato, eppure nessuno, dico nessuno, dei 50 presenti alla rappresentazione si è accorto di nulla, né quelli più lontani né quelli più vicini. Per di più, l’unica spada che avrebbe potuto decapitare il vecchio, la spada del figlio epilettico Ernie, la più affilata di tutte, tanto da essere più affilata di un rasoio, è immacolata e non reca nessuna macchia di sangue. Anche le altre spade non sono servite a questo scopo: e allora, chi e con cosa, ha decapitato il vecchio William? E soprattutto come?

Al di là di una serie di fatti (il vecchio non avrebbe dovuto impersonare il Buffone che sarebbe stato invece impersonato da Ernie, e questo spiega l’astio tra questi ed il padre; l’ira di Ernie verso Ralph che gli aveva sottratto la spada affilata; un barile di pece che improvvisamente ha preso fuoco durante la rappresentazione, al di là di un muro del castello; il fatto che Ernie vorrebbe rivelare qualcosa che Begg, suo comandante in guerra lo dissuade dal fare), Roderick riscontra in tutte le testimonianze raccolte, oltre che una linea comune, tante discrepanze quando non bugie dichiarate, che rendono ancora più faticosa la sua ricerca della verità. Tanto più che, andando a esaminare bene la faccenda, non è che il vecchio Andersen in vita fosse stato molto simpatico e gradito; tutt’altro! Di possibili moventi e quindi di assassini potenziali ne abbiamo parecchi: innanzitutto i 5 fratelli, che da tempo immemorabile vogliono trasformare l’officina di fabbro che resiste da secoli, in una moderna stazione di servizio, cosa a cui è interessato anche Simon Begg che possiede già un’officina; poi lo stesso Ralph, in quanto il vecchio era contrario che lui e la nipote si mettessero assieme: la stessa Camillla potrebbe avere avuto interesse ad uccidere il vecchio, giacchè si vocifera che egli fosse stato interessato, all’apparire della nipote, a cambiare il testamento e ad inserirla tra gli eredi, cosa che a Camilla avrtebbe fruttato parecchio se è vero – come si diceva – che il vecchio avaro fosse ricco. Inoltre Begg impedisce ad Ernie, il figlio epilettico di William Andersen, di parlare ogniqualvolta egli sia sul punto di farlo, e questo rende sospetti sia lui che l’ex sottoposto; e sospetta è anche la signora Bunz, per l’astio che le riservava il vecchio. Possibile che lei non sia quella che dice di essere?

Ci sono delle cose che Roderick Alleyn nota: la sig.ra Bunz soffre per dei dolori alle spalle ma non vuole assolutamente spogliarsi davanti al dottor Otterly; tra i resti del falò e del barile di pece trova ciò che resta di un grosso coltello; la testa della vittima, appariva messa in una posizione innaturale rispetto al resto del corpo, come se non fosse caduta lì ma fosse stata a bella posta voltata di 180°; l’interesse molto insistente della sig.ra Bunz per conoscere lo svolgimento della Pantomima; l’astio tra Ernie e suo padre per l’interpretazione durante la pantomima; il fatto che Begg non voglia che Ernie si metta nei pasticci; la mancata inclusione di Camilla tra gli eredi, cosa che potrebbe significare un suo estraniamento dai possibili assassini; e infine, qual è il vero motivo per il quale il barile di pece viene incendiato?

Il plot verrà svelato dopo che la Alice Mardian avrà parlato ad Alleyn di un certo diario nel quale era descritto il cerimoniale della pantomima, che gli Andersen da generazioni, recitavano, conoscendo a memoria i versi. E dopo che lo stesso Alleyn avrà preteso che tutti coloro che avessero assisitito o interpretato un qualche ruolo durante la pantomima, fossero presenti, dicendo espressamente che uno solo dei partecipanti avesse recitato in due ruoli diversi.

La soluzione sarà magnifica, e consegnerà alla giustizia un assassino che avrà ucciso non per calcolo ma per altro motivo, e che si sarà servito di un complice, per la messinscena.

Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad una messinscena, e come dico da tempo, le più belle Camere Chiuse son quelle preparate, con l’aiuto di un’altra persona che svolga la funzione di complice. E’ evidente che se 50 persone non hanno notato nulla, il delitto deve essersi consumato non nel luogo dove la decapitazione avrebbe dovuto avere luogo ma altrove; ma come avrebbe potuto essere decapitato in altro luogo ed esser portato lì senza che nessuno vedesse nulla?

Ci troviamo davanti ad un delitto impossibile, più che ad una camera chiusa, se la intendessimo secondo i canoni usuali, cioè un luogo chiuso; e qui ci troviamo in uno spazio aperto, dove neanche le orme stanno a rendere impossibile una fuga dell’assassino. Però è anche vero, che la stessa natura dell’evento, una rappresentazione “teatrale” avvenuta in uno spazio prefissato, davanti a 50 persone, che non hanno visto nessuno scappare e tantomeno uccidere il vecchio, fanno di questo “delitto impossibile” una altamente suggestiva Camera Chiusa. Che presenta numerosi punti di contatto con altra Camera, di Christianna Brand, però: il cavallo (lì vero, qui falso), la corazza, una decapitazione, il fatto che in entrambi i casi la testa sia imprigionata in qualcosa (lì un elmo, qui una maschera). A me sembrerebbe che Ngaio Marsh, pur imbastendo una delle sue storie più originali e meglio scritte e concepite, possa aver preso a modello il romanzo della Brand, o comunque che qualcosa di quello sia rimasto nel suo inconscio, dato che tra Death of Jezebel e Off with his Head, ci sono 8 anni di differenza.

A rendere incredibilmente affascinante questo romanzo c’è anche una doppia sorpresa, di cui mi sono reso conto a posteriori.

Innanzitutto non vi è movente. Normalmente quando c’è un delitto ci si chiede: Cui prodest? A chi giova? Chi trae beneficio dalla morte di qualcuno e quindi chi ha un motivo valido per sopprimerlo? Qui di moventi ve ne sono tanti, ma guarda caso proprio l’assassino non ha un movente valido per uccidere.

La seconda sorpresa riguarda la morte in se per sé: essa è la risposta ad un’aggressione. In linguaggio tecnico la potremmo configurare come un’eccesso di legittima difesa. Tuttavia l’assassino, per mascherare il suo coinvolgimento ordina di decapitare William. Si ha quindi la formazione di una coppia: l’assassino vero, e quello finto, che invece viene ritenuto vero. In altre parole chi decapita non uccide ma oltraggia un corpo morto. La coppia dei due assassini (quello vero e quello falso) è diversa però da un’altra coppia formata dall’assassino e dal suo complice che preparano la messinscena. Ed essa stessa, e qui sta la genialità del romanzo, viene attuata senza che vi sia una premeditazione dell’omicidio. Normalmente quando vi è una messinscena è per far credere ad una cosa invece che ad un’altra, e quindi, nell’ambito di un delitto, possiamo parlare di premeditazione: qui invece la messinscena non è tale perchè il delitto non è premeditato. Semmai si utilizza una rappresentazione come messinscena dividendola in due parti ben distinte: la prima parte della rappresentazione è tale a tutti gli effetti (fino a che il Buffone, che nella rappresentazione è stato decapitato, giace nella buca in attesa di risorgere), mentre nella seconda essa può essere assimilata ad una messinscena (quando viene usata per nascondere la morte altrove).

Comunque mi vien da augurarmi che si possa tradurre integralmente il romanzo perché sicuramente una lettura integrale di questo splendido romanzo darebbe la possibilità all’appassionato di godere appieno di una delle migliori opere della scrittrice neozelandese.

 

Pietro De Palma

Ngaio Marsh : Rito macabro (Off with his Head, 1956) – trad. Giulia Betocchi – I Gialli del secolo N° 309 del 16 marzo 1958ultima modifica: 2015-03-23T20:25:55+00:00da lo11210scriba
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