Anthony Abbot – L’amante del reverendo (About the Murder of the Clergyman’s Mistress, 1931) – Trad. Igor Longo – I Classici del Giallo Mondadori N° 1078 del 15/9/2005

coltL’amante del reverendo è il secondo romanzo di Anthony Abbot.

Fu scritto un anno dopo il primo, l’Omicidio di Geraldine Foster, e come vedremo, ripete, ampliando alcune caratteristiche che si erano notate nel primo, ma ne evidenzia delle altre.

Come il primo, ci troviamo nell’anticamera dell’inferno.

In un inizio di un’estate afosa, viene trovata una barca alla deriva: contiene due cadaveri. Una donna che è stata uccisa con uno sparo al cuore, ma che poi è stata quasi decapitata; e un uomo, con una faccia mite, che gli abiti indicano essere il ricco parroco di una chiesa episcopale, con un foro di pallottola in fronte, da cui era colato il sangue che aveva impiastricciato i capelli castani. Nella barca, che ancora odora di vernice, nuova di zecca, c’è anche una carta appallottolata: una lettera, chiaramente inviata da un uomo ad una donna, che parla di amore. Può esser stata scritta dall’uomo e rivolta alla donna, entrambi uccisi? E c’è anche un gatto, testimone dell’uccisione, giacchè ha i polpastrelli delle zampe sporchi di sangue. Ne deve aver pestato tanto, se le ha sporche. Ma, cosa strana, di sangue nella barca, non ce n’è?

Evidentemente non son stati uccisi lì, ma altrove, e poi trasportati da morti nella barca, per essere evidentemente fatti a pezzi e poi affondati in acqua. Dov’è il luogo dell’uccisione e chi i sono i cadaveri?

Ben presto si arriva ad identificare i cadaveri: si tratta del pastore Timothy Beazeley e della sua segretaria Evelyn Saunders. Il pastore proviene dalla parrocchia di San Michele e di tutti gli angeli. Ma dove è stato ucciso? Evidentemente dev’essere un posto vicino al fiume, altrimenti sarebbe stato visto, e si sarebbe saputo subito della barca, di cui invece nessuno sa. Nessuno saprebbe come fare, ma Colt Tatcher, Commissario della Polizia Metropolitana di new York, sa come fare. In possesso di una cultura enciclopedica, conosce persino tutte le varietà di foglie degli alberi di New York: quella a suo dire proviene da un albero di sommacco. Quanti sommacchi vi sono a New York? Ma William Lederer, da lui interpellato, Direttore generale della ripartizione Alberi, lo contraddice: è una foglia di Albero del Paradiso. Riescono a ritrovare la proprietà, e sanno pure che un gatto con le fattezze di quello trovato nella barca, appartiene alla signora Warthon, un’anziana donna che ha un appartamento che nessuno usa. Entrati in casa, grazie al custode Kraus, trovano delle strane alghe commestibili, macchie di vernice in un grande salone con enormi finestre che danno sul giardino interno, un orecchino sotto un divano, simile a quello che manca dagli orecchi  della morta, delle strane impronte dentro un armadio a muro, e un coltello affilatissimo e pulito, appeso ad un gancio.

Intanto si trova chi era sposato a Timothy: è la ricchissima Elizabeth Beazeley già Curtainwood. Con lei vivono i due fratelli Paddington e Gerard:  il secondo è un minorato, a cui piaceva sezionare gli animali con l’uso di coltelli affiliatissimi.

Già dal primo momento delle indagini, dopo che son stati mandati all’obitorio perché siano sottoposti ad autopsia i cadaveri dei due amanti assieme alla barca, si capisce che attorno alla dimora dei Beazeley molti sono gli interrogativi irrisolti: tutti sembrano molto sospetti e soprattutto molto reticenti.  Per di più per un caso si viene a sapere che un pacco contenente un indumento è stato inviato a parenti lontani, perché siano lavati e mondati da qualunque macchia. Tramite tutta una procedura (polizia aerea, di cui si accredita l’invenzione proprio a Tatcher Colt) si riesce ad entrare in possesso dell’indumento, che si rivela essere un soprabito con dei risvolti in pelliccia, che appartiene a Elizabet, sporco di sangue.

Tutto finito? Trovata l’assassina? Trovati i complici? No. Perché entrano in scena altri personaggi: il fabbriciere Chadwick e l’avvocato della famiglia Powell, innamorati entrambi  della vedova, che avrebbero avuto più di un motivo per uccidere il Pastore (per ereditarne la posizione, e i soldi). E inoltre entrano in ballo le altre due segretarie di cui una ex, del Pastore:  Bessie Struber e Emma Hicks. Tutte e due sembrano accreditare la tesi che il pastore fosse tutt’altro che una persona seria in ballo per diventare addirittura Vescovo (di chiesa episcopale) ma invece un fatuo farfallone, che si innamorava di tutte coloro che gli facevano danzare la gonnella dinanzi agli occhi. Insomma, di motivi ne avevano anche loro due: invidia, gelosia, rancore nei confronti di Evelyn questa volta; ma..il Pastore? Lo avrebbero uscciso? Bisogna dire che di sospetti ce ne sono tanti. Ovviamente c’è anche il marito di Evelyn, William Saunders, che fa il guardiano notturno, che a parole rigetta indignato l’ipotesi che la moglie possa averlo tradito con il Pastore, ma che poi coi fatti dimostra di aver più volte sospettato che la moglie lo tradisse. Inoltre c’è anche un misterioso ricattatore, che ha minacciato di morte Evelyn, che pure ha inviato un telegramma per far allontanare il guardiano delle ville, tra cui quella in cui si è consumato il duplice omicidio: il bello è che questa persona viene riconosciuta come la stessa che aveva acquistato del fasciame di legno di cedro e degli attrezzi da carpentiere (questi ultimi trovati assieme ad un grosso rotolo di linoleum e alla pistola, nelle acque del fiume) perché potesse da solo costruire la barca. Quindi il delitto è stato accuratamente premeditato. Tanto più che sono stati trovati nella villa del mistero, che poi si saprà essere stata acquistata in segreto da un fantomatico proprietario di cui nessuno sa nulla, attraverso intermediari, dei manubri che autorizzano a pensare che l’assassino, dopo aver fatto a pezzi la vittima, ne volesse zavorrare i resti nel fiume.

Dopo che si capisce chi possa essere stato il ricattatore, e anche il compratore del fasciamo che ha costruito in segreto la barca, Colt capirà chi possa essere stato l’assassino, o…gli assassini.

Il secondo romanzo di Abbot mantiene le aspettative, rimanendo nel solco del primo; semmai lo approfondisce . E’ quindi ancora, semmai non lo si fosse capito, un romanzo vandiniano, mantenendo tutti validi i contatti con l’archetipo: il detective e la sua spalla istituzionale (qui è il procuratore Dougherty, come in van Dine lo è Markham rispetto al detective che qui è addirittura un Commissario di Polizia), il detective e il suo mentore (come lo è Van Dine rispetto a Vance, così qui lo è Abbot verso Colt) che è per di più identificato con lo scrittore stesso, un modo come un altro per accreditare di veridicità le storie imbastite. Anche qui si manifestano intatte le caratteristiche del detective vandiniamo : super deduzione, super cultura (Colt qui, addirittura si dice conosca tutte le specie di alberi di New York: anche se nel prosieguo, anche lui..sbaglia), superversatilità in tutte le scienze.

Però al tempo stesso, si approfondiscono alcune differenze: i romanzi sono dei veri e propri procedurals ante litteram; i delitti non avvengono solo nei quartieri alti di New York e le vittime non sono solo altolocate; c’è un livello di violenza molto più alto qui, in Abbot, che rispetto alle storie di Van Dine; infine, anche in derivazione da ciò, talora le storie di Abbot possono definirsi quasi delle storie Horror-Splatter : nel primo romanzo c’è un cadavere immerso nell’acido tannico per ritardare la decomposizione e sangue da ogni parte, qui c’è un assassino che non è riuscito a fare a pezzi la sua vittima perché interrotto da qualcosa. Per di più, questa sovrabbondanza di sangue, si oppone alla anemia degli omicidi vandiniani: per certi versi, il solo romanzo di un vandiniano che in qualche modo si avvicini a questo di Abbot sarà The Egyptian Cross Mystery di Ellery Queen, con una forte componente splatter. Altra differenza, che tende a incanalare il vandinismo abbotiano nel solco di un vandinismo non pedissequo ma che cerca una propria strada, è la tendenza a non privilegiare l’azione statica dell’indagine investigativa : Philo Vance agisce sempre in ambienti statici, in ville, palazzi, case, padiglioni non allontanandosi mai se non per andare a casa sua; anche Nero Wolfe è così, non lasciando mai casa sua; e Ellery Queen pure, che interviene sul delitto avvenuto in un determinato posto, non spostando mai la propria azione investigativa altrove, semmai ritornando a casa propria. Tuttavia ad alimentare i venti contrari, ci sarebbe il modo di fare di Archie Goodwin, il factotum e spalla dell’investigatore, che però ne rappresenta le gambe: con lui il giallo firmato Rex Stout perde la inamovibilità nelle scene delittuose dell’investigatore (anche perché lo stesso Goodwin è investigatore).

Tuttavia, se è vero quello che accade nei romanzi di Nero Wolfe, bisognerebbe anche dire che i primi romanzi in cui ci sia un certo spostamento di direzione e la perdita di inamovibilità investigativa, sono proprio i romanzi di Abbot:  un certo spostamento di azione si era già visto in About the Murder of Geraldine Foster, ma è proprio in questo secondo romanzo che il romanzo vandiniano così come era stato ideato da Van Dine (delitto in un ambiente altolocato, con soggetti tutti altolocati o comunque attinenti all’alta finanza e indagine ristretta ai luoghi del delitto) perde la sua staticità (anche se sporadicamente in alcuni romanzi vandiniani classici un qualche spostamento di luogo c’è talora: per es. in La Canarina assassinata, laddove viene trovato il cadavere dell’amante della Canarina, nel suo rifugio, dove è stato ucciso dall’assassino della Canarina che lui ha tentato di ricattare) . Del resto, About the Murder of the Clergyman’s Mistress è del 1931, mentre  Fer-de-Lance è del 1934. Tuttavia non è il solo autore vandiniano, in cui l’azione del detective e la stessa azione del romanzo non sia espressamente statica, perché altro autore libero, con luoghi del delitto assolutamente anticonvenzionali, è Rufus King.

Il genere rimane quello del Whodunnit classico (anche se talora si odono, nelle storie di Abbot, gli echi dell’Hard-Boiled), con un’azione investigativa che parte dagli indizi, ma sublimandosi tuttavia in una di carattere psicologico puro, in cui il finale ha un finale catartico importantissimo: nel caso di questo secondo romanzo, tuttavia abbiamo una certa variazione di tecnica narrativa. Se infatti, nel romanzo vandiniano per eccellenza c’è uno schema del genere:   Prologo (che coincide con l’Introduzione)—- Delitto—-Indagine—-Finale (e talora un Apologo), qui tenuto presente inalterato lo schema interno Introduzione—- Delittto —-Indagine —-Finale, Epilogo e Prologo si identificano, mutando l’azione del romanzo da una che ha per carattere il divenire e quindi la successione di eventi l’uno dall’altro, ad una in cui vi è ciclicità dell’azione: nel Prologo si annuncia quello che si capirà solo nell’Epilogo, cioè per quale ragione il caso contemplato in questo secondo romanzo, per il quale nessuno fu arrestato e quindi la sedia elettrica restò inoperosa, fosse stato archiviato.

La particolare qualità del whodunnit in Abbot sta nella non univocità dell’interpretazione degli indizi: se in Conan Doyle, l’analisi di un indizio ida parte di Sherlock Holmes portava ad una certa conseguenza, in Abbot, più che in Van Dine, un indizio può essere interpretato in diversi modi: questa diversa prospettiva qui non è solo affidata alla abduzione di Colt Tatcher ma anche a quella dell’Avvocato Powell: la presenza di un certo orologio, mancante al morto, in un certo mobile di casa Blazeney, avrebbe indotto a pensare che successivamente alla morte del Pastore, nel caso l’assassino fosse stato qualcuno dei suoi famigliari o fors’anche la moglie, qualcuno l’avesse sottratto e nascosto; ma come fa osservare Powell, quell’orologio trovato è un orologio nuovo, assolutamente, che non può esser mai stato al polso di una persona, e che era il regalo della moglie al marito per il suo compleanno ancora da compiersi; così come lo stesso Colt dimostrerà che la presenza di sangue su un vestito non è indizio di assoluta certezza della partecipazione ad azione delittuosa.

Il finale, assolutamente spettacolare, è il ribaltamento di ogni logica affermata a parole, con l’inquadramento di un’azione delittuosa, in cui l’animo demoniaco verrà sottolineato senza preamboli: l’assassino è un grande avversario del detective(qui lo sarà su un piano puramente virtuale), di grande intelligenza, ed è un essere spietato che uccide perché ha il male in sé, quando non uccide che per calcolo.

Pietro De Palma

Anthony Abbot – L’amante del reverendo (About the Murder of the Clergyman’s Mistress, 1931) – Trad. Igor Longo – I Classici del Giallo Mondadori N° 1078 del 15/9/2005ultima modifica: 2015-02-16T23:50:56+00:00da lo11210scriba
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento