Paul Harding – Lo scheletro nel monastero (Murder Most Holy, 1992) – trad. Elisa Pelitti – Il Giallo Mondadori N. 2449 del 1996

Molti anni fa conobbi Igor Longo. Avevo scritto una lettera al Giallo Mondadori e in particolare all’allora Editor Sandrone Dazieri, per avere una lista aggiornata (al 2003) di tutti i Gialli e Classici Mondadori dall’inizio delle serie e ottenere delle risposte in merito al genere da me adorato, cioè le Camere Chiuse. Dazieri mi disse che Igor Longo mi avrebbe dato tutte le delucidazioni che avessi voluto. Dal momento in cui lo contattai, cominciò una amicizia epistolare molto ricca di contenuti (ci telefonavamo anche), e mi ricordo che una delle prime cose che lui mi disse fu che per un appassionato come me di Camere era necessario che leggessi i romanzi di Paul Halter e Paul Doherty, che non consoscevo allora.

Per la qual cosa mi rivolsi a La Libreria del Giallo di Milano presso cui avevo acquistato parecchia roba, e Tecla Dozio mi procurò una serie di romanzi dell’uno e dell’altro, i primi di Doherty (quelli della serie di Athelstan) e parecchi di Halter.

Chi sia Halter, è arcinoto (l’ho anche intervistato l’anno scorso); urge invece qui spendere qualche parola per introdurre Doherty, i cui romanzi ammontano ad oltre cento attualmente e che è considerato uno dei migliori romanzieri viventi inglesi, tanto che tre anni fa è stato insignito dell’OBE (Order British Empire) dalla regina Elisabetta II.

E’ nato nel 1946 a Middlesbrough (North-East England). Ha ottenuto una Laurea in Storia alla Liverpool University per poi ottenere una Borsa di Studio Statale all’Exeter College ad Oxford, dove ha conosciuto la sua attuale moglie Carla Lynn Corbitt. Successivamente ha preferito non continuare gli Studi universitari optando per la carriera di Docente di Scuola Media Superiore. Nel settembre 1981, è diventato preside della  Trinity Catholic School, a Woodford Green, Essex, una delle scuole di punta in Inghilterra, premiata varie volte per l’alta qualità dei suoi insegnanti. Doherty, che da giovane aveva studiato per diventare prete cattolico, vi ha educato i suoi sette figli.

Nonostante infatti egli abbia cominciato a scrivere nel 1985, con The Death Of A King, subito dopo aver vinto un dottorato su Edoardo II, Doherty ha scritto romanzi di varie epoche con svariati pesudonimi (C.L. Grace – serie K. Swinbrooke : regno di Edoardo IV dopo fine Guerra delle Due Rose; Paul Harding – serie Fratello Athelstan:  regno di Riccardo II protettore John Gaunt, e serie Misteri d’Egitto; Michael Clynes – serie Sir Roger Shallot  Misteri dei Tudor: regno Enrico VII; Paul Doherty – serie Hugh Corbett: regno Edoardo I; Ann Dukthas –serie Nicholas Segalla; Anna Apostolou, serie Misteri di Alessandro il Grande; e altri ancora, tra cui Canterbury Tales, oltre a romanzi senza personaggi fissi. Da quanto si evince dalle date di pubblicazione dei vari romanzi, egli è evidentemente più affezionato ad alcuni personaggi di determinate serie piuttosto che ad altri (probabilmente anche per il successo ottenuto): nello specifico, le serie che ancor oggi vantano romanzi recenti sono quelle de I Misteri di Fratello Athelstan (l’ultimo è The Straw Men, 2012); Hugh Corbett (l’ultimo è The Mysterium, 2010); romanzi senza personaggio fisso (l’ultimo è The Last of Days, 2013); serie Canterbury Tales (l’ultimo è The Midnight Man , 2012).

Oggi analizzeremo un romanzo della serie  di Fratello Athelstan,  Lo scheletro nel monastero (Murder Most Holy, 1992).

Nel convento dei Blackfriars accadono oscure macchinazioni: è in fase di sviluppo un Capitolo Interno all’Ordine Domenicano per dibattere la questione concernente le affermazioni teologiche di Henry di Winchester, ma mentre i due inquisitori visionano le carte per dare una risposta sul fatto che esse contengano o meno eresie, Bruno e Alcuin, due confratelli, vengono barbaramente assassinati.

Al Capitolo Interno, Athelstan è convocato dal Priore del Monastero, Padre Alselm, per indagare sulla morte di Bruno e sulla sparizione di Alcuin, che non è stato visto uscire dalla chiesa, ma avrebbe potuto farlo, solo che tutti i suoi effetti personali sono rimasti nella sua cella. Athelstan non vorrebbe essere attirato nelle beghe e negli intrighi interni ai Domenicani, di cui è a tutti gli effetti una pecora nera, in quanto novizio è scappato assieme al fratello minore per combattere in Francia, finendo per sentirsi responsabile della sua morte sul campo di battaglia, e di quella per crepacuore dei suoi genitori: per questo è stato mandato per castigo a gestire una parrocchia malandata di gente miserabile, finendo per affezionarsi ai suoi parrocchiani, tra cui un cacciatore di topi, un porcaro, uno stagnatore, una prostituta, una ricca vedova, un pittore sognatore, formanti il Consiglio parrocchiale. Ma lo deve fare. Non vorrebbe anche perché ci sono altre due rogne che lo vedono protagonista: la prima concerne Sir John Cranston, coroner della Città di Londra, nominato da Sua Eccellenza John di Gaunt, quartogenito di Edoardo III e zio e protettore del giovanissimo Riccardo II, Sir John è caduta nella trappola tesagli dal protettore del sovrano, che lo vuole più legato a lui e non invece troppo indipendente come è attualmente. Per questo lo costringe ad accettare una scommessa del Signore di Cremona, Gian Galeazzo, ospite a Corte, in quanto lo si vuole indurre ad un prestito consistente nei confronti della Corona inglese, vessata dalle spese e da un clima continuo di ribellione dei contadini e dei baroni: deve risolvere un quiz riguardante un problema di camera chiusa: in una stanza senza che nessuno potesse entrarvi, senza che siano entrati cibi o bevande avvelenate, con la porta sbarrata dall’interno e le finestre ermeticamente chiuse, in vari diversi momenti, quattro persone sono morte, addirittura una è stata trovata uccisa dalla paura e con le unghie infisse negli stipiti di legno della finestra. La seconda rogna è parimenti infida: infatti, durante i lavori di rifacimento della pavimentazione della povera chiesa di St. Erconwald, cui fa capo la parrocchia di Fratello Athelstan, i muratori, scavando sotto l’altare, hanno trovato uno scheletro, che stringe una croce. I parrocchiani subito gridano al ritrovamento prodigioso: pensano di aver trovato le ossa di una martire, perché si tratta dello scheletro di una donna; e sembrerebbero darvi ragione un miracolo che avviene di lì a poco: un parrocchiano ricco, commerciante, che aveva contratto una brutta infezione al braccio, dimostra che esso è completamente guarito nell’incredulità generale e del medico che lo aveva visitato al cui dire l’infezione avrebbe potuto guarirsi dopo molte settimane e non così presto.

Appena arrivato al suo monastero d’origine, Athelstan comincia ad indagare: lui figura come segretario di Sir John e quindi con una posizione subalterna rispetto al grosso amico, ma in realtà chi svolge le indagini è lui mentre Sir John pensa a mangiare e a bere idromele. Athelstan capisce subito che il fulcro del mistero è il Capitolo interno: infatti di lì a poco, Fratello Roger, un povero mentecatto accolto nella comunità, che ha visto in chiesa qualcosa di cui non sa rendersi conto, viene trovato impiccato, ma in realtà è stato strangolato. Perché? Athelstan è sicuro che riguardi il mistero della scomparsa di Alcuin, che vegliava il corpo di Fratello Bruno, sceso nella cripta un attimo prima che scendesse lui. Athelstan sospetta che Bruno sia morto al posto di Alcuin e che anche quest’ultimo sia stato ucciso e immagina dove possa essere andato a finire il suo corpo: fa riaprire il sepolcro sotto la chiesa e fà issare la bara di FràBruno: quando la aprono, un puzzo pestilenziale si diffonde nella chiesa e tutti i confratelli, anche quelli che avevano criticato la riesumazione, attoniti, constatano che nella bara vi sono due cadaveri: quello avvolto nel sudario di Bruno e quello buttatovi sopra alla bell’e meglio, di Alcuin, strangolato.

Ma non è finita, perché viene trovato ucciso Callixtus, un altro confratello, nella Biblioteca: stava cercando qualcosa ma è caduto e si è rotto il cranio: in realtà qualcuno l’ha colpito con lo spigolo tagliente di un grosso candelabro in argento, come Athelstan e Sir John appurano grazie all’uso di una primitiva lente d’ingrandimento. E anche Athelstan per il rotto della cuffia scampa ad un attentato a suo danno.

Athelstan  individuerà l’assassino grazie ad un libro strappato della badessa tedesca Hildegarde vissuta un secolo e mezzo prima, libro che Callixtus stava cercando quando era stato sorpreso dal suo assassino. E risolverà la Camera Chiusa. E infine anche il mistero dello scheletro, grazie al suo amico Sir John che troverà Fitzwolfe, il precedente parroco di St. Erconwald, un prete scomunicato, dedito alla Magia Nera e a tutti gli affari poco puliti, che è fuggito anni prima dalla sua chiesa portando dietro il libro parrocchiale, dove erano stati trascritti tutti gli interventi, anche edilizi, svolti in chiesa prima del suo arrivo. E’ da questa fonte che Athelstan vuole risalire al carpentiere che mise in opera i lastroni di pietra, sotto uno dei quali è stato trovato lo scheletro sospetto. Vi riuscirà, e scoprirà che anche il miracolo, pure accaduto ad un uomo pio e benefattore della sua comunità, è un bluff, abilmente costruito con un trucco da guitto di strada.

E riuscirà anche Fratello Athelstan, grazie all’amico grassone, a far luce su una presunta nota informativa che era giunta e che voleva il marito di Benedicta – la vedova che Sir John sospetta sia piamente innamorata di Athelstan, cosa del resto contraccambiata – ritrovato presso un posto in Francia, lì imprigionato in attesa di riscatto, appurando che la notizia è falsa.

Le vicende di Athelstan e Sir John durante il protettorato di John di Gaunt si inseriscono nell’ultimo decennio del XIV secolo e precisamente avvengono in un tempo limitato, mesi cioè, al limite qualche anno: questo ci consegna un insieme di fatti che non si discostano molto per quadro politico generale, avvenendo durante l’infanzia di Riccardo II; solo in alcuni dei romanzi più tardi, cominciamo a vedere le sommosse che ci furono nell’Inghilterra e la confusione politica. Generalmente, invece, si differenziano gli uni dagli altri forse solo per le vicende che accadono ad Athelstan e a Sir John.

Comunque sia, che siano descritte o accennate vicende politiche vere o inventate, Doherty ha il dono di saper talmente descrivere con passione e veridicità la vita di ogni giorno della Londra di quel tempo, da far sì che il lettore, nell’attimo stesso in cui legge, possa immergersi e sentirsi lui protagonista, possa camminare con le ali della fantasia in quelle strade, vedere lui i mucchi di letame, i topi, le bisbetiche con la lingua imprigionata nella mordacchia, i “flagellanti” frustarsi intonando il Miserere, i rei di adulterazione di vivande immersi nelle botti piene di urina di cavallo, visitare le fiere in cui i commercianti di sete decantano i loro prodotti e i chioschi improvvisati vendono fragranti tortini di carne, in cui le osterie sono bettole fatiscenti o sale in cui aleggia il profumo dell’arrosto o del borgogna spillato dalle botti, in cui barconi solcano il Tamigi portando mercanzie, soldati o contrabbandieri. Questo soprattutto per una caratteristica che Doherty possiede a differenza della maggioranza di coloro che scrivono romanzi storici: lui è addentrato bene nelle pieghe della storia, è un esperto di storia inglese, è uno storico di professione che ha fatto fortuna scrivendo gialli; non è un giallista che si è inventato una dimensione storica. La differenza non è di poco conto. Lo si nota nella stragrande maggioranza di romanzi “cosiddetti” storici che non potendo descrivere la realtà di ogni giorno, così come la conosce Doherty, inventano, oppure ambientano i loro romanzi in quadri politici ben conosciuti. E’ vero che alcuni giallisti sono riusciti a ricreare dimensioni storiche affascinanti e di tutto rispetto (per esempio Carr), ma sono comunque una minoranza ben acclarata.

Quando Doherty parla di un fatto storico ben preciso, potete stare sicuri che lo sviscera in maniera tale che anche il più sprovveduto capisce che lui nella storia di quel particolare tempo, è ben calato. Mi ricordo come anni fa, durante un esame di Istituzioni Medievali, accennai al tempo di Giacomo I citando delle cose che avevo letto proprio in un romanzo di Doherty, della serie Shallot (pubblicata da Hobby & Works), suscitando l’interesse della docente che mi chiese dove avessi letto quelle cose e chi fosse l’estensore: non conosceva Doherty, ma quando lesse le note sue biografiche…

Oltretutto ha il dono di saper narrare, di scrivere meravigliosamente bene, cosicchè avvince il lettore, pur avendo dei limiti stilistici: per esempio, in tutti i suoi romanzi, non c’è mai una vicenda che vada avanti per tutto il romanzo dall’inizio alla fine, e dalla quale magari dipendono altre vicende, cioè non c’è un plot principale e dei subplots che dipendono dal principale, ma vi sono più plots – di cui magari uno è più importante di altri, perché ha uno sviluppo di pagine maggiore – talora concatenati, talora no, anzi il più delle volte non lo sono, cosicchè alla fine il romanzo è come se fosse un insieme di racconti legati gli uni agli altri solo dai personaggi fissi (Athelstan, Sir John e John di Gaunt) e da quelli accessori (i parrocchiani di St. Erconwald per Athelstan, Maude e i due pargoli per Sir John). Nell’ambito delle storie narrate in ciascun romanzo, c’è sempre la descrizione di un delitto impossibile o di una Camera Chiusa, che interessa o il plot principale o quello secondario. Nel romanzo analizzato oggi, ce ne sono quattro: due sono inserite nella narrazione principale (la sparizione di Alcuin dalla chiesa e il suo assassinio); e due in quelle accessorie (la Camera che uccide; il miracolo che non è tale ma che in base alle testimonianze, tutte vere, dovrebbe esserlo): l’assassinio di Alcuin è molto simile a quello narrato in Satan in St. Mary’s (romanzo d’esordio di Doherty nella serie di Hugh Corbett): un assassinio in chiesa, l’assassino che non dovrebbe esserci, eppure c’è, nascosto lì dove c’è l’ombra, magari indossando vesti nere, guanti e cappucci neri, cioè ricorrendo ad un vero e proprio trucco illusionistico; la sua sparizione è chiaramente derivata da quella presente in The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen; la Camera che uccide è il più antico e più famoso degli esempi di Camera Chiusa (qui l’espediente narrato direi che derivi direttamente da quello di The Grey Room di Eden Phillpotts, pur essendo diverso l’agente killer, ma il mezzo è lo stesso ); infine il miracolo che non lo è, è ancora un trucco illusionistico.

Il successo della serie di Athelstan è forse da attribuirsi all’insolita coppia (le coppie nei Gialli sono sempre memorabili: S. Holmes e Watson, Poirot e Hastings, Philo Vance e Markham, Padre Brown e Flambeau, Henry Merrivale e Humphrey Masters, E. Queen e R. Queen, Alan Twist  e Archibald Hurst, etc..) in cui quello che dovrebbe essere il Watson della situazione, finisce per essere il vero detective, e quello che dovrebbe esserlo (Sir John) non lo è. Per di più la coppia è descritta macchiettisticamente: questo è il vero segreto del successo della serie. Il detective non è un eroe, ma è un antieroe: Athelstan rifugge dal successo che cede al suo compagno di avventure, e fà di tutto perché gli altri pensino a lui come un personaggio alternativo: un sognatore che ama perdersi a guardare le stelle, così come Sir John pur indugiando al tracannamento di Borgogna, Chiaretto, idromele e birra, molto spesso finge di appisolarsi (quando non si addormenta di botto davvero) perché gli altri pensino a lui come un ubriacone e non si curino di quel che dicono in sua presenza. Sono due personaggi simpatici e buoni di animo, burberi ma teneri. Inoltre Athelstan e la realtà della sua parrocchia, i suoi doveri e la sua veste canonica, i suoi uffici divini, i dogmi teologici, a mio parere riflettono la fede cattolica di Doherty e i suoi trascorsi di noviziato..

Un’ultima cosa vorrei osservare una curiosità: secondo me,  la vicenda della discussione circa una verità teologica, svolta da un Capitolo interno, con la presenza di inquisitori; la presenza di un libro che è la causa di alcune morti ( e lì è il mezzo addirittura); le morti di confratelli che avvengono in un monastero, sono tutte situazioni che Doherty avrebbe potuto trarre da Il Nome della Rosa di Eco, opportunamente modificandole secondo il suo gusto e il suo estro. Segno che Umberto Eco deve aver avuto un peso ed una risonanza molto vasti dappertutto, anche in Inghilterra, probabilmente anche grazie al film di Jean-Jacques Annaud e all’interpretazione di Sean Connery.

Pietro De Palma

Paul Harding – Lo scheletro nel monastero (Murder Most Holy, 1992) – trad. Elisa Pelitti – Il Giallo Mondadori N. 2449 del 1996ultima modifica: 2014-08-04T23:06:17+00:00da lo11210scriba
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