Uno dei capolavori, se non Il Capolavoro, di Margery Allingham: L’ora del becchino.

 

Margery Allingham – L’ora del becchino (More Work for the Undertaker ,1948) – trad. Diana Fonticoli – Il Giallo Mondadori  N.2987 del 2009


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Margery Alligham è una delle esponenti più famose della della Golden Age del romanzo poliziesco, formando assieme a Agatha Christie, Ngaio Marsh e Dorothy Sayers le cosiddette 4 “Crime Queen”

Nacque a Londra nel 1904, in una famiglia in cui il pane quotidiano era la letteratura: i genitori erano scrittori, una zia possedeva una rivista letteraria. Durante l’infanzia la famiglia si trasferì nell’Essex dove lei attese agli studi. Tornata nel 1920 a Londra, frequentò studi recitazione e conobbe il futuro marito, che la aiutò sempre nella sua attività editoriale, progettando molte delle copertine di suoi libri.

Esordì nel 1923 con Blackkerchief Dick, un romanzo in cui c’erano elementi di occultismo, senza avere un folgorante successo, e stessa cosa si ripetè più tardi, nel 1928, quando il suo primo poliziesco fu pubblicato sulla carta stampata a puntate, The White Cottage Mystery. Tuttavia il vero successo lo ebbe quando dette alle stampe il suo primo romanzo, The Crime at Black Dudley, 1929, in cui introdusse il suo personaggio fisso, Albert Campion, una via di mezzo tra vari personaggi di altri autori : il Lord Peter Wimsey (della Sayers) e il Roderick Alleyn di Ngaio Marsh (è un personaggio che oscilla nell alte sfere della nobiltà) e  Philo Vance di Van Dine (l’upper class della borghesia). Dipana misteri, ma vive anche avventure. Inoltre, confezionando i personaggi di Campion e Lugg, Allingham dimostra di aver assimilato l’idea base, seguita molte volte dagli scrittori degli anni venti e trenta, di un investigatore assistito da un suo collaboratore.

Il primo come si sa fu Sherlock Holmes col fido Watson. A rompere le scatole dello schema non fu però Leblanc, che confezionando Arsene Lupin e mettendolo a confronto con un sedicente Herlock Sholmes,  aveva messo in ridicolo il personaggio di Doyle e lui stesso, ma Chesterton che inventò il prete-detective Padre Brown dandogli come assistente collaboratore un ex ladro, Flambeau, diventato poi detective. La Allingham mi pare che attinga proprio da Chesterton e da questa idea base, per creare la coppia Campion-Lugg, non dimenticando che Flambeau è una derivazione stessa di Lupin, ladro e detective (per fini propri) nello stesso tempo.

Spesso, a differenza di altre esponenti, che fanno agire i loro personaggi solo entro contesti ben assestati di alta borghesia (in cui vittime e assassini rientrano in questo organigramma), l’Allingham non disdegnava far convivere elementi di criminalità comune nelle sue storie, in questo ereditando un clichè che era proprio dei primissimi polizieschi quelli degli anni ’10 ma anche inizio degli anni ’20 (Meirs, Wallace, Holt, Rohmer, Farjeon, etc..). Proprio in risposta a questa tendenza che si vede più volte espressa nei suoi romanzi, cioè di far convivere detection pura e una specie di hard-boiled all’inglese, le sue storie sono spesso non convenzionali e hanno notevoli punti si sorpresa.

Come appunto nel romanzo “Il giorno del becchino” (More Work for the Undertaker ,1948), un’opera che si situa nella secondà metà della sua produzione ( la prima che va grosso modo sino al 1938, comprende dieci romanzi scritti in nove anni, in cui il personaggio di Campion è predominante nella storia e ha caratteri spiccati di whodunnit; la seconda che va dal 1941 al al 1968 comprende 8 romanzi in 27 anni, in cui il personaggio principale tende a essere sminuito da altri via via presenti, e i romanzi stessi sono spesso molto più strutturati che quelli dei primi anni), con le sue più che 200 pagine, molti personaggi, molti subplots, e anche elementi di criminalità comune che rendono l’orizzonte del romanzo ancor più variegato e ricco, di quanto non appaia nelle prime pagine.

Sullo sfondo c’è una famiglia, i Palinode, un tempo il fulcro di un intero quartiere,  ridotta sul lastrico, i cui appartenenti, tutti fratelli, si comportano, alcuni come se il tempo non fosse passato, cioè con esagerata dignità di classe, trattando l’ambiente circostante come delle nullità (Evadne e anche Lawrence), altri con dignità quasi o del tutto assente, comportandosi come un indigente della massima specie, che viva di espedienti, mangiando e bevendo cose prese dai boschi o utilizzando le erbe, solo allo scopo di risparmiare (Jessica), altri ancora vivendo la propria situazione a metà, facendo parte della casa ma nel tempo stesso rigettandone le finalità, innamorata com’è di un proprio coetaneo (la nipote Clizia). Questa famiglia dimora nella propria casa, venduta nel tempo e di cui ora non sono più i proprietari ma solo dei pensionanti; condividono la loro vita, assieme ad altri inquilini, tutti un po’ strani: l’ex attore Carrie e l’ex militare, cap. Seaton. A dirigere il pensionato è Reneé, una conoscente di Campion.

Campion a malincuore si trova invischiato nella storia dei Palinode, invitato ad occuparsene anche dal cognato del suo maggiordomo e braccio destro Lugg, il becchino Bowlers.

E’ morta Ruth Palinode, ed una lettera anonima accusa il medico che ha stilato il certificato di morte, di averlo fatto frettolosamente: è una lettera velenosa, scritta da chi vuol far credere o è veramente, poco avvezza a scrivere bene. Ruth viene esumata e i resti degli organi sottoposti ad analisi, rivelano un’esagerata quantità di scopolamina, un veleno tratto da Giusquiamo, una pianta che cresce nel parco cittadino. In quest’ottica, si dispone anche l’esumazione della salma dell’altro fratello Edward, morto presumibilmente di colpo apoplettico. Ma siccome il certificato di morte, l’ha firmato lo stesso medico di famiglia che aveva attestato la causa di morte per ragioni naturali di Ruth, poi scoperta dovuta invece ad avvelenamento da scopolamina,  si dispone la riesumazione della salma anche di quest’altro fratello, che però fornisce esito negativo: è morto davvero per questioni cardiache.

Intanto però altri eventi si annodano a quello principale: in una cantina, i Bowlers fabbricano bare. Cosa trafficano con le bare, che escono di notte, da quella cantina? Apparentemente sono puliti, padre e figlio, ma Albert Campion non ci vede chiaro. Ancor più per il fatto che in fondo lui è stato invitato a occuparsi della faccenda per interessamento dei Bowlers, di Jas Bowlers, padre.

Tuttavia, questo strano e macabro traffico di bare, che avviene di notte, neanche che trasportassero morti di peste, cadaveri in decomposizione, fà da sfondo ad altri eventi che si sovrappongono, ad esempio eventi di cronaca nera che non c’entrebbero nulla col tronco principale dell’avventura, ma che qua e là appaiono e scompaiono; e in aggiunta a ciò, anche l’aspetto patrimoniale della vicenda, giacchè i Palinode sono diventati poveri anche per le vicissitudini legate alle disastrose speculazioni finanziarie di Edward che hanno spremuto le risorse finanziarie di famiglia, destinandole all’acquisto di azioni reputate da lui ottimi acquisti, ma poi rivelatesi niente più che carta straccia. Così in definitiva, perché mai qualcuno avrebbe voluto uccidere la vecchia Ruth, appartenente ad un’antica famiglia decaduta e in condizioni finanziarie pessime? Fatto sta che però Campion e la polizia scoprono che proprio pessime non sarebbero queste condizioni finanziarie, perché, anche se loro stessi non lo sanno ( o qualcuno invece lo sa?) alcune delle azioni in loro possesso e gestite dalla banca cittadina, sono legate allo sfruttamento di determinate miniere, vitali per certi interessi nazionali.

Il ginepraio in cui deve barcamenarsi Campion è quantomai arduo. A tutto ciò, si aggiunga anche che deve vagliare i moventi tra i potenziali assassini esterni e quelli interni alla casa, tra attori falliti e militari in pensione, tra cameriere pettegole e familiari superbi ma nel tempo stesso ridicoli nei loro tic, tra i quali emerge per esempio la voglia di economizzare, creando decotti e tisane che a loro modo dovrebbero fare bene apportando principi utili all’organismo, ma che invece sono estremamente tossici, quando non allucinogeni: quando per esempio, per curare un mal di denti, Jessica propina al malcapitato di turno una tisana a base di fiori di papavero che sì addormenta il mal di denti, ma che al tempo stesso lo imbottisce di oppio.

L’assassino, proprio approfittando di questo tic, cerca di eliminare un altro dei Palinode, Lawrence, facendo in modo che beva un decotto a base di cicuta, durante una festa, in cui agli invitati vengono propinati tisane di ortica e decotti di tanaceto o di erba mate; solo che il fratello, trovandosi dei frammenti di foglia in bocca e sapendo che la sorella è fissata in merito al filtraggio delle sue schifezze per ricavare dai residui altro materiale utile e quindi capendo che quella cosa che ha trangugiato non può esser stata preparata dalla stessa, fa in modo da vomitare, salvandosi la vita.

Ad aggravar il quadro della vicenda, di per sé caotico, si deve aggiungere il tentativo di omicidio del giovane  Dunning, amante di Clizia, colpito pesantemente al cranio da un corpo contundente, di cui non si capisce il fine, fino a che non viene acciuffato l’assassino, e scoperto un’ incredibile ridda di submoventi, che abbracciano la criminalità comune, le azioni ritenute nulle ed invece ricchissime, e i traffici notturni di bare e becchini. E che si collegano persino alla scopolamina usata dal dottor Crippen.

All’assassino Campion arriverà, ricordandosi dei bicchieri di sherry in cui erano inseriti dei fiori finti che aveva visto da qualche parte, e di cui qualcun altro ne conservava altri, assieme allo sherry e ad una boccetta contenente il veleno, perché costituiva attrazione per i visitatori, interessati alle vicende delittuose del dottor Crippen.

A differenza dei primi romanzi in cui il sentiero è dritto e definito, e quindi più classicamente il lettore ha in mano quasi tutti gli elementi per riuscire a valutare la vicenda nel suo insieme, qui, al lettore molto spesso vengono taciuti importanti elementi che poi portano o a scoperte nel corso del romanzo o addirittura alla scoperta finale dell’assassino, dei suoi complici e dei moventi. In questo, la Allingham si discosta palesemente dalle 20 regole elaborate da Van Dine, che erano state pedissequamente seguite nel corso degli anni ’30.
Anche lo stesso assassino arriva come un fulmine a ciel sereno, perché seppure sorprendente, forse lo è troppo, perché non è stato mai messo in rilievo nel corso del romanzo. Semmai lo è stato l’impiegato di banca, che al pari dei becchini, ha apparizioni oscure e spettrali, mischiandosi alle ombre: Congreve, fratello di una sedicente medium (amante di uno dei pensionanti) che ha inviato lettere anonime a vari personaggi della vicenda, tra cui il farmacista, un’altra delle vittime della mattanza, suicidatosi col cianuro. Ma Congreve, pur avendo conosciuto alcuni particolari della vicenda, non è l’assassino ma solo un volgare ricattatore: l’assassino è impalpabile nel corso del romanzo, fino alla sua scoperta finale: sembrerebbe che la Allingham volutamente l’abbia taciuto così da accrescere il suo ruolo nel finale.

Molti buoni propositi in questo romanzo, e tracce ereditate da altri autori: potrei citare La Rovina di casa Usher di Poe o anche La fine dei Greene di Van Dine o anche La Tragedia di Y di Queen, per quanto riguarda la serie di morti più o meno sospette tra i Palinode. Al di là di questo,

il romanzo è molto difficile da leggere, prolisso, pieno di giochi di parole, riferimenti, citazioni: non è certamente il romanzo che un lettore alle prime armi che si avvicina al genere, dovrebbe leggere. Per di più, parecchie delle citazioni e dei giochi di parola, che si perdono talora nella traduzione italiana, finiscono per appesantire la vicenda, già di per sé difficile da inquadrare. E alla fine si arriva più per forza di inerzia, e per voler davvero capire chi cavolo sia il responsabile e cosa c’entrino tutti questi subplots e submoventi, che per una effettiva tensione generata consapevolmente dallo stile della scrittrice.

Un romanzo estremamente affascinante per la trama e i personaggi surreali, ma poco adatto a chi lo voglia leggere per passare un pomeriggio: spesso, bisogna rileggere per riuscire a capire i nessi.

Un capolavoro (in inglese, la qualità stilistica dell’opera è altissima) per giallofili.

 

 

 

Pietro De Palma

 

Uno dei capolavori, se non Il Capolavoro, di Margery Allingham: L’ora del becchino.ultima modifica: 2013-10-26T14:42:32+00:00da lo11210scriba
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