Gwen Bristow – Bruce Manning : L’Ospite Invisibile – I Classici del Giallo, Mondadori, N° 188 – 1974 / I Bassotti, Polillo, N°2, 2003.

 

Gwen Bristow – Bruce Manning : L’Ospite Invisibile (The Invisibile Host, 1930) – Trad. Alberto Tedeschi – I Classici del Giallo, Mondadori, N° 188 – 1974 / I Bassotti, Polillo, N°2, 2003.

 

 

copertine gialli blog 042.jpgI coniugi Gwen Bristow e Bruce Manning, scrissero solo quattro mystery, ma il più famoso dei quattro fu il primo, The Invisibile Host, scritto nel 1929 e pubblicato nel 1930.

In un appartamento di New Orleans, al 22^ piano di un grattacielo, arrivano alla spicciolata otto persone, tutte rappresentanti a vario grado il gotha cittadino. Ad attenderli non c’è il padrone di casa, come dovrebbe essere, ma la servitù. Man mano che arrivano, i convitati si interrogano sul senso di ciò, sospettando che l’anfitrione sia uno di loro e nello stesso tempo chiedendosi il perché del senso di quel comportamento. Quando l’ultimo invitato è arrivato, una voce proveniente dalla radio, annuncia che gli otto saranno i protagonisti di un appassionante gioco, quale mai si è visto nella loro città. Al primo istante di eccitazione, segue poi un senso di smarrimento e di terrore, quando vengono a sapere che il gioco, non è altro che una partita tra l’anfitrione e uno di loro, a turno, il cui palio è la vita: il prescelto dovrà combattere in astuzia col padrone di casa, per non morire.

Ma perché rimangono lì gli otto invitati? Perché il padrone di casa preventivamente ha dotato l’appartamento di ogni genere di diavoleria atta ad impedire loro di andare via o di alterare il corso degli eventi: nel caso volessero distruggere la fonte dei discorsi dell’assassino, ci sono quattro bombole di gas collegate all’apparecchio radio, pronte a saltare in aria; nel caso volessero scappare, le porte in metallo sono state collegate all’alta tensione; perfino la via di collegamento del giardino pensile sito pure al 22^ piano, viene chiusa; immaginando che dal giardino pensile gli otto potessero pensare di calarsi al piano sottostante, si sono legati i fusti delle piante rampicanti a fili dell’alta tensione; e per di più lo stesso giardino pensile è troppo alto rispetto al sottostante altro giardino pensile, ben 15 metri, per poter pensare di fare un salto; infine nel caso volessero provocare un incendio, ogni stanza è provvista  di un dispositivo che invece che spruzzare acqua diffonderebbe nell’aria gas venefico in grado di uccidere gli astanti

Tuttavia, prima di iniziare i giochi, siccome i convitati non sono tutti convinti delle intenzioni ostili del padrone di casa, quello li convince ad aprire un armadio a muro, da dove cade nella stanza un cadavere già bello freddo. Con un morto già nella stanza, gli altri terrorizzati non sanno che fare: così sono convinti a depositare il cadavere in una delle otto bare, nere con fregi argentati, che sono pronte a ricevere i loro contenuti, lì nel giardino pensile, all’ombra dei palmizi (brr…).

Da allora, in men che non si dica, si verifica un’autentico massacro e ognuna delle morti è preannunciata dal killer con un proclama alla radio, preceduto a sua volta da un gong.

Il primo a morire è il finanziere Jason Osgood, “colui che meno merita di vivere”. Sapendo che la sua sorte è segnata cerca di comprare la sua vita prima coi soldi, poi con la sua disponibilità ad uccidere gli altri, ed infine sospettando che l’assassino possa essere uno di loro, avvelenando con dell’acido prussico i drink che ha in mente di offrire agli altri sette invitati. Non sa però che nell’attimo in cui ha aperto la boccetta contenente il veleno, espediente suggerito dall’anfitrione nel caso in cui qualcuno di loro non avesse avuto la forza per andare avanti e avesse voluto farla finita prima, delle micropunte contenenti acido prussico lo hanno ferito trasmettendogli la dose mortale. Sarà lo stesso padrone di casa a fermare i convitati dal bere gli intrugli avvelenati, non per non farli morire quanto privarsi del piacere di poterli uccidere personalmente.

La seconda è Margaret Gaylord Chisholm, un’esponente dell’alta società, grande pettegola,che viene uccisa solo sussurrandogli all’orecchio un inconfessabile segreto che lei pensava non fosse noto ad altri: era debole di cuore, e l’assassino lo sapeva. Nel caso della seconda a morire, del terzo e del quinto, complice dell’assassino è il buio: quando le lampadine cominciano a perdere in intensità, gli ospiti terrorizzati già sanno che l’assassino sta per colpire.

Dopo questi due primi assassini, compiuti al danno di soggetti particolarmente deboli, si apre la partita nei confronti degli altri sei. Tre muoiono in breve tempo.

Il primo è Tim Slamon, un uomo politico, amico dell’avvocatessa Sylvia Inglesby: complice il buio, viene assassinato, nella poltroncina in cui si era seduto, da degli aghi avvelenati usciti fuori allorché Slamon si è stretto ai braccioli, e inconsapevolmente li ha ruotati, Come ha fatto l’assassino a prevedere che proprio lui si sarebbe seduto lì? E’ svelato dallo stesso assassino: nel suo studio c’era una poltroncina copia esatta di quella, e di cattivo gusto come l’altra. Cattivo gusto che l’assassino accusa Sylvia di avergli fatto apprezzare. Insomma è come se avesse scaricato metà della della colpa della morte del politico su di lei: Sylvia è sconvolta da una crisi di nervi, e senza pensarci corre verso la porta, attraversando il giardino pensile, e rimane folgorata: altra morte prevista ( a proposito..l’immagine di copertina del Classico del Giallo, ritrae Sylvia durante la crisi di nervi che precede il suicidio-omicidio). 

Ultima morte del trittico è quella del professore universitario Max Chambers Reid: anche lui viene ucciso, quando nella stanza cade il buio,con una pistola munita di silenziatore. Questa volta, l’assassino ha quasi colpito in un colpo solo anche uno degli altri tre, rimasto incolume per miracolo in quanto la pallottola lo ha colpito di striscio alla tempia.

Ora sono rimasti in tre a combattere la partita contro l’implacabile assassino: Joan Trent, attrice; Peter Daly, scrittore; Henry (Hank) Abbott, pittore. Ma può anche essere che uno di questi tre sia l’assassino. Il che può benissimo essere, come aveva sottolineato precedentemente in una acuta analisi psicologica, Max Reid. Del resto se l’assassino non fosse uno dei presenti dove mai si sarebbe potuto nascondere? In cucina giacciono addormentati il maggiordomo, la cuoca ed un’altra serva; nel bagno non c’è nessuno, nel giardino pensile pure, eccetto le otto bare, che aperte non contengono altro che, in una, il nono invitato, precedentemente dalla sala portato lì.

Chi mai sarà l’assassino? Uno dei tre. Sarà quello colpito di striscio? O sarà uno degli altri due? In un susseguirsi di dubbi ed incertezze, uno dei tre è sopraffatto da un altro e il terzo, armato di fioretto, è giudice delle opposte analisi finali degli altri due. In un convulso finale (ma poi…mica tanto), l’assassino sarà individuato e gli altri due saranno liberati, in cambio della morte certa, preferita a quella lenta dell’impiccagione.

Questo romanzo si disse che avesse influenzato Agatha Christie, in quanto possiede somiglianze palesi col piu tardo And Then There Were None, che la scrittrice inglese scrisse nel 1939. Tuttavia…

Nel lavoro della Christie, chiamato prima Ten Little Niggers, poi And Then There Were None e infine Ten Little Indians, l’idea è quella dalla riunione di persone che non si conoscono in una magione su un’isola. Una volta là convenuti, fatti arrivare con un telegramma, non troveranno ad accoglierli il padrone di casa ma la servitù. Il misterioso anfitrione si annuncerà tramite dischi messi sul grammofono e ben presto capiranno che lo scopo di quella riunione è..ucciderli, vendicando la morte di coloro di cui essi stessi son stati la causa. Finchè non rimarrà nessuno, tranne l’assassino, uno degli invitati creduto morto precedentemente.

Si capisce subito quali possano essere le somiglianze: i convitati vengono invitati con un telegramma; sono raccolti in un ambiente chiuso (l’appartamento nel primo romanzo, l’isola nel secondo); in entrambi vi sono servitori che non conoscono il padrone di casa ma che sono stati assunti tramite terzi; in entrambi ad accoglierli non è il padrone di casa; in entrambi il padrone di casa si presenta tramite un mezzo audio (la radio nel primo, collegata a dei grammofoni; il grammofono nel secondo). Le differenze sono invece ravvisabili: nel numero degli invitati (8 nel primo, 10 nel secondo); nella conoscenza reciproca (nel primo gli invitati si conoscono, nel secondo no); il movente (nel primo si capisce solo alla fine che il movente è quello tipico di uno che vuol diventare padrone del mondo, accumulare il maggior potere e la maggior ricchezza possibile; nel secondo è la vendetta, ma in un certo senso nobile: sostituirsi al Giudice Finale per comminare una pensa che nessun giudice ha assegnato a ciascuno dei dieci); infine vi è una differenza più sostanziale di tutte: nel primo romanzo si salvano due invitati perché riescono a sconfiggere, nella partita con la morte, l’assassino; nel secondo nessuno si salva. Ed fu  proprio il fatto che nessuno si salvasse, a sancire il successo dell’opera di A.Christie, che si è sempre ripetuto negli anni.

Quindi la Christie alla fine si afferma sui primi per un maggior estro, per aver qualitativamente puntato su un maggior spessore psicologico degli invitati (quello del primo romanzo è appena sfaccettato) e per aver dato un maggiore respiro alla vicenda, ampliando anche le possibilità che le stesse vittime venissero colpite in posti diversi, rendendo quindi la possibilità di beccare l’assassino meno possibile. In più magistrale fu il modo come Agatha Christie fece girare la vicenda attorno ad un’innocente filastrocca, che invece nel primo romanzo non esiste. Tensione molto alta è bene dirlo in entrambi i romanzi.

Il primo può dirsi a ben donde un misto di Thriller e di Mystery: la vicenda si svolge claustrofobicamente in un appartamento, dal quale i convenuti non possono in alcun modo fuggire, a causa di marchingegni mortali posti qua e là. In questo il romanzo segue i richiami di autori precedenti ed anche il periodo (gli anni ’20: il romanzo fu pubblicato nel 1930 ma scritto l’anno prima!): Connington, Crofts, Freeman e persino Abbott aveva inserito nei loro romanzi delle diavolerie elettriche e meccaniche. Proprio l’azione claustrofobica dell’appartamento dal quale non si può in alcun modo uscire, acuisce la tensione dei personaggi (e del lettore), e li spinge ad un’azione contraria, che però è impossibile ad attuarsi a meno di conseguenze immaginabili (il che accade a Sylvia Inglesby, perché è stata spinta a farlo dal suo anfitrione).

Laddove tuttavia pare che il romanzo abbia i suoi punti di forza, lì segnala le sue mancanze: tutte quelle diavolerie elettriche e meccaniche, a me paiono un riempitivo, oltre che un segnale del fatto che il romanzo fosse un romanzo degli anni ’20 più che degli anni ’30. Proprio la mancanza di marchingegni atti a procurare la morte, fa sì che, nel lavoro della Christie,  l’assassino entri in azione direttamente e quindi, sfidando l’azione investigativa, fornisca automaticamente alla controparte gli indizi atti a fermarlo. In altre parole, nel romanzo degli anni ’30, per certi versi, l’azione delittuosa e l’azione investigativa, si contrastano sullo stesso piano: assassino e detective combattono alla pari. Ecco perché in azione e psicologia il romanzo della Christie è superiore a quello di Bristow & Manning.

Però, abbiamo detto, la principale differenza tra i due sta nel fatto che nel primo romanzo scritto, l’assassino viene scoperto; nel secondo no, perché sostanzialmente si ritiene che egli sia stato ucciso: ha fatto in modo che gli altri pensassero che lui fosse morte, per sviarli e quindi per esser libero ( da morto) di uccidere gli altri. Ma questa, che è la differenza a vantaggio della Christie, non fu elaborata da lei. Infatti, come si sa, Agatha Christie non disdegnò mai di utilizzare idee prese da altri autori, ma non è del tutto vero quello che alcuni dicono, cioè che l’idea per il suo lavoro del 1939 Agatha Christie la prese solo da The Invisibile Host : indubbiamente l’opera la conosceva (quella originale dei due coniugi precede la relativa della Christie di nove anni), ma se avesse preso solo l’idea base di Bristol & Manning, il lavoro di Agatha Christie non avrebbe avuto quel successo incredibile che ebbe. Infatti, se proprio vogliamo parlarne, il fenomenale successo fu dovuto all’altra idea base, quella tratta da Six Hommes Morts, di André Steeman, opera del 1931.

Nel romanzo di Steeman, sei amici non avendo fortuna, decidono di partire ognuno verso una sponda diversa, giurando che qualora uno di loro avesse fatto fortuna, avrebbe dovuto dividere con gli altri. Fin qui la trama è quella di tanti altri romanzi. L’originalità di Steeman fu invece nell’avere previsto che uno ad uno, gli amici morissero, una volta che si fosse avverata la promessa fatta prima del loro distacco, e che poi non rimanesse alcuno in vita. E che poi si scoprisse che uno di quelli che era stato creduto morto, in realtà non lo fosse, e avesse così avuto la possibilità di uccidere gli altri. Questa è la vera differenza tra i due romanzi, quello di Bristow & Manning, e quello della Christie (copiata da Steeman).

Un’altra differenza tra i due romanzi sta nel fatto che mentre quello della Christie, come abbiamo detto, è ampio nell’azione e dello spessore psicologico dei personaggi e quindi ha un maggior respiro, ha la profondità del dramma, il romanzo del 1930 non è altro che un Divertissement, un gioco all’assassino, un whodunnit puro e semplice, anche piuttosto scarno, anche se come abbiamo detto, teso. Il mordente lo perde alla fine, perché troppo presto si giunge a scoprire l’omicida, mentre la tensione nel romanzo della Christie arriva sino agli ultimi righi con un effetto spasmodico. Anche la trovata del cappuccio della penna piena di acido prussico è un espediente vecchio stampo; a parte poi che non si capisce per quale motivo l’omicida accetti la morte breve alla possibilità di rimanere lì con gli altri due finchè i servitori si fossero svegliati l’indomani mattina: messi davanti ad un’azione inquisitoria sarebbero stati alla pari, nessuna delle due parti avrebbe potuto avere maggior fortuna dell’altra perché nel momento in cui i due fortunati riescono a ridurre all’impotenza l’assassino e quegli dice loro tutto circa le diavolerie contenute nella casa, e si sa che i servitori non conoscevano il proprietario, chi mai avrebbe potuto dire che l’assassino era proprio xxx invece che yyy o zzz? No, c’è qualcosa che non quadra. C’è una ingenuità di fondo, nel dare tutto per assunto.

Pure la stessa reazione dell’assassino: quando viene neutralizzato, per quale motivo rivela le sue armi? Avrebbe potuto non dire nulla e sfruttare in mille modi le stesse per eliminare i due, pur legato.

E’ un divertissement senza dubbio, ma anche piuttosto ingenuo. La natura di divertissement è legata anche alla sua genesi: secondo me, era un modo per farsi anche quattro risate, facendo morire in una festa alcuni personaggi connessi al mondo del poliziesco. E’ una cosa di cui mai nessuno si è accorto:

 

 

Alla scuola di chi i due si sarebbero rifatti? Mah, questo dubbio mi è venuto solo rileggendo il romanzo. In quel tempo, il maggior esponente americano, del romanzo poliziesco, era S.S. Van Dine: è possibile che i due fossero vandiniani? Apparentemente no. Non c’è per esempio alcun investigatore che si rassomigli a Philo Vance, e qui in pratica manca. E non c’è neanche la spalla di Philo Vance, che c’è in tutti o quasi i vandiniani eccellenti. Però…però c’è un’introspezione psicologica alla Van Dine: l’analisi che fa il professore universitario Max Chambers Reid, è degna di Philo Vance; inoltre pur non essendoci un detective enciclopedico, qui c’è un assassino enciclopedico, che conosce tutte le manie dei suoi avversari, che le ha studiate e ha trovato la maniera per far sì che siano esse a portare i vari personaggi alla morte. E poi…tanti piccoli particolari: i messaggi diffusi dalla radio, nascono invece da quattro grammofoni posti in vari angoli dell’appartamento, e in un romanzo vandiniano c’è il trucco del grammofono; l’omicidio di Reid ucciso in poltrona, mi ricorda quello del Maggiore Benson ( e anche la traiettoria del proiettile della pistola); l’omicidio-suicidio di Osgood è una variazione della morte del colpevole nel finale de Il caso dell’Alfiere: così come in The Bishop Murder Case, il colpevole prepara un bicchiere di liquore avvelenato per un altro sospettato ed invece muore al suo posto, così in The Invisibile Host, la prima delle vittime, per eliminare il suo potenziale assassino, avvelena i drink di tutti gli altri sospettati con dell’acido prussico, ma poi non riesce nel suo intento perché lo stesso assassino lo fa scoprire e nel tempo stesso ne dichiara la morte essendosi quello avvelenato a sua insaputa, in quanto stringendo tra le dita  il tappo della bottiglietta contenente il veleno, le micropunte dello stesso imbevute dello stesso acido ne hanno provocato la morte; la stessa morte di Sylvia, causata dalla tensione nervosa, che la rende poco prudente e ne provoca la morte per folgorazione, è simile a quella dell’omicida in The Greene Murder Case, che muore per poca prudenza a causa di un incidente automobilistico; e infine la morte di Tim Slamon che “si suicida” perché l’assassino conosce un suo tic e lo mette nella condizione di uccidersi a sua insaputa, è simile all’espediente utilizzato per uccidere Rex Greene in The Greene Murder Case: l’omicida conosce un cassetto segreto che conosce anche la vittima e predispone una trappola omicida che scatta allorché la vittima viene messa a sua insaputa dall’assassino nella condizione di causare il suo suicidio.

Così pur non avendo con certezza definiti vandiniani i due autori, posso però senza ombra di dubbio affermare che essi presero parecchio, copiarono da S.S. Van Dine. Quasi la pena del contrappasso per chi aveva affermato che il romanzo della Christie era stato copiato dal loro.

Parlando della Christie, mi vien da dire che il testo originario era stato accusato di razzismo e per questo il primitivo titolo Ten Little Niggers,“Dieci piccoli negri”, era stato cambianto in And Then There Were None. Tuttavia anche il romanzo di Bristow & Manning contiene elementi di razzismo ben maggiore, un odio di classe, e un razzismo rivolto ai rappresentanti delle classi inferiori che lascia attoniti e che si apprezza quando l’anfitrione /omicida, per spiegare il fatto che la servitù sia stata drogata e narcotizzata e dorma in cucina, dirà che non è di classe confrontarsi in duello con la servitù anzichè con…

Oltre a questo, nel romanzo della coppia, ci sono moderati ma interessanti spunti di critica sociale, che nel romanzo della Christie, invece non compaiono.

Infine vorrei poter dire la mia su un aspetto che non è stato per nulla individuato sinora.

Il romanzo di Bristow & Manning si è detto essere un Divertissement, e questo è indubitabilmente vero. Al di là del romanzo, puro divertimento cerebrale, senza pretese di altro genere, comunque, i due coniugi, secondo me vollero probabilmente confezionare un Divertissement doppio: Divertissement del lettore e Divertissement loro,  scrivendo un romanzo in cui i personaggi principali del dramma, che sarebbero dovuti morire in mille atroci modi, fossero personaggi, fittizi o reali, dei loro tempi:

Margaret Gaylord Chisholm: esiste un Dudley Chisholm, personaggio del romanzo di Le-Queux, in Under-Secretary, 1902;

Sylvia Inglesby : in questo caso, Inglesby potrebbe richiamare Appleby, il personaggio principale di Innes.

Joan Trent : esiste un Philip Trent, in Trent’s Last Case di Edmund C. Bentley (1913); ma anche una Joan Bennett, attrice già famosa in Bulldog Drummond e Disraeli, 2 film del 1929.

Max Chambers Reid: si riferisce forse a Reed McKinley Chambers, pioniere dell’industria aeronautica ed eroe della Prima Guerra Mondiale?

Peter Daly scrittore : se cambiamo la y finale in i, otteniamo Dali o anche Dalì: Salvator Dalì, pittore già famoso in quegli anni.

Henry (Hank) Abbott pittore: è Anthony Abbott, scrittore vandiniano?

Tim Slamon

Jason Osgood : John.C. Osgood è stato uno dei grandi industriali e capitalisti americani di inizio ventesimo secolo. In America è considerato da alcuni un Baron Robber.

Nel caso di questi due ultimi personaggi possiamo osservare una caratteristica singolare: cognomi e professioni sono invertite a formare un chiasmo, una X :                    

Abbott                  pittore

                 X

Daly                      scrittore.

In questo caso la X , essendo posta tra i due, è come se avesse già indicato, ad lettore che avesse guardato più in là della semplice lettura, già chi potesse essere X, cioè the Invisible Host, l’assassino: Abbott, o Daly, secondo un procedimento che useranno i Queen, laddove ne “The Twin Siamese Mystery” nel nominativo di alcuni personaggi inseriranno delle tracce: Carreau per Quadri, e soprattutto il 6 di picche ad indicare che l’assassino era legato ai furti perchè in francese Picche= Pique, e Piquer= Rubare, come pure Pique è molto vicino come suono a Pica. E Pica Pica è il nome scientifico della Gazza, un eccello che ruba”.

Per di più, anche se i nomi non fossero stati scritti nella lista dei sospettati all’inizio del romanzo, uno dopo l’altro, comunque i due personaggi sarebbero comunque stati assimilabili l’uno all’altro, in quanto sono forse i due peronaggi, i cui nominativi sono maggiormente conosciuti. Per di più sono tra i tanti, gli unici personaggi maschili che rimangono fino alla fine.

 

Pietro De Palma

 

Gwen Bristow – Bruce Manning : L’Ospite Invisibile – I Classici del Giallo, Mondadori, N° 188 – 1974 / I Bassotti, Polillo, N°2, 2003.ultima modifica: 2013-07-23T11:14:33+00:00da lo11210scriba
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Gwen Bristow – Bruce Manning : L’Ospite Invisibile – I Classici del Giallo, Mondadori, N° 188 – 1974 / I Bassotti, Polillo, N°2, 2003.

Lascia un commento