Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio – I Mastini N.15 – Polillo Editore

 

Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio (Sleep Long My Love, 1959) – trad. Giovanni Viganò – I Mastini N.15 – Polillo Editore, aprile 2013, pagg. 220

WAUGH.jpgRecentemente è uscito nelle librerie, a firma di Hillary Waugh: Dormi ben, amore mio (Sleep Long My Love, 1959), nella collana “I Mastini” di Polillo Editore. Del resto è un titolo già pubblicato da Mondadori, otto anni fa, col titolo “Un fantasma ha ucciso”, nella collana da edicola, “I Classici del Giallo”. Solo che, mentre Polillo, molto spesso pubblica un solo romanzo per autore, in una ideale galleria che al posto di quadri presenti romanzi, Mondadori ha pubblicato, nel corso degli anni, anni lontani però, parecchi romanzi di Waugh. Già…chi è, anzi chi fu, Hillary Waugh?

Si chiamava Hillary Baldwin Waugh ed era nato nel 1920 a New Haven, nel Connecticut. Si laureò nel 1942 all’Università di Yale, per poi arruolarsi nell’Aeronautica Militare Statunitense: proprio mentre prestava il Servizio Militare, pensò di scrivere un romanzo, il suo primo, Madam Will Not Dine Tonight nel 1947. Dopo aver pubblicato altri due romanzi senza particolare successo, nel 1949 volse la propria attenzione dal Mystery ad enigma – genere che aveva imperversato negli anni trenta e nei primissimi anni quaranta – al Mystery cosiddetto “Procedural”, cioè un romanzo in cui l’indagine è svolta da un corpo di polizia, seguendo piste, interrogatori, formulando ipotesi, abbandonandole, etc.. fino all’individuazione del colpevole. Il suo primo romanzo, del cambiamento, fu il folgorante Last Seen Wearing … che fu pubblicato nel 1952, seguito da molti altri. Per il genere di Mystery, crudo e realistico, il passaggio all’Hardboiled fu quasi naturale.

Waugh, nominato anche Grand Master da Mystery Writers of America, morì a 88 anni, cinque anni fa.

“Dormi bene, amore mio” titolo non proprio esatto (io avrei detto “Dormi a lungo, amore mio”, molto più macabro e sarcastico) è un romanzo nero, ma più nero che non si può.

Anche qui la caratteristica di Waugh emerge prepotentemente: un inizio del romanzo assolutamente spiazzante, così come i finali spiazzanti erano la caratteristica di Brown. Ma non sto parlando del Prologo, bensì proprio dell’inizio del romanzo.

Nel Prologo c’è il dialogo tra un uomo ed una donna, due amanti: lui è stanco di lei, lei invece lo assilla, lo supplica ed infine lo minaccia, con la storia che è incinta di lui. Una minaccia vecchia come il mondo, che per un uomo sposato che vive una relazione extraconiugale solo come divertimento carnale senza voler rompere con la prima moglie, diventa il movente per un assassinio.

Fin qui nulla di particolare. E’ l’inizio del romanzo invece che è spiazzante: Mr. Watly, dipendente di una società immobiliare che affitta case, trova rotto il vetro del suo ufficio. Sospetta un furto ma non trova nulla che sia stato sottratto, tranne…dei contratti di affitto dagli archivi?

Uno ruba dei soldi, delle azioni, dei titoli, se ci sono..dei gioielli, ma non si è mai sentito che si siano rubati dei contratti di affitto. Eppure è così. Mah.. Ma Fred Fellows, capo della polizia di Stockfords, non la pensa così. E comincia a scavare, ad analizzare tutti gli affitti e alla fine concentra l’attenzione sui contratti a breve scadenza. Restlin, il proprietario dell’agenzia immobiliare gli parla di un certo Campbell che aveva affittato una bella e grande casa per un mese, e che sarebbe stata disponibile a breve; solo che Watly vi aveva portato il giorno prima un acquirente, Brunnell, ma aveva trovato la casa disabitata e la porta chiusa.

Fellows e il suo sergente Sidney Wilks si recano con altri agenti, e subito sentono un odore strano che non riescono ad identificare. La casa è disabitata, pulita, messa in ordine. Nulla di strano, eccetto due valigie con due iniziali in oro “J.S.” proprio nell’ingresso, dimenticate quasi.

Stanze spoglie, bagni puliti tranne uno con della schiuma nel fondo della vasca, ed un freddo glaciale all’interno della casa. Si muore dal freddo, e già che si è a febbraio, il 26 di febbraio. Ma per di più il riscaldamento è spento. Restlin si lancia disperato in cantina dov’è la caldaia e da giù si sentono le sue grida: qualcuno ha lasciato la caldaia spegnersi non chiudendo il contatore dell’acqua e così i tubi si sono ghiacciati e sono scoppiati.

Fellows entra in tutte le stanze e non trova nulla, proprio nulla. Poi scende in cantina. Ma perché proprio in cantina? Già perché nelle cantine delle case abbandonate si celano i segreti. Mi ricordo che il buon Carr che se intendeva di letteratura gotica, in It Walks By Night, in un muro della cantina aveva fatto nascondere un corpo in decomposizione. No, qui di corpi in decomposizione nascosti in nicchie murate non ce ne sono. Ma c’è un baule. Altro topos dei romanzi neri. Quando si trova un baule, puoi stare certo che dentro ci sia sempre qualcosa di interessante: Agatha Christie fa scoprire un cadavere in decomposizione dentro un baule, da Poirot, in One, Two, Buckle My Shoe; Alfred Hitchcock ne cela uno dentro un baule e poi sopra vi imbandisce la tavola per un cocktail party, in Rope; Michael Gilbert nasconde un corpo in decomposizione anche lui in un baule nel suo capolavoro, Smallbone Deceased; persino il francese Pierre MacOrlan (uno degli pseudonimi del grande Pierre Dumarchey, autore del mai ricordato abbastanza Quai des Brumes, romanzo da cui Marcel Carné trasse l’omonimo film capolavoro con Jean Gabin eMichèle Morgan) in Le tueur numéro deux nasconde un cadavere in un baule; e perfino The Jackal nel romanzo di Forsyth, quando uccide il falsario di passaporti che gli vuole estorcere altri soldi con la minaccia di rivelare a chi li abbia forniti, lo nasconde in un baule.

Vuoi vedere che nel baule nella cantina della casa disabitata c’è un cadavere?

Inizialmente trovano abiti, scarpe ma poi..trovano un tronco di un corpo che dal freddo è stato parzialmente preservato dalla decomposizione, da cui mancano gli arti superiori ed inferiori e la testa. Dove mai li avrà nascosti l’assassino?

Siccome nella caldaia trovano una strana cenere, non di carbone, si suppone subito che siano i resti delle parti mancanti del corpo. Come si potrà mai identificare il cadavere?

Innanzitutto le indagini puntano a individuare chi ha spedito il baule, perché si sa che è il baule della donna morta, ma non si riesce a scoprire nulla di importante. Poi solo per la curiosità di Fellows che trova su un notes degli strani segni come prodotti da un foglietto strappato soprastante, riesce con un metodo empirico, a sapere un nome “Jane Sherman” e il suo indirizzo. Si convince che è la donna uccisa. Ma quando si reca a casa della donna, la trova davanti a lui viva e vegeta. E quindi dal dialogo che ne segue, quasi un interrogatorio, capisce che la Sherman è una donna insoddisfatta, mai guardata dagli uomini, che un giorno ha conosciuto un tale in un treno, nei confronti del quale ha provato una forte attrazione fisica, tanto da andare con lui in una casa e passare una notte con lui. Rivela che tutte le stanze erano aperte tranne una e solo dopo che Fellows glielo rivela capisce di essere stata ad un passo dallo scoprire un cadavere in essa e finire nello stesso modo. Dio mio! Un assassino uccide una donna e poi va in cerca di un’altra, la seduce, la porta nelle stessa casa e col cadavere ancora caldo in una stanza, ci fa l’amore in un’altra!

Fellows capisce di stare cercando un mostro, che è un uomo comune, tanto comune da essere imprendibile: perché John Campbell è un nome inventato.

 Tutto viene sondato ma invano: si cerca qualcuno che possa essere venuto da qualche paese vicino, magari che abbia una doppia vita. Una vicina dice che questo tale viveva con una donna riservata, arrivava di pomeriggio e poi andava via di sera. Fellows si convince che l’assassino è un commesso viaggiatore, ma nonostante tutte le ricerche sono capaci solo di arrestare un innocente, un venditore di aspirapolveri con l’hobby delle avventure carnali con massaie insoddisfatte. Solo quando Fellows pensa di avvalersi dell’aiuto dei dentisti e domandare loro se abbiano pazienti con iniziali “J.S.” imbocca la strada giusta e riesce a capire chi sia la vittima.

E dopo un paziente e meticoloso lavoro di indagine…non approda ad alcun risultato degno di nota. Così, riparte da zero: dal furto dei contratti; dalla visita di Watly e Brunnell alla casa disabitata; dal tentativo di bruciare il corpo, a cui sono stati sottratti maldestramente e con imperizia degli organi, temendo la gravidanza della donna, prima nella caldaia e poi, quando essa si era spenta per negligenza, nel camino della casa: a ciò era dovuto l’odore strano e disturbante, dato dall’aver cercato di bruciare il corpo nel camino; dal fatto che il tronco non fosse stato fatto sparire, capisce che qualcuno deve aver disturbato l’assassino dal compimento del delitto perfetto.

Riuscirà ad inchiodare l’assassino solo con una idea, estrema nella sua concezione, solo facendo un ragionamento sottile e concependo una soluzione al limite dell’immaginabile, in un finale strepitoso.

Romanzo veramente straordinario, Sleep Long My Love è un Procedural serrato, avvincente, con una tensione sempre crescente, che trova i propri punti principali in una trama semplicemente perfetta: un assassino che non si trova, un’ombra nella notte; una vittima irriconoscibile; le armi, un trinciante ed un coltello da macellaio ritrovati bruciati nel camino; l’assenza di impronte, di firme, di tracce. E l’indagine meticolosa della polizia, che non tralascia nulla, che non arretra davanti a nulla, che prende false piste, arresta falsi omicidi, ma che poi riesce ad arrestare quello vero e quando è in dubbio se poter dimostrare l’omicidio premeditato, come pensa Fellows,  invece che l’omicidio colposo come suppone Wilks, solo un errore dell’assassino, che afferma di aver comprato le armi solo dopo che la morte della donna fosse accaduta, in un giorno che scopre Fellows essere stato non feriale ma festivo, consegnerà la verità e il romanzo finirà come era iniziato: con una attribuzione di omicidio premeditato all’assassino.

La tecnica seguita da Waugh,un autore la cui grandezza è ancora lontana dall’essere stata accettata e riconosciuta in Italia, e di cui rimangono tante tracce lontane, ma poche recenti (tra cui un altro romanzo magnifico, pubblicato l’anno scorso in uno Speciale del Giallo, Pure Poison), è quella di presentare gli indizi tutti insieme, non dando minimamente enfasi ad essi e tantomeno a quello specifico, in maniera che pur essendo molto corretto col lettore, nello stesso momento in cui presenta l’indizio ne nasconde gli effetti più velenosi derivanti da esso. Solo alla fine, vi farà riferimento, traendone la domanda su cui ruota tutta la vicenda: perché mai l’assassino ha interrotto la distruzione del cadavere, se nessuno nei paraggi aveva avvertito alcunché di strano e tantomeno annusato il fetore che si irradiava attorno?

Solo dando risposta a questo quesito si riuscirà a dare una svolta alla vicenda e acciuffare l’assassino.

Anch’io sono stato sviato come tutti, ma avvezzo alle tecniche dei romanzi e ai sotterfugi degli scrittori (essendo uno piccolo scrittore, fondamentalmente di racconti, anch’io) sono riuscito a sviluppare lo stesso ragionamento di Fellows e a inchiodare lo stesso assassino prima che venisse rivelato da Waugh.

L’assassino è la persona più insospettabile della vicenda e nel tempo stesso la più plausibile.

E richiama un celeberrimo romanzo di Agatha Christie per come l’assassino si presenta ai lettori.

Più di questo, è inutile dire.

La psicologia del romanzo è portata al suo massino, i ritratti delle persone coinvolte sono a tutto tondo; e vi è una certa sensibilità e una certa tristezza nel raccontare gli avvenimenti luttuosi, che allontanano il mystery dalle certezze asettiche degli enigmi degli anni trenta, affondandolo invece nelle brume e nel sangue della Crime Story. Per certi versi, anche qui la vittima è in fondo un carnefice e il carnefice una vittima: se la vittima non avesse minacciato l’assassino di rivelare la sua relazione alla moglie di lui, ella sarebbe ancora viva e lui non sarebbe diventato un assassino.

E a dominare la vicenda, di cui è unico vincitore, è il Fato, imperscrutabile: fà sì che la Simpson porti all’ estremo la sua minaccia; porta Campbell a premeditare la morte della donna, anzi la sua scomparsa (il fatto che essa non dica nulla alla convivente tranne che si è sposata, è indicatore della premeditazione dell’omicidio e di come la donna dovrebbe sparire nel nulla, perchè nessuno possa sospettare di Campbell-Lawrence-X), posto che Campbell-Lawrence-X stia distruggendo il corpo nel camino, cioè un pezzo alla volta (brr…), l’intervento di Watly e Brunnell sconvolgono i suoi piani, e quindi deve nascondere il tronco nel baule, pulire tutto quanto, distruggere o quasi le sue armi (ma non capisco per quale motivo non le abbia portate via con sè e buttate da qualche parte!) e andare via, ritornando alla sua identità celata e da tutti non conosciuta. E per di più fà sì che a occuparsi della vicenda sia Fellows che non è un semplice poliziotto, ma un erede della grande tradizione degli anni ’30, un Poirot, un Fell o anche meglio, un Appleby, l’unico che possa, facendo un certo ragionamento (ma lo può fare anche il lettore ultra-smaliziato), smascherare l’assassino. Rivelatore è anche il furto dei contratti, che peraltro non poteva non essere consumato.

Del resto l’assassino è lontano un miglio da quelli freddi o astuti o malvagi di Ellery Queen o di Carr o di Agatha Christie: qui è un uomo che solo in forza dell’aura di mimesi di cui si è dotato, riesce a credere di essere in salvo; ma che poi dimostra la sua fragilità, nei singhiozzi e nel pianto finale.

E c’è una squisita sensibilità nell’analizzare la provincia americana, e le malcelate tendenze depresse di uomini vittime della degradazione sociale e dalla mancanza di qualsiasi valore in cui credere, in un’altra faccia della società dominata dal mito del “Self Made Man” e di donne depresse nella loro mancanza di speranze in una vita migliore, stritolate dall’assenza di ruoli di comando loro riservati e rifugiate solo nella promozione sociale dell’essere sposate o comunque amate, anche solo per una sola notte. Così le due J.S. della vicenda, la Jean Sherman, ragazza di provincia, dedita al padre infermo, che in virtù della sua condizione non può godere della vicinanza di uomini, insomma una fanciulla virtuosa e la Joan Simpson che ha dato o crede di aver dato una svolta alla propria vita, ritrovando un amore giovanile, che la condurrà invece alla morte, se sono accomunate dalle iniziali, percorrono invece due sentieri paralleli ma profondamente diversi: sono andate a letto entrambe con l’assassino, ma mentre la prima si salva perché si accontenta della notte d’amore non avendo dubbi o avendone pochi che l’uomo si farà mai rivedere da lei, perché riprenderà a vivere la vita di ogni giorno al fianco del padre infermo (un esempio tutto sommato positivo) la seconda finisce assassinata e mutilata per la sua volontà opposta nel cercare di allungare all’infinito una storia che è già finita, nella sua volontà di non accontentarsi di quello che le viene offerto, cercando con le sue arti femminili di violentare una situazione more uxorio altrui sostituendola con la propria (un esempio negativo, nella sua mancanza di virtù).

Forse che il vecchio proverbio “Chi si accontenta, gode” è sempre valido?

Waugh ti sbandiera l’assassino sotto il naso più di una volta e intanto mena il can per l’aria.


E la domanda che ti fa, “Una sfida al lettore” implicita, cioè come mai l’assassino sapeva che sarebbe stato disturbato, è una mazzata: è come se fosse l’unica chance che lui offre al lettore per riuscire a capire l’enigma prima della soluzione finale. Tanto più che ti sfida a capire l’indizio dei contratti, che, visto nella sua interezza, è complementare a quanto detto prima.


Veramente un romanzo magnifico!


Pietro De Palma

 

 

 

 

 

Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio – I Mastini N.15 – Polillo Editoreultima modifica: 2013-06-07T06:25:53+00:00da lo11210scriba
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4 pensieri su “Hillary Waugh : Dormi bene, amore mio – I Mastini N.15 – Polillo Editore

    • La ringrazio, ma non ne vedo la necessità.
      IL mio è un blog di critica letteraria, seppure di letteratura di genere.
      Se la richiesta fosse arrivata da una casa editrice, che avesse voluto indirizzare i propri lettori la cosa mi avrebbe fatto piacere, pur mantenendo come ho sempre detto una totale indipendenza ed imparzialità.
      Ma nel Suo caso, non capisco la ragione della sua richiesta, pur ringraziandoLa per la sua premura.
      Il mio non è un sito con cui io possa o voglia lucrare, e perciò non mi interessa la pubblicità, se non data da altri bloggers dello stesso ramo.
      Grazie comunque dell’interessamento.

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