L’ultimo grande illusionista : John Sladek

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John Thomas Sladek


John Sladek : Il mistero dello scarabeo scomparso (Black Aura, 1974) – traduz. Marilena Caselli – Il Giallo Mondadori N. 2422 del 1995

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Quando John Sladek scrisse Black Aura, era il 1974: fino ad allora aveva scritto solo romanzi di fantascienza.

La “conversione” al genere poliziesco, e per di più classico, era avvenuta due anni prima, quando il Times aveva bandito un concorso per il miglior racconto giallo inedito,  The Times Detective Story Competition, – e a testimoniare l’alta qualità di selezione che avrebbe garantito di converso la grande qualità del lavoro vincitore, c’era anche la presenza di Agatha Christie tra i giurati – e proprio lui, si era aggiudicata la vittoria, con un giudizio lusinghiero della scrittrice.

Il racconto si chiamava By an Unknown Hand, e in Italia è ancora inedito, colpevolmente: sarebbe bastato confezionare un volume, magari uno Speciale, tipo quelli della Mondadori, monotematico, ed inseririvi i due romanzi ed il racconto, ed avremmo avuto un volume veramente impedibile. Perché il racconto lo è. Una Camera Chiusa straordinaria, a livello delle migliori di Carr o di Rawson, fate voi. Sladek aveva una caratteristica (è morto 12 anni fa di fibrosi polmonare), tipica dei romanzieri di fantascienza: aveva delle trame fantastiche, che sconfinavano nella bizzarria (come certe di Fredric Brown) e nella visionarietà.

Lo dico qui, perché prima di vedere questo racconto tradotto passeranno anni, credo: la trama e la messinscena del delitto impossibile è quanto di più esaltante nell’alveo della letteratura poliziesca di genere, e più specificamente delle Camere Chiuse, ci sia e che io abbia mai letto. Perché, anche se la sostanza sembrerebbe impossibile (uno entra in una camera d’albergo, e poi quando ci si accede quello è morto strangolato. E c’è stato solo il detective a fare la guardia davanti alla porta e lui giura che nessuno è entrato al di fuori di lui. Ma qualcuno ha assassinato il suo uomo, in una camera da cui nessuno è uscito né entrato dall’esterno), eppure la soluzione si riduce ad una poltroncina arancione e ad un trucco vecchio come il mondo, cosicché poi si rimane letteralmente a bocca aperta. Il detective, Thackeray Phin, con l’aiuto di letture di Carr e Chesterton, riesce a trovare il bandolo della matassa e a svelare un ingegnosissimo omicidio premeditato, in virtù di un virtuosismo immaginativo, senza precedenti (tranne Fell, Merrivale, Bencolin, Don Diavolo, Merlini, e qualche altro).

Ho accennato al racconto, perché Black Aura (Il mistero dello scarabeo scomparso, nell’edizione italiana), il primo dei due suoi romanzi, riprende parecchio del racconto: innanzitutto Sladek affida la parte dell’investigatore proprio a Phin, ed elabora una trama ingegnosissima.. Poi, dissemina una serie di impossibilità veramente impossibili. In sostanza, quello che si può dire, per introdurre il romanzo, è che Sladek è un autore talmente virtuosistico, che una semplice e mera lettura non è mai sufficiente per capire i meccanismi che il plot cela: bisogna molto spesso riprendere la lettura e andare a rileggere quanto si è appena letto per farsi uno schema mentale e riuscire a seguire l’autore, ed il suo detective, nei labirinti della trama.

Black Aura, è così. Il parto di una fantasia delirante. Ma nel tempo stesso è una risposta netta alle proprie convinzioni. Sladek era un positivista e come tale, un soggetto materialista: tutto ciò che non rientrava nel campo del dimostrabile, era scartato. Per esempio l’occultismo. Le sua concezione intellettuale, era stata già versata nelle sue opere fantascientifiche sotto forma di giudizi dissacranti e sarcastici.

Phin opera all’interno di una comunità di spiritisti, diretti da una medium, che si vanta di entrare in contatto con molte entità ultraterrene, e così facendo pare abbia irretito alcuni dei suoi aderenti; e sospetta che all’interno di questa comunità non ci sia solo il plagio o la circonvenzione di persone deboli e incapaci, ma anche veri reati. Pertanto, lui che non crede per nulla ai medium e alle sedute spiritiche, finge di volervi entrare a far parte, anche se alcuni degli adepti di questa “setta” sanno benissimo che lui è un investigatore.

Del gruppo eterogeneo, dal nome “Società Eterea del Mandala” fanno parte in parecchi: c’è un reverendo, uno psicologo, un militare in pensione, un cantante pop, ovviamente la medium, e un ricercatore scientifico. Tutti stanno lì per un fine: chi per sfruttare le creduloneria altrui, chi per evitare che vi siano interferenze di entità non benefiche, chi per mettersi realmente in contatto con lo spirito dei propri cari. E’ il caso di Lauderdale, che ha perso il figlio Dave. Si dice che sia apparso il suo fantasma al cantante pop. Dave era un drogato, che era venuto in possesso di un autentico talismano egizio, che si dice porti sfortuna, un talismano maledetto a forma di scarabeo.

E’ morto per una overdose. Questo è il verdetto della polizia. Ma c’è chi non è convinto. Fatto sta che Phin comincia ad indagare. Di Dave sa poco o nulla, ma vuol andare in fondo alle cose e comincia a fare domande. Un bel giorno Lauderdale, davanti a tutti quanti, compreso Phin, va al bagno: Steve Sonday, il cantante pop e suo amico, è fuori. Passa un po’ di tempo, e non esce. Alla fine decidono di entrare per vedere se si sia sentito male, e trovano il locale vuoto, senza che lui sia potuto uscire senza che altri non lo potessero vedere. Scomparso nell’aria.

Il più preoccupato è Phin. E mentre gli altri si affannano a cercarlo in tutti gli angoli dell’edificio, lui è sempre più preoccupato, man mano che il tempo passa e quello non si trova, che sia passato a miglior vita. Cosa che si constata, quando viene trovato nel capanno degli attrezzi, in una specie di cassone verticale, seduto e strangolato.

Non è la sola cosa inquietante però. Qualche tempo dopo, proprio Steve Sonday, l’amico di Lauderdale, organizza un esperimento col quale riesce a dimostrare al gruppo, anche di increduli, che lui possa levitare nell’aria, davanti ai loro occhi, all’altezza del balcone. Peccato però che precipiti e rimanga infilzato nella cancellata. Insomma troppi eventi delittuosi. A cui ancora si associa il tentativo di avvelenamento della medium, e la straordinaria sparizione del reverendo che, entrato per pregare nella cappella mortuaria della ditta dei funerali, pur non essendoci altre vie da cui possa uscire, se non appunto la bara, scompare misteriosamente, si dissolve nell’aria, per poi essere ritrovato altrove, in stato di incoscienza.

Toccherà a Phin faticosamente trovare il bandolo della matassa, e inchiodare un assassino viscido ed imprevedibile.

Ancora una volta Sladek da prova di una capacità di stupire, giocando coi lettori: indirizzandoli in una direzione e poi prendendosi gioco di loro con trucchi di puro illusionismo: per esempio la sparizione del reverendo. Come ha fatto a svanire nella cappella? Alle due porte c’erano testimoni: da una parte, i due necrofori, dall’altra persone della Società spiritistica: qualcuno, evidentemente non dice la verità. Oppure..è possibile che la bara potesse contenere due corpi. La realtà sarà meno macabra di quanto si potesse pensare, ma comunque la possibilità che nella bara ci potessero essere due corpi, ha richiamato The Greek Coffin Mystery di Ellery Queen (e sono sicuro che questo ricordo Sladek lo avesse bene in mente, quando ha ideato la situazione).

Anche la levitazione è un trucco, ottico. Richiama alla mente un famoso trucco ottico di Carr , alla base di The Hollow Man, e di un racconto del Colonnello March (il tavolino, su cui è posata una testa parlante, staccata dal corpo).

Ma la cosa più bella del romanzo è la sua qualità letteraria, il tono sospeso tra il satirico e l’ironico, con qualche buona battuta di spirito; il ritmo è fluido e lo stile scorrevole, molto leggero. Le invenzioni si sprecano, e così la tensione resta alta sino alla fine.

Ma come ogni buon finale che si rispetti, alla maniera di Fredric Brown, Sladek lascia a bocca aperta, anzi del tutto sbalestrati: laddove la signora Webb si era difesa dall’accusa di aver costruito delle false rivelazioni sulla base di informazioni estorte durante i funerali, e di aver sottratto l’anello di una defunta, adducendo il fatto che una entità marziana gliel’avesse dato, capiterà che Phin fissi dal ponte di una nave una navicella spaziale: non sarà poi vero che i marziani davvero esistano?,  è come se volesse dire Sladek.

Parlando tra di noi, se proprio dobbiamo dirlo, le due sparizioni, dal bagno e dalla cappella non è che siano granché, perché il lettore smaliziato indirizza il proprio sguardo nella direzione giusta; è la levitazione il vero trucco che ci lascia del tutto sbalestrati.

Poi quando verrà spiegato il trucco, qualcuno potrà dire: ovvio, non poteva che essere così.

Strano però che nessuno ci abbia pensato prima.

 

Pietro De Palma                                                                                                                


L’ultimo grande illusionista : John Sladekultima modifica: 2012-07-18T23:55:00+00:00da lo11210scriba
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