J.J.Connington: Le tre meduse (Tragedy At Raventhorpe,1927 ) – I Classici del Giallo N.186 del 1974

copertine gialli blog 003.jpgJ.J.Connington: Le tre meduse (Tragedy At Raventhorpe,1927 ) – trad. Alberto Tedeschi – Mondadori – I  Classici del Giallo N.186 del 1974 – pagg. 207

Gli anni ’20 furono per il Romanzo Poliziesco, un periodo di grande fermento: fu proprio in questi anni che i Gialli, come li chiamiamo noi, divennero un fenomeno di massa; e fu proprio in questi anni che furono poste le basi, perché nel decennio successivo e in pratica sino alla fine del secondo conflitto mondiale, il genere deduttivo assurgesse a vette inusitate, che non ha raggiunto più. Ma, sicuramente, non vi sarebbero stati Carr ed Ellery Queen, se in questi anni per esempio non fosse continuato il fenomeno Chesterton, e S.S. Van Dine in America e J.J.Connington in Inghilterra, non avessero scritto le loro opere.conning.jpg

J.J. Connington fu lo pseudonimo più noto con cui Alfred Walter Stewart, Professore di Chimica e Radioattività prima a Belfast e poi a Glasgow, e inventore del termine “Isobaro” da applicare ad un elemento radioattivo, scrisse romanzi polizieschi. Nato nel 1880 a Glasgow, in Scozia, e morto nel 1947, scrisse parecchi romanzi pubblicandoli a partire dai primi anni ’20 fino all’anno della sua morte.

Ancor oggi Connington è letto con interesse, soprattutto nel mondo anglosassone.

In Italia, son stati pubblicati sette romanzi (sei da Mondadori ed uno da Polillo), mentre un ottavo è già stato annunciato in uscita presso Polillo, nei prossimo futuro.

Tragedy At Raventhorpe, pubblicato da Mondadori nel 1933 nella collana de I Libri Gialli, al numero 73, col titolo “Le tre meduse”,fu ripubblicato nel 1974 nella collana de I Classici Mondadori. E’ un romanzo molto interessante, al pari di Mystery at Lynden Sands, “Orme sulla sabbia” e The Case With Nine Solutions, “Il segreto di una notte”, entrambi del 1928, e pubblicati da Mondadori, rispettivamente del 1931 e 1932.

Le tre meduse, narra di una tragedia avvenuta nel castello di Raventhorpe.

Sir Clinton Driffield, Sovrintendente di Polizia della Contea, viene invitato al Castello di Raventhorpe, per visitare le collezioni d’arte ivi contenute, tra cui spiccano 3 medaglioni attribuiti a Leonardo da Vinci. Proprietario del Castello e della tenuta è Maurice Chacewater. Egli contrariamente ai fratelli Attilio e Johanna è intenzionato a vendere i medaglioni. Per questa ragione, al castello è presente anche un mediatore americano, J.B.Foss (con maggiordomo ed autista), oltre al fidanzato di Johanna, Michael Clifton, ad una cugina dei Chancewater, Ida Rainhill, ed ad un amico loro, Faustus Polegate. Un bel giorno, Maurice organizza nel suo castello una festa a maschera, nel corso della quale i pezzi più pregiati della collezione verranno esposti al pubblico dei presenti. Sir Clinton cerca in tutti i modi di convincerlo dell’estrema pericolosità dell’evento, dato che chiunque potrebbe introdursi nel castello, protetto da una maschera. Ma Maurice è irremovibile. E così, la sera della festa, accade l’irreparabile: vengono rubati i medaglioni. Non però gli originali ma le tre copie che sono state realizzate a partire dagli originali. La cosa è parecchio strana: perché il ladro, ammettendo che non sapesse quali fossero gli originali e quali le copie, non ha rubato tutti e sei i pezzi e non solo tre, le copie? Ma la cosa che più colpisce, e che Driffield deve scoprire, è dove sia finito il ladro, dato che nella confusione dopo il colpo, è stato inseguito, nella sera illuminata dalla luna, ma, arrivati sulla terrazza che è a picco sul lago, tra le panchine e le statue, gli inseguitori, non son riusciti a capire dove il ladro sia potuto fuggire: in altro modo, egli si è volatilizzato. E’ possibile che il tonfo sentito, corrispondesse al ladro che si tuffava nel lago? Sir Clinton non crede. Il lago è pieno di scogli affilati: perché rischiare di sfracellarsi? No, lui pensa ad altro.

Intanto si viene a sapere che il furto in realtà sarebbe stato compiuto da Attilio e da Faustus Polegate, contrari alla vendita del pezzo d’arte. Quanta meraviglia quando si constata che al finto furto si è sovrapposto un vero furto. In pratica il ladro, travestito da Pierrot, è giunto un attimo prima dei due, ha rubato le tre copie, lasciando gli originali, che poi sono stati attaccati sotto il fondo della teca, dai cospiratori, per simulare la sparizione.

E’ una pura coincidenza che i due furti siano avvenuti contemporaneamente? Fatto sta che se il ladro vero non viene trovato, è anche vero che il padrone di casa vien ritrovato rintanato in una delle tante Case di Fate, caratteristica saliente della tenuta: se le fate ritornassero e non trovassero le loro case, una maledizione cadrebbe sulla testa degli appartenenti alla famiglia proprietaria del castello. E così, le case di fate, continuano ad esistere, disseminate tra i boschi intorno al castello. Cosa ci faceva Maurice in una di esse, con una espressione stravolta?

Sir Clinton vuole vederci chiaro, nell’ostilità dei suoi ospiti: perché, anche se oramai sa dell’innocente “scherzo da preti”, vuole continuare ad indagare? La ragione è che il Sovrintendente di Polizia sospetta che qualcun altro, a ragione, sia interessato ai tre pezzi. Viene dragato il lago e vien trovato il costume di Pierrot.

Foss offre ai Chancewater di riduplicare i pezzi, con delle tecnologie che ha con sé, ma, poco tempo dopo viene assassinato, con un colpo di spada giapponese, conservata in altra teca del Museo. Era insieme a Maurice: testimone è Thomas Marden, maggiordomo di Foss, che non afferma che Maurice è l’assassino. Dice solo che quei due erano assieme, poi lui è entrato, ha visto il suo padrone nel sangue, è scivolato infrangendo una vetrina e ferendosi seriamente la mano, ma anche dice che non ha visto uscire Maurice: un’altra sparizione.

Ora c’è un assassinio, su cui Clinton deve dire la sua. E nel mentre deve scoprire se l’assassino sia davvero Maurice, e dove egli sia andato a finire. E nello stesso tempo si sparge la voce che un misterioso Uomo Nero è apparso nel bosco la sera del furto. Insomma, cose da far perdere la ragione. Intanto il guardiacaccia li avvisa di aver sentito uno sparo vicino ai resti dell’antica torre, nel bosco, un po’ dopo dell’assassinio di Foss. Ma non ha trovato e visto nessuno.

Sir Clinton sa che a Raventhorpe esistono dei passaggi segreti: possibile che uno si apra proprio nella sala del museo? Si rivolge ad Attilio, ma quello è fuori. Deve quindi aspettare che arrivi col treno, il giorno dopo, per poter accedere al passaggio segreto, che effettivamente si apre in una nicchia , nel museo. Dal budello, nelle segrete del castello, arrivano ad una cella, dove trovano una macchia di sangue. Attilio ha detto di esser arrivato poco prima, ma viene sbugiardato dall’Ispettore Armadale che sa invece che non ha preso nessun treno. E’ coinvolto Attilio?

Intanto, ecco il secondo cadavere: Maurice viene ritrovato nel bosco, dietro l’antica torre, con la testa spappolata da un colpo di pistola sparato a bruciapelo. L’assenza di sangue e macchie ipostatiche, fanno sorgere il sospetto che il cadavere si sia irrigidito altrove.

Intanto si viene a sapere da Marden che era stato incaricato dal padrone di inviare un misterioso pacchetto, che poi si scopre contenere un orologio assolutamente nuovo; inoltre sulla scatola non si trovano impronte digitali. E anche che Foss era sul punto di ripartire dal castello senza che nessuno lo sapesse, compreso lui: aveva visto l’autista fermo con la macchina in attesa.

Ma qualcuno poi mette in discussione le parole di Marden. E intanto Driffield e l’Ispettore Armadale, suo contendente in questo caso, vengono a scoprire un misterioso aggeggio, detto “Otofono di Marconi”:  a cosa serviva? Si scoprirà essere un amplificatore di suono.

E anche che Foss non era un mediatore ma un illusionista ed imbroglione.

Sir Clinton tenderà una trappola all’assassino e dopo una nuova fuga sulla terrazza, riuscirà a beccarlo, individuandolo, dopo che questi avrà di nuovo tentato di svanire tra le panchine e le statue della terrazza sul lago.

Diciamo subito che il romanzo di Connington è uno di quelli che più a lungo rimane fisso in memoria: la ragione risiede nella grandissima atmosfera. Connington ne fu un maestro ineguagliato. E anche la tensione è tale che duecento pagine si leggono con un piacere ed un accanimento rari. Quindi, da questo punto di vista, nulla da dire. Inoltre il romanzo è uno di quelli in cui si ravvisa subito la tendenza dell’autore a dare spazio, anche in ragione della professione universitaria esercitata, a tutte le diavolerie e le invenzioni che in quegli anni, la scienza e la tecnologia mettevano a disposizione: lo si vedrà per esempio nella descrizione e nell’uso dell’Otofono di Marconi. Lo stesso marchingegno, unito all’acume scientifico nell’investigazione, avvicina molto Connington a Conan Doyle e allo stesso Freeman, cosicché Sir Clinton Driffield in qualche modo può esser anche paragonato al Dottor Thorndyke: lo si veda per esempio nell’investigazione sulle gocce di sangue trovate, e sulla spiegazione che esse possono dare, sia che siano rotonde sia allungate, sia che esse siano copiose sia che siano spruzzate; e nella spiegazione delle macchie ipostatiche. Particolari che in altri romanzi di altri autori, sarebbero stati spiegati da appartenenti alla Polizia Scientifica, oppure da Medici Legali. Qui, invece, è l’investigatore che desume tutto. Come..Sherlock Holmes.

La cosa principale che mi vien da dire a riguardo delle sue atmosfere gotiche, è che, oltre ai passaggi segreti, nel romanzo mi è balzata agli occhi la scena dell’inseguimento notturno, al chiaro di luna: queste scene notturne, sono un po’ peculiari di Connington e si trovano in alcuni suoi romanzi: se ne trova un’altra per esempio in The Case With Nine Solutions (corsa in macchina con la nebbia, di notte).   Perché mi sembra il caso di metterle in evidenza? Perché Carr, in The Grandest Game in the World, saggio del 1946 (pubblicato in Italia da Mondadori in “La Porta sull’Abisso”, Altri Misteri, 1986), ammise di essere stato grandemente tributario e ammiratore di Connington.

Ve la ricordate la scena in It Walks By Night, in cui, dopo una passeggiata nel parco, in una sera illuminata dal chiarore della luna, viene scoperto il secondo omicidio, quello di Vautrelle? Ne ho parlato in altro articolo di questo blog. Beh, la scena, per me è molto, ma molto simile a quella di Connington, e sicuramente Carr dovette essere influenzato anche da lui, in quel suo primo romanzo. E se questa scena mi sembra simile, se ne trovano altre, sempre di notte, al chiaro di luna, in altri romanzi d’atmosfera carriani, come Death-Watch  o The Crooked Hinge . E le statue sulla terrazza? A me quella scena, fa pensare al carriano, di qualche anno dopo, The Corpse in the Waxworks.

Tante lodi, ma anche delle pecche.

Innanzitutto, il romanzo si apparenta a quella serie che negli anni venti  e prima ancora, parlava di malefatte, di bande di malfattori, di furti, in cui i colpevoli non sono aristocratici o appartenenti alla buona borghesia (cosa che avverrà negli anni ’30), ma delinquenti, soli o organizzati. Per cui, individuato il modus agendi, e la spiegazione di “Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando” (pag.79), sarà più facile del previsto individuare il colpevole, anche perché, a chi non fosse in grado di individuarlo, vien fatto capire chi sia prima della conclusione del romanzo.

Tuttavia la pecca principale e fondamentale di questo romanzo, è il rilievo della figura di Maurice Chacewater e della sua morte: Maurice non muore assassinato ma suicida. Perchè ha assassinato Foss? No, perché è stato colto da una nevralgia, da un malore, o da una crisi di agorafobia!

La cosa paradossale è che questa crisi che ha originato il suo suicidio, avviene dentro la sala del museo, proprio quando è in compagnia di Foss al quale ha fatto vedere le tre meduse originali; e ancor più paradossale è che egli senta la necessità di entrare nel passaggio segreto proprio un attimo prima, ma proprio un attimo prima, che Foss sia ucciso. E che nel passaggio segreto, invece di attendere che la crisi sia finita come altre volte (egli non sa nulla di quello che avviene alle sue spalle nella sala museale), guarda caso, decida di farla finita, uccidendosi. Insomma vengono messi in atto dei meccanismi che solo in un romanzo d’appendice potrebbero realizzarsi. E che quindi sottraggono spontaneità e “verità” all’azione. Per di più, la caratterizzazione del personaggio è alquanto lacunosa: questa agorafobia, avrebbe potuto essere sfaccettata meglio. Giustamente Nick Fuller afferma che “..the agoraphobic suicide of Maurice Chacewater..could (and should) have been used as the central idea of an ingeniously horrible murder along Chestertonian lines ..”

La predilezione di Connington per le psicosi, è d’altronde un fatto incontestabile: sonnambulismo, agorafobia, cleptomania. Chi altro dei grandissimi, manifesterà predilezione per le psicosi? Ellery Queen. Possibile che oltre che su Carr, Connington avesse finito per influire su Ellery Queen?

Possibile direi, anzi.. possibilissimo.

La cleptomania che appare in un certo romanzo queeniano è un indizio incontrovertibile. Come del resto il mancinismo, anche questo presente prima in Connington e poi in Queen.

Peccato solo che “Le tre meduse” non sia ristampato da parecchio in Italia.

Lo sarà un giorno? Sperare..non è un delitto.

 

Pietro De Palma

J.J.Connington: Le tre meduse (Tragedy At Raventhorpe,1927 ) – I Classici del Giallo N.186 del 1974ultima modifica: 2012-01-23T00:08:00+00:00da lo11210scriba
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