John Dickson Carr : Il Mostro del Plenilunio (It Walks By Night, 1930) – I Classici del Giallo Mondadori, N.196 del 1974

copertine gialli blog.jpgJohn Dickson Carr : Il Mostro del Plenilunio (It Walks By Night, 1930) – trad. Rossana De Michele – I Classici del Giallo Mondadori, N.196 del 1974 – Pagg. 213 (contiene anche un’intervista di Gian Franco Orsi a John Dickson Carr).

Oggi è la volta di un romanzo famoso di John Dickson Carr, It Walks By Night , “Il Mostro del Plenilunio”, cui sono legato da filo doppio: con esso Carr cominciò la sua carriera di scrittore di romanzi; acquistando una copia dei Classici del Giallo Serie Oro di questo romanzo, io ho cominciato la mia carriera di lettore appassionato di Carr.

It Walks By Night, fu pubblicato nel 1930. Fu la prima opera di Carr di un certo spessore, il primo romanzo. Precedentemente Carr aveva scritto e pubblicato dei suoi racconti, in cui aveva già sperimentato alcuni dei  temi che avrebbe sviluppato in tutte le sue opere successive. In particolare uno di questi quattro racconti, costituì la base che successivamente lo stesso Carr avrebbe ampliato creando il suo primo romanzo. Cito un breve estratto di un mio breve saggio, il primo, pubblicato sul Blog Mondadori:  Per quanto riguarda il romanzo breve, T.J.Yoshi, riporta nel suo “John Dickson Carr: A Critical Study”, che “Grand Guignol”, fu un romanzo breve, scritto e ultimato da Carr a Parigi; e che lo stesso, una volta tornato Carr in patria, fu pubblicato sullo stesso giornale che aveva pubblicato gli altri racconti, “The Haverfordian”, tra il marzo e l’aprile del 1929: Grand Guignol non fu altro che la prima versione semplificata di “It Walks By Night”, Il Mostro del Plenilunio. Nello stesso 1929 Carr provvide a sviluppare il suo primo romanzo con Bencolin (proprio utilizzando Grand Guignol), pubblicandolo nel 1930 ( Pietro De Palma: La prima produzione di John Dickson Carr: i quattro racconti di Bencolin

 http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2009/09/07/la-prima-produzione-di-john-dickson-carr-i-quattro-racconti-di-bencolin/#more-4481).

La trama è particolarmente complessa, ed è un tripudio di situazioni macabre, impossibili, e orrorifiche, quasi che Carr vi avesse messo dentro tutto ciò che amava, non immaginando il successo che avrebbe avuto, perché potesse essere associata a lui: insomma, un romanzo degli eccessi.il_mostro_plenilunio.jpg

Alexandre Laurent è quello che ora definiremmo uno psicopatico, uno che uccide per provar piacere alla vista del sangue. Al dottor  Grafenstein che lo ha esaminato, dopo il suo arresto seguito al suo tentativo di omicidio ai danni della sua giovane moglie Louise, Laurent aveva detto di aver sentito l’impulso di uccidere la moglie proprio perché l’amava: era affetto da iperestesia, collegata ad un bisogno erotico: si eccitava in maniera anomala pensando a situazioni oscene. Insomma…un maniaco sessuale. E’ questo che Louise ha sposato, solo che se n’è accorta troppo tardi. Fatto sta che Laurent viene internato in una casa psichiatrica privata, dato che è di famiglia ricca, ma da lì fugge. Si rifugia dal dottor Rothswold, un medico noto tra i criminali, perché si dice possa cambiare i connotati delle persone con operazioni di chirurgia plastica. Fatto sta che un giorno, di notte,  un poliziotto vede un tale che esce fischiettando dalla villa-ambulatorio del chirurgo, portando due valigie, e che lo saluta allegramente. Poche ore dopo, allertata dalle segnalazioni di vicini che parlano di strepiti di gatti, la polizia irrompe nella villa e non vi trova né Laurent né tantomeno il dottore, ma solo..la testa di Rothswold dentro uno dei suoi catini, su uno scaffale: del corpo nessuna traccia. Forse in quelle due valigie che portava Laurent?

Ora Laurent è scomparso, ma un bel giorno ricompare allorché il Duca di Saligny, un appartenente al bel mondo parigino, ricco, famoso e anche sportivo indefesso, e grande tennista (a pag. 6 del romanzo originale si legge : “It was always, The Duc of Saligny, is expected to give Lacoste a strong fight in the seminfinals at Wimbledon tomorrow”), decide di impalmare Louise. E minaccia il duca di farsi da parte, per non cadere vittima della sua vendetta.

Saligny non vi presta attenzione e sposa Louise, la ex moglie di Laurent.. Fatto sta che a quel punto si verifica un fatto che avrà ripercussioni nel finale della storia: la sposa, alla presenza di Bencolin, Giudice Istruttore e Capo della Polizia, e dei suoi testimoni, tra cui Jeff Marle, il narratore, e lo stesso dottor Grafenstein, rivela che Laurent le è apparso a casa dell’avvocato Kilard durante una festa, nel bagno di casa, mentre impugnava una cazzuola da muratore. Nell’altra camera c’erano Saligny ed un suo amico carissimo, Edouard Vautrelle, che poi Bencolin scoprirà essere un nome fasullo, adottato per nascondere la vera identità: infatti è un impostore, che si atteggia ad esule russo, fuggito in seguito alla rivoluzione bolscevica, un maggiore del decimo cavalleria cosacca dell’esercito imperiale dello Tzar Nicola II, senza esserlo. Come poteva Laurent scomparire in un attimo da una stanza, senza che altri lo vedessero, penetrare ed uscire da una casa in modo assolutamente straordinario? Il fatto è questo: Laurent si è vantato in passato proprio di fare questo. Possibile? Grafenstein pensa che la signora abbia avuto un’allucinazione, ma vi è una prova, asserisce Louise: una cazzuola da muratore, che prima dell’apparizione, in quel bagno non c’era. E perché mai del resto, una cazzuola si sarebbe dovuta trovare in un bagno?

Ma accade il primo delitto. Da Fenelli’s, un ristorante con tavoli da gioco, musica, ballo e quant’altro, viene ritrovato il duca ucciso, decapitato, in una saletta da gioco: il duca vi è entrato, e ovviamente siccome nessuno ha visto nulla, l’assassino doveva essere già appostato lì. Il problema è uno: come ha fatto ad uscire? Le uscite erano sorvegliate a vista da Bencolin stesso e da uno dei suoi uomini più fidati, François. E l’unica finestra dista più di dieci metri dalla strada. Impossibile. Nessuno sarebbe potuto fuggire, ma in fin dei conti si è volatilizzato. Come ha fatto?

La moglie non era lì vicino ed il suo amico Vautrelle, di cui per un momento si sospetta il coinvolgimento, viene in pratica scagionato proprio da François, con cui stava chiacchierando probabilmente mentre il Duca veniva decapitato; per di più anche lui testimonia che da quella uscita, dove era appostato il poliziotto, nessuno è uscito. A sconcertare è l’ora della morte: infatti, ci si è accorti dell’omicidio, perché qualcuno ha suonato un campanello nel fumoir per chiamare un cameriere; che poi, scoperto l’assassinio, ha dato l’allarme. Per quale motivo, quindi è stato suonato il campanello? E se è stato suonato, e la cosa è certa, può essere che sia stato suonato non da dentro ma da un qualche altro posto qualunque? Ma compare un nuovo personaggio: proprio da Jeff Marle, viene scoperta, completamente nuda, una donna bellissima, al buio, in una stanza esattamente sopra quella in cui è avvenuto l’omicidio: è Sharon Grey, amica di Raoul, e di lui segretamente innamorata, ma anche ufficialmente amante di Vautrelle: proprio lei, conferma a Bencolin alcuni suoi indizi: qualcuno le è apparso al buio, poco prima, dicendole che Raoul non sarebbe più venuto perché aveva “un appuntamento coi vermi”: aveva le mani sporche di sangue. Lei parla della calma glaciale della vedova, e quella dell’abilità di Laurent di trasformarsi in una persona che lei e Saligny avrebbero potuto conoscere: in pratica, reindirizza le indagini nei confronti di Vautrelle. Che però, anch’egli viene ucciso. Nella villa di Sharon Grey a Versailles. Da Laurent? O da qualcun altro?

Intanto qualcuno è rientrato nella notte dell’omicidio di Saligny in casa sua perché il maggiordomo ha sentito dei rumori: dallo scrittorio dello studio son stati sottratti documenti, ma non il milione di franchi che era nella cassaforte. E dal mazzo di chiavi, manca solo la chiave della cella dei vini, in cantina. Qui, accanto ad una parete sgombra da vini, viene scoperta della calce e per terra una cazzuola da muratore: con pochi colpi di piccone viene sfondato il muro, e da lì emerge l’occhio vitreo del volto di un uomo. Il corpo nella cantina è però così decomposto da poter essere stato ucciso solo almeno tre settimane prima del ritrovamento: chi è?

Bencolin ha capito chi possa essere, e quindi poco dopo saprà inchiodare l’omicida. Che ha ucciso Saligny e Vautrelle ma non quell’altro uomo. Tre omicidi, due assassini. Un finale memorabile.

Il romanzo di Carr è un’opera acerba senza dubbio, ma anche – dicevamo –un romanzo degli eccessi.

Innanzitutto è un romanzo gotico. E si sa, tutto o quasi il ciclo di Bencolin ha atmosfere gotiche. Ma qui l’atmosfera macabra è opprimente, e genera una tensione palpabile. Che se realmente insostenibile, risulta poi alla fine in qualche modo falsa: come dice il proverbio “il troppo stroppia”. Carr usa tutti i trucchetti del mestiere, come se fosse uno scrittore di lungo corso: i vari avvenimenti di solito si  verificano di sera, i delitti avvengono al chiarore delle candele o a quello della luna; morti nascosti dietro muri, sparizioni e macabro a volontà. Chi ci richiama? Poe. Che è citato nel romanzo. E poi emulato in uno dei suoi racconti più famosi, La Botte di Amontillado.

Poe maestro di atmosfere, di terrore, di paura, di tensione; Carr maestro di atmosfere, di terrore, di paura, di tensione, ma anche di originalità, sapiente miscelatore di gotico, col fantastico e col raziocinio al suo massimo splendore. Anche se qui, le atmosfere sono troppo orrorifiche.

Già il primo capitolo ci introduce a queste atmosfere: si chiama “Il patrono dei becchini”. Comincia con la descrizione di una creatura fantastica in cui si sarebbe potuto trasformare chiunque, donna o uomo, nella Parigi medievale: un licantropo. Il testo è contenuto in un libro di proprietà di Alexandre Laurent, un pazzo che Bencolin deve fermare prima che ne vada di mezzo il Duca di Saligny. Ma è utile far notare che Carr introduce un licantropo, per parlare invece di Laurent. Ed è in una Parigi rischiarata dai lampioni, così simile alla Londra di Jack the Ripper, che una creatura infernale, della notte, colpisce, e si identifica in Laurent. Le descrizioni orrorifiche abbondano, ma io controcorrente, invece di citare quelle che citano tutti, indico due che mi hanno particolarmente colpito. Perché non solo sono espressione del gotico, ma anche di un’altra delle caratteristiche di Carr : saper miscelare gli elementi in maniera tale da generare tensione e da accrescerla senza mai strafare.

Nella prima, Jeff Marle e Sharon Grey sono assieme nella villa de lei.

Dapprima conversano: “ – Lewis Carroll..è fantastico! Io non avevo mai letto “Alice”! – Raoul.. – esitò un attimo poi proseguì – ..un mio amico me ne doveva portare una copia..Non è delizioso il ricevimento del Cappellaio Pazzo? E quando portano in giro i fenicotteri, e lui dice: Taglia, taglia la sua testa!..” (pag.136).

Si siedono su una panchina rustica, vicino al muro posteriore:

“..quando passammo davanti alla panchina rustica, toccai il braccio di Sharon che si sedette: nella poca luce che filtrava attraverso i rami dei cipressi,, potevo scorgere il pallore del volto di lei, alzato verso la luna: quel volto,eccettuati gli occhi, sembrava quello di una morta, e anche il suo corpo sembrava morto” (pag.137). E ancora a seguire:

“– Com’è gelida la vostra mano, sulla mia spalla!…le parole penetrarono nel mio cervello…mi resi conto con orrore che le mie mani erano intrecciate insieme, davanti a me. Proprio così…poi le sue parole risuonarono nella mia mente in un rapido, tremendo sospetto. – Alzatevi – dissi, udendo a malapena la mia stessa voce. – Alzatevi di lì un secondo, per favore. – Perché? Cosa succede? Sembrate.. – Alzatevi di lì. La trascinai via dalla panchina, dietro di me, poi mi precipitai di nuovo verso il sedile. Fui sopraffatto da un senso di repulsione..il chiaro di luna, attraverso i cipressi, rivelava la mano di un uomo che sporgeva immobile dalla spalliera della panchina. Spostai il sedile e vidi un corpo umano che si adagiò per terra, dandomi impressione quasi di cosa viva..rimasi curvo,pervaso da un forte senso di nausea; la fontana mandava un suono stridulo, come una risata…La sua testa quasi staccata dal corpo. Adesso la sua faccia bianca e rigata di sporco era rivolta verso la luna: Era Edouard Vautrelle; aveva le labbra rialzate sui denti, in una smorfia di derisione, e il monocolo ancora fermo nell’occhio senza più luce (pag. 137-138).

Noto la successione dei vari momenti, che si rincorrono sempre con maggiore tensione verso il catartico ritrovamento di Vautrelle: innanzitutto il riferimento alla decapitazione in “Alice nel paese delle meraviglie”. Poi il riferimento alle candele che man mano si spengono (ho saltato il riferimento di pag.137). Poi la passeggiata nel parco della villa, soli, al chiaro di luna, senza altre luci. Il riferimento ai cipressi (alberi da cimitero) introduce un nuovo elemento di tensione. Ma la fontana col suo rumore cristallino smorza la tensione, almeno..parrebbe che la smorzasse. Poi..il pallore nel volto di lei, che sembra quello di una morta. Ancora un riferimento macabro.  Poi si siedono sulla panchina, e ancora una volta sembrebbe che la tensione si svaporasse, quando..un nuovo elemento di tensione ancora più acuto si affaccia: la mano gelida. Che porta all’orrore di vedere le proprie mani conserte. E di chi è allora quell’altra mano? La sua voce è inudibile, in preda allo spavento. La luce della luna che attraversa i cipressi (ancora loro!) rivela una mano umana appoggiata alla spalliera della panchina. Ora il rumore dell’acqua della fontana non è più rilassante ma assomiglia al suono di una risata aggiungerei..maligna. E poi ..un corpo con la testa quasi staccata dal corpo. E infine la rivelazione che si tratta di Vautrelle. Vautrelle? Ma se si era quasi stati portati a sospettarlo di omicidio?

Faccio notare due cose:

innanzitutto come gli stessi oggetti, a seconda dello stato emozionale in cui vengono a trovarsi i soggetti, possono mutare diametralmente il loro significato. Per es. la fontana della Villa di Versailles, prima ha un suono cristallino, poi è come se ridesse (ma non è una risata allegra ma beffarda, sardonica, che accompagna la scoperta dell’omicidio; e poi come le stesse cose possano avere un significato diverso a seconda da come le si usi: per es. la Villa di Versailles, che tenuta al buio e rischiarata dalle candele ha un’aura romantica ma piena di presagi di morte, dopo la morte, rischiarata dalla luce elettrica perde la propria aura spettrale per ricavarne una più fredda.

Ancora da notare è come il procedimento usato da Carr per generare tensione sia quello cosiddetto accrescitivo, usato con estrema accortezza, molto simile al sistema usato dai compositori dell’ottocento per accrescere la tensione drammatica nella musica: se si fosse puntato infatti su un’unica linea, procedendo dalla tensione minima alla tensione massima, non si sarebbe potuto andar avanti per molto tempo; e dopo un poco la tensione si sarebbe esaurita. Invece qui, per accrescere una tensione drammatica e portarla a livelli insostenibili, Carr si ferma ogni tanto, quasi seguendo delle tappe, e da ogni tappa riparte con una forza maggiore e con elementi che pur essendo simili a quelli originari, portano a situazioni più sconvolgenti. 

La seconda citazione non ha la tensione della tragedia, non ha il passo del thriller alla Rufus King. E’ più diretta, ma molto più macabra. A parlare è Gersoult, valletto di Saligny, mentre il suo padrone giace nella bara, con la testa staccata dal corpo: “ –Lo so – disse. Lo so, signore: voi andate a cercare le cose morte che camminano in cantina: le ho sentite le cose morte, stropicciare i piedi, là sotto..” (pag. 169). Brr…

Ma in questo romanzo non c’è solo Poe, cioè non solo atmosfera e tensione;  c’è anche una consorteria di scrittori, tutti precedenti all’entrata trionfale di Carr. In pratica lui si comportò, come chiunque che non avendo ancora uno stile proprio, cercasse di attingere da chi, prima di lui, aveva inventato qualcosa.

Tutti o quasi mettono in rilievo Poe. Ma Poe è citato anche dallo stesso Carr. Il discorso è che Carr prende a piene mani anche da altri: primo fra tutti Gaston Leroux.

Non c’è dubbio infatti che il Leroux di Le mystère de la chambre jaune deve aver esercitato un’influenza determinante su Carr. E lo si desume, come giustamente rileva Nick Fuller, dalla trattazione che Bencolin fa alla fine del capitolo undicesimo: lì viene confrontata la pratica investigativa americana, fatta di terzo grado e di informatori, e di indagini brutali, con quella francese in cui un corpo di polizia ha il compito di investigare usando la ragione. Ma nello stesso tempo, Bencolin mette in guardia contro la credenza che chiunque, dotato solo di sagacia, e quindi senza esperienza o studio, possa improvvisarsi investigatore: in una Francia degli anni ’20, quale altro confronto è possibile se non con il Rouletabille di Leroux? Non solo.

A Leroux ci porta anche il modo assolutamente trasformistico di creare e ricreare la realtà a piacimento: Frédéric Larsan, il celebre poliziotto di Leroux, in realtà è anche il criminale Ballmeyer, e allo stesso modo Alexandre Laurent diventa Saligny.  L’abilità trasformistica di Ballmeyer ad impersonare il personaggio Larsan e a condurre il gioco secondo la propria prospettiva è la stessa dell’assassino qui e del suo complice, che orchestrano il delitto come un concerto. Ma più ancora che al primo, Carr mi riporta al secondo Leroux, Le parfum de la dame en noir, dove la follia e la capacità di farsi beffe della realtà svia continuamente il lettore.

E la polizia francese diversa da quella americana, a chi ci conduce? A chi Carr voleva riferirsi? A me sembra che il riferimento possa essere più che quello di Leroux piuttosto quell’altro di Monsieur Lecoq, il celebre poliziotto di Gaboriau, il primo rappresentante di quella schiera ( opposta al poliziotto non acuto tipo il Lestrade di Conan Doyle), che rivendicò il proprio posto nella Letteratura poliziesca.

Ma al di là di questo, riscontro anche altre influenze, in questo primissimo Carr.bencolin.jpg

Soprattutto Freeman e Crofts. Per delle cose che noto qui, ma non anche in altri Carr successivi: qui per esempio c’è un eccessiva attenzione ai tempi. Alle pagg. 67-68, cioè nelle ultime due pagine del quinto capitolo, Bencolin riassume la situazione delle testimonianze e deposizioni, consultando il suo taccuino in cui ha ordinato i vari tempi riferiti alla situazione criminosa: ora, questa è una nota che ci avvicina fortemente ai romanzi di Crofts, la cui principale caratteristica è quella di esibire degli alibi a prova di bomba che poi vengono smontati altrettanto sapientemente.

Invece dall’ R.Austin Freeman del dottor Thorndyke, Carr prende la tendenza a trattare gli indizi materiali come fondamento all’indagine investigativa: per es.nel capitolo sesto, “Sette metri per sette”, assistiamo ad un tipo di indagine scientifica, per quanto riguarda il rilevamento di prove materiali: lo spargimento di polvere per le impronte digitali, le fotografie della scena del delitto, il segno del contorno del cadavere col gesso. E poi Bencolin che supera i suoi stessi uomini e trova sotto le unghie della vittima un pezzo di filo, che solo lui avrebbe potuto vedere, e che poi viene identificato, in un tipo di filato . Poi si vedono uomini che esaminano il tappeto, tolgono la copertura del divano, fotografano e rilevano impronte. Mike Grost indica invece l’indagine scientifica che Bencolin attua coi suoi uomini nella Villa di Versailles dove giace il cadavere di Vautrelle, nel capitolo XIII, “Morte a Versailles” : il sangue, le coltellate alle spalle, le tracce sanguinolente che partono dal cancello posteriore della villa, indicano che l’assassino ha seguito Vautrelle che si trascinava fino alla panchina, e quando lui si è accasciato, egli ha cominciato a staccargli la testa dal busto. La mancata recisione della testa che indica come non si sia utilizzata una spada ma piuttosto un coltello, un lavoro da inesperti, un coltello grosso, forse americano, da caccia. Tutte tracce che opportunamente interpretate da Bencolin gli consentiranno di farsi un’idea precisa su quel che possa essere accaduto. E non sbaglierà neppure in quest’occasione!

E infine l’Hashish e l’oppio hanno una grande importanza in questo romanzo. E chi ci ricordano oppio e hascisc? De Quincey, Balzac, Baudelaire, Gautier. Noto come in determinati passi del romanzo si trovino riferimenti a queste droghe, molto significativi: innanzitutto tra gli autori preferiti da Laurent sono citati De Quincey e Baudelaire. Laurent ed altri personaggi si drogano. In un passo, prima dell’assassinio di Saligny, colui che l’ucciderà esclama: “– Questa musica maledetta..non posso sopportarla. Perchè stanno sempre suonando lo stesso motivo da mezz’ora?”. Ancora una volta, un qualcosa cambia significato, a sottolineare un cambio emotivo dei personaggi: prima l’orchestra jazz produceva un semplice frastuono; ora la musica dell’orchestrina, sappiamo che viene percepita come ossessiva. Anche perchè il soggetto che inveisce, intuiamo che è drogato.

Quincey è ricordato per aver scritto Murder considered as one of the fine arts ,“L’assassinio come una delle belle arti”. Ma è anche ricordato per uno scritto molto più famoso all’epoca, Confessions of an English opium-eater, “Le confessioni di un mangiatore d’oppio”. Non scordiamoci che il Carr degli anni ’20 che aveva vissuto a Parigi, si era imbevuto di letteratura francese: e quindi non potrebbe aver letto anche Théofile Gautier, dedito all’oppio e all’hashisc, come lo stesso Balzac?

Tra tante meraviglie, l’unica cosa che mi appare stonata è l’omicida: non è un grande omicida, non è una persona di grande levatura, un genio come in gran parte dei romanzi di Carr. Non è neanche un vigliacco, un fetente. Piuttosto è una creatura debole, dedita alla droga, che ha ucciso non perché desiderasse uccidere Saligny, ma perché glielo si è chiesto, lo si è convinto a farlo. Ma poi il secondo omicidio e il tentato terzo, sono il frutto della sua follia. E la pervicacia con cui Bencolin lo accusa, lo distrugge psicologicamente, fa quasi pena: Bencolin non ha nulla di Fell o Merrivale; è piuttosto un essere duro, spietato con chi sbaglia. Perché non è solo poliziotto ma anche giudice. E quindi è implacabile. Il suo compito non è solo quello di acciuffare il reo ma anche di portarlo, come dice lui qui, alla ghigliottina (pag.193).

Questo modo di presentare Bencolin, con la sua aria sinistra e mefistofelica, riesce quasi ad invertire i ruoli: il povero assassino da una parte, il freddo poliziotto dall’altra. Del resto l’assassino ha eliminato dei rifiuti della società: uno psicopatico, un imbroglione, e stava per uccidere un ricattatore e spacciatore di hascisc.

Bencolin non si accanisce contro l’assassino perché questi ha ucciso, quanto piuttosto per come ha impedito che lui, Bencolin, che aveva dato la sua parola a Saligny di proteggerlo, potesse adempiere alla sua promessa. E per di più perché chi ha ucciso si è fatto beffe dell’ordine costituito, servendosi di lui e di un suo uomo, François, per avere un alibi. Ecco perché, secondo me. la giustizia di Bencolin assume ,qui, i contorni di una vendetta personale; e solo questo spiega l’accanimento del poliziotto nei confronti dell’essere debole che ha davanti, cosa che si può evincere leggendo le pagine finali dell’ultimo capitolo. Accanimento anche perchè deve capire se il suo ragionamento sia stato giusto, se le cose siano andate veramente come lui abbia pensato. Serve cioè, perchè la giustizia possa avere il suo corso, e forse anche, come lui suggerisce all’assassino (vittima di tutta una serie di torti che ha patito), perchè la giuria possa tenerne conto e non applicare la pena di morte. C’è solo un momento, alla fine della storia, in cui si erge l’assassino in tutta la sua figura. E’ quando rivendica la gioia che ha provato quando ha ucciso Vautrelle, quando è stato bagnato dal suo sangue: se l’anima può saziarsi, ecco, lui, l’assassino, si è saziato dopo. Questo identificarsi con l’anima, fà sì che l’assassino giustifichi la morte di Vautrelle con un bisogno di giustizia. Una giustizia che non può essere solo terrena. Non sarebbe stato quindi un assassinio ma un’esecuzione. E quindi è come se dicesse che dovrebbe essere giudicato non per la seconda morte quanto per la prima (a suo dire, ovviamente).

Insomma…un’opera giovanile di Carr, ancora non perfettamente oliata, ma già capace di avvincere e meravigliare: il plot e la soluzione sono meravigliosi, e già richiamano certi altri meccanismi da Camera Chiusa che verranno inventati successivamente.

Un discorso a parte, merita la traduzione di Rossana De Michele che non è che sia malvagia, diciamolo pure. Se alcune volte ho detto che meriterebbe questo romanzo una nuova traduzione, è perchè le parti che sono state tolte conferirebbero una luce diversa e accrescerebbero il fascino: è un discorso di atmosfera, non di plot. Il Plot e la spiegazione ci sono tutte, e il romanzo finisce esattamente come finisce quello originale. E inoltre la traduzione per l’epoca è molto buona. Vedete e confrontate certe traduzioni odierne e traduzioni degli anni ’50 Mondadori, e sarete d’accordo con me nell’affermare che allora la Mondadori prendeva i migliori traduttori (cosa che vale tuttora) rispetto al resto. Di traduzioni molto buone, nella scelta dei vocaboli e nella fluidità dell’insieme, ce n’erano anche altrove, ma poche: mi ricordo quelle per Garzanti di Bruno Tasso per esempio.

Nella versione di Rossana De Michele, qua e là si notano dei passi saltati, ma sono passi che riguardano l’atmosfera. Faccio un esempio, pag. 4 del romanzo originale (la prima pagina è occupata dalla piantina che nell’edizione Mondadori è rimpicciolita), Carr scrive : The high Iamps were blooming out over Paris as we went down the stairs to my car. He stopped in the doorway to light a cigar, and he stood for a moment looking up and down the blue-shadowed street—a tall figure silhouetted against the light of the tall doorway, cloak flung over his shoulder, leaning on his silver-headed stick. 

Rossana De Michele traduce solo The high Iamps were blooming out over Paris as we went down the stairs to my car  conParigi scintillava alla luce dei suoi mille lampioni quando scendemmo le scale e ci avviammo verso la mia auto“, saltando il resto, che si potrebbe tradurre con  Si fermò sulla porta alla luce di un sigaro, e stette per un momento a guardare su e giù per la strada dalle ombra blu, una figura alta stagliata contro la luce della porta alta, il mantello gettato sulle spalle, appoggiato al suo  bastone dalla testa d’argento“.

Non toglie e non aggiunge nulla se parliamo di plot, ma l’atmosfera della scena risulta parecchio più suggestiva.

E siccome già lo è in gran parte, immaginiamo come lo sarrebbe stata se simili parti non fossero state espunte. 

Immaginare non costa nulla: sarebbe stata magnifica!

Comunque sia..un primo capolavoro di Carr, che proprio con i suoi eccessi riesce a lacerare la trama dell’oblio e a far emozionare ogni qualvolta lo si legga.

 
 
Pietro De Palma

 

John Dickson Carr : Il Mostro del Plenilunio (It Walks By Night, 1930) – I Classici del Giallo Mondadori, N.196 del 1974ultima modifica: 2011-12-28T23:46:00+00:00da lo11210scriba
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