Hake Talbot : L’orlo dell’abisso (Rim of the Pit, 1944) –I Classici del Giallo Mondadori n.644 del 1991

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Hake Talbot : L’orlo dell’abisso (Rim of the Pit, 1944) – trad. A.M.Francavilla –  Prefazione di Douglas G. Greene – I Classici del Giallo Mondadori n.644 del 1991 – Pagg.222

Henning Nelms nacque a Baltimora nel 1900. Insegnò Letteratura drammatica al Middlebury College e alla Pennsylvania State University, e diresse parecchi teatri. Svolse parecchi lavori, tra cui la professione di avvocato, una professione di famiglia, visto che anche suo padre lo era stato (oltre che pastore della Chiesa Episcopale); ma aveva fatto anche il marinaio, il redattore, il contabile, il direttore di un’agenzia pubblicitaria, il prestigiatore. Col suo vero nome firmò libri sul teatro, sul disegno, e un manuale di illusionismo e prestidigitazione.

Alla stregua di Clayton Rawson, volle provare a scrivere gialli in cui trasfondere le sue conoscenze illusionistiche, e con lo pseudonimo di Hake Talbot firmò 2 grandi classici del mistero: The Hangman’s Handyman (1942) e Rim of the Pit (1944); oltre che 2 racconti: The Other Side (1940) e The High House (1948).

Tutta la produzione (i 2 romanzi e i 2 racconti) incentrata su Roger Kincaid viene ora ripubblicata in America, in un unico volume, “The Adventures of Rogan Kincaid”, con una introduzione di Douglas G. Greene, al costo di 30 dollari. Tre dei lavori raccolti da Greene, sono stati pubblicati in Italia: The Other Side (col titolo “L’altra parte”, da Garden Editoriale, nel primo di tre volumetti dal titolo “Delitti Impossibili”, con cui fu tradotta in Italia The Art of the Impossibility,  di Jack Adrian e Robert Adey, antologia del 1990), Rim Of The Pit ( col titolo L’Orlo dell’abisso, da Mondadori, ne I Classici del Giallo), e infine Hangman’s Handyman (col titolo “Terrore nell’isola”sempre da Mondadori e sempre nella collana de I Classici del Giallo).

Rim of The Pit ha sempre goduto di una certa fama: o è stato (ed è ancor oggi) elogiato oppure attaccato. Fatto sta che Talbot, scrisse un romanzo ad effetto. E che così fosse, lo si capisce si dall’incipit :

 Dead of Winter

 

 There are dead people whom we mistake for living beings.

 — ELIPHAS LÉVI, Dogme de la Haute Magie

“I came up here to make a dead man change his mind.”

Insomma, un’entrata col botto!

Comincia con quel “I came up here to make a dead man change his mind.”,  che esprime già molto e introduce già uno dei soggetti dell’opera, cioè il windigo, lo spirito maligno. Infatti in quel “Son venuto quassù per indurre un morto a cambiare parere” ( espressione ricordata da Carr nel suo elogio celeberrimo, che formulò allorquando il romanzo di Talbot uscì nei tipi di Bentam : “Fin dal primo periodo: Sono venuto quassù per indurre un morto a cambiare parere, ci vediamo precipitare nei regni dell’incubo. Miracoli incombono ed esplodono. Un morto ritorna…o forse non ritorna affatto. Un fantasma volante scende apparentemente in picchiata e va all’attacco.Non angeli, ma demoni e stregoni sembrano danzare sulla punta di quest’ago…L’orlo dell’abisso è una magnificenza”), l’avverbio “quassù” lo si può intendere con riferimento a due cose: riferito al luogo della seduta spiritica, che è un villino tra le montagne e/o riferito ad un luogo comunque più in alto di quello in cui esso dimora : Grimaud Désanat, se è uno spirito malvagio, dimorerà all’Inferno. Del resto la sua indole malvagia, è testimoniata anche dal nome che Talbot furbescamente gli da: infatti, in Grimaud Désanat, l’inizio della parola Grimaud , “Grim”, è la stessa di Grimorium (libro di magia nera), e del resto l’aggettivo “Grim” in inglese può voler significare “orribile”, “sinistro”, “odioso”, “feroce”, “macabro”; mentre Désanat, può intendersi come una sciarada, formata dall’unione di due parole: De ( di ),  e Sanat che poi è l’anagramma di Satan, Satana. Quindi.. “Grimaud di Satana”. Ma…Grimaud non è un nome propriamente Talbotiano, ma inventato da Carr: è il cognome a sua volta di quel Charles che compare in The Hollow Man di Carr. Un altro legame con il grande John?

Rogan Kincaid è un giocatore d’azzardo, con una vita movimentata e avventurosa alle spalle, che si improvvisa, quando ce n’è bisogno, detective. Padrone di vasti territori in montagna, coperti di alberi, Grimaud Désanat è morto. Luke Latham, ricco proprietario di segherie vorrebbe convincere la vedova di Grimaud a vendere i boschi, ma lei è restia a farlo, interpretando così la volontà del marito, che glieli ha lasciati. Ma Latham non demorde e ossessivamente tenta la moglie, finchè ella acconsente a indire una seduta spiritica, in cui ella stessa svolgerà la parte della medium, avendo dei poteri specifici. Alla seduta parteciperanno alcune persone tra cui lo stesso Rogan, Latham, Ogden socio di Latham, e un mago cecoslovacco sotto mentite spoglie, Svetozar Vok, che dovrebbe svelare i trucchi della medium.

La seduta spiritica comincia, ed ad un certo punto la voce della medium cambia, prendendo un’intonazione diversa dalla sua e assumendo un timbro maschile; poi subito dopo avviene l’apparizione, di una faccia maligna sospesa a mezz’aria, talmente maligna da inorridire i presenti: è Grimaud Désanat, che maledice la moglie, per avergli attribuito delle volontà non sue.

Subito dopo, nell’orrore dei presenti, lo spettro svanisce rifugiandosi al piano superiore. Intanto la moglie-medium sviene e se qualcuno aveva un qualche presentimento o una supposizione che si trattasse di un trucco deve ricredersi in quanto non viene trovata nessuna traccia sulla neve fresca che possa comprovare l’esistenza che qualcun altro non conosciuto sia nel frattempo arrivato, non visto, nel villino. Nel frattempo però Vok tra rivela alcuni dei trucchi praticati da ciarlatani e falsi medium.

A questo punto accade l’impossibile: la medium viene uccisa nella sua camera dal windigo, lo spirito malvagio in cui si è trasformato Désanat, e nessuna traccia viene trovata sulla neve che ricopre il davanzale delle finestra . Successivamente avverrà un secondo omicidio, questa volta all’esterno, sempre senza che vengano trovate tracce, e a morire sarà Ogden, il socio di Letham. Alla fine Rogan Kincaid risolverà l’arcano riuscendo a dimostrare che non si trattava di omicidi di origine sovrannaturale ma terrena.

In America, il romanzo fu pubblicato originariamente in paperback sul pulp magazine “Thrilling Mystery Novel” negli anni ’40, poi nei paperback Bentam nel 1965 (come parte di “The World’s Great Novels of Detection”, serie scelta da Anthony Boucher, assieme ai romanzi di altrettanti diversi autori: Cat of Many Tails di Ellery Queen, Clue for Murder di Helen McCloy, A Blunt Instrument di Georgette Heyer) e infine negli anni ’80, sempre in paperback, da International Polygonics, Ltd. In tempi recenti è stato ripubblicato anche da Ramble House.

Sicuramente gran parte della fama, gli deriv(ò)a dal giudizio entusiastico espresso da Carr. Ora, che Carr fosse convinto della bontà assoluta dell’opera, e con lui quelli che sposano (sposavano) la sua tesi, non è in discussione; può esserlo semmai vedere se in effetti il romanzo la merit(asse)i interamente.

Io ne sono rimasto un po’ deluso (penso che si sia capito) forse anche perché ero rimasto entusiasta dall’altro romanzo di Talbot, scritto prima di questo ma pubblicato in Italia dopo (e qualche anno fa  riproposto nell’ambito di un bellissimo Speciale del Giallo Mondadori, uscito con una prefazione, magistrale, di Mauro Boncompagni): le ragioni del mio fare le dico a seguire. Ovviamente sono conscio che così vado contro tutta la serie di giudizi entusiastici che si leggono ora qui ora là, ma non mi importa di essere una voce fuori  Per cui…

In primis, bisogna dire che sulle aspirazioni di questo romanzo nulla si può dire: tenta la difficile carta del romanzo giallo che va di pari passo con quello soprannaturale, come già aveva fatto con risultati superlativi Carr in The Bourning Court e Melville Davisson Post in parecchi racconti. Infatti, nelle intenzioni di Talbot, fino all’ultimo non si dovrebbe capire se i delitti siano stati compiuti da esseri soprannaturali oppure in carne ed ossa; ed anche questo sbandierano dappertutto in tutti i siti.

Devo dire, a onor del vero, che però tutto ciò che attiene alla magia illusionistica (apparizione del fantasma, trucchi e qualsivoglia altro) è trattato con maestria, e un qualche peregrino pensiero se e come il fantasma possa essere apparso, fa capolino, lo ammetto. E anche come il delitto possa essere avvenuto, tenuto conto delle limitazioni imposte, tipiche di romanzi come questo (neve intatta, assenza i orme, etc..). Su questo quindi nulla da dire.

Innanzitutto l’argomento con cui non riesco a entrare in sintonia, è quello sulla base del quale il romanzo di Talbot sarebbe stato scritto prendendo ad esempio Carr. A me non sembra che L’Orlo dell’Abisso possa far venire in mente solo Carr: a parità di romanzieri, mi sembra che molto più carriano di Talbot sia per es. Alan Green. Nonostante alcuni aspetti che in effetti esistono nel romanzo, Hake Talbot mi sembra molto più vicino a Clayton Rawson, in quanto, più che su altro cerca di concentrarsi sulla qualità dell’enigma: un romanzo che mi verrebbe da associare idealmente a questo, potrebbe essere L’assassino invisibile, di Clayton Rawson, in cui vi sono una sparizione impossibile e un’apparizione altrettanto emblematica. E siccome dico ciò, mi parrebbe che un altro romanzo che potrebbe essere stato preso ad esempio, sarebbe potuto essere Into Thin Air di Winslow & Quirk, recensito, in questo spazio, tempo fa.

Il fatto è che a me sembra (laddove invece ad altri ciò non pare..anzi) che manchi quasi del tutto di atmosfera: è gelido, claustrofobico sì certamente, come l’ambiente in cui viene posto (e alcuni critici americani fanno giustamente riferimento a The Plague Court Murders di Carter Dickson (anche quello qui recensito), ma non riesce ad avvincere come invece ci si aspetterebbe; del resto questo mio giudizio l’ho confrontato con quello di altri amici che l’hanno letto, e parecchi sono del mio stesso avviso (può darsi allora beninteso che si sbagli tutti): è anche una questione di stile. Inoltre, e questo secondo me è un’ulteriore limitazione se non addirittura una scelta sbagliata, Talbot inserì all’inizio di ogni capitolo, una citazione da libri di magia, trattati o quant’altro: questo escamotage finisce per togliere ogni residuo di supposta verità soprannaturale, in quanto la reiterazione continua di qualcosa legato all’atmosfera che si vorrebbe creare finisce per acuire la certezza che di soprannaturale non vi sia nulla (il lettore che acquista il romanzo lo sa che si tratta di un delitto terreno, ma almeno durante il romanzo vorrebbe essere trasportato sulle ali della fantasia altrove; invece..).

In più, allorché Rogan Kincaid smaschera l’assassino dicendo che la pistola che aveva sparato al windigo era a salve, e la pallottola d’argento che era stata trovata nella ferita mortale di Ogden, in realtà l’aveva messa lui nella ferita, quando aveva finto di estrarla, e che Ogden non era stato ucciso quindi da una pallottola ma da una pugnalata, e accusa X di averlo ucciso, non riesce, al pari di Carr, cui si richiama, a fornire una spiegazione chiara ed accettabile dei delitti, che invece rimane farraginosa ed irrisolta, a testimoniare che non sempre, arrampicandosi sugli specchi, si riesca poi a scalarli. Insomma quello che in ambiente molto più specialistico del mio, altri affermano : “The actual impossible murders (there are two) are well set up but less convincingly resolved, though they’re certainly original. In my opinion it’s very good, but not great.”.

In questo differisce persino da Rawson, che com’è noto, non è mai stato troppo lodato per lo stile della scrittura o per l’atmosfera, ma essenzialmente per la qualità degli enigmi che riusciva a creare, riuscendo, si badi bene, a spiegarli nella migliore maniera possibile, nonostante alcuni di essi, per es. Death from a Top Hat siano ricordati come alcuni degli enigmi più spaccacervelli che mai siano stati concepiti, molto spesso assai vicini all’illusionismo puro.Se poi uno cerchi dell’altro, per esempio camere chiuse al limite, e gli stessi meccanismi usati da Carr per sviare il lettore (in The Hollow Man), allora qui li potrà rilevare. Solo che il giudizio che espressero tanti importanti critici e romanzieri, che cioè nella loro lista delle migliori Camere Chiuse della storia, a questa era soltanto preferita quella de Le tre bare di Carr, mi sembra un po’ sbilanciato (e pesantemente influenzato, in ultima analisi, dallo stesso giudizio positivo, espresso dallo stesso Carr).

Il romanzo, però, meriterebbe sicuramente una ristampa, in quanto è comunque un romanzo molto valido nel suo genere.

Pietro De Palma

 

Hake Talbot : L’orlo dell’abisso (Rim of the Pit, 1944) –I Classici del Giallo Mondadori n.644 del 1991ultima modifica: 2011-11-19T17:39:00+00:00da lo11210scriba
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