Agatha Christie: Sento i pollici che prudono (romanzo e film)

Due per un delitto.jpggialli rari 031.jpgAgatha Christie: Sento i pollici che prudono, By the Pricking of My Thumbs, 1968 – traduz. Alex R. Falzon, Oscar Gialli Mondadori N.98 (1543) del luglio 1982.

 

Due per un Delitto, Mon petit doigt m’a dit …, di Pascal Thomas, con Catherine Frot e André Dussollier, 2005, 103 minuti (tratto dal romanzo “Sento i pollici che prudono” di Agatha Christie).

 

 

Agatha Christie non finiva mai di stupire.

Se è diventata una vera e propria icona della Letteratura Poliziesca, guadagnandosi il posto assieme a Ellery Queen e John Dickson Carr in una ipotetica trinità del giallo, un motivo deve pur esserci! Accanto a tutte le ragioni che si possono desumere leggendo i suoi meravigliosi romanzi, c’è anche quella, non indifferente di aver saputo mutare le proprie trame in ragione del passare del tempo, senza perdere in freschezza, e cambiando semmai la forma della sua scrittura, passando cioè dal puro giallo ad enigma, al suspence, al thriller, e facendo anche delle puntate nel genere spy e avventura: insomma un po’ di tutto.

Tra i personaggi fissi, Tommy e Tuppence Beresford, sono tra i meno conosciuti, ma anche tra i più amati, tanto che, nonostante Agatha Christie li avesse inseriti solo in due romanzi (Avversario segreto, 1922; e Quinta colonna, 1941) e in una serie di racconti, nel 1968 si decise a dare loro una terza chance, buttando giù il romanzo “Sento i pollici che prudono”, By the Pricking of My Thumbs.

E’ uno dei romanzi meno conosciuti in assoluto, questo, ma Agatha amava i suoi due coniugi Tommy & Tuppence, al pari dei tanti fans che continuavano a chiederle loro notizie; e così decise di scrivere un altro romanzo ancora, Postern of Fate, “Le porte di Damasco”, che venne pubblicato nel 1973. Non è un romanzo quale un fan di Poirot o di Miss Marple sarebbe lecito che aspettasse; no, è un romanzo ibrido: un romanzo giallo nella prima parte (indagini, deduzioni) che evolve in un romanzo thriller nella seconda, con un finale in crescendo per quanto riguardo l’azione anche se la verità è stata già capita.

Qui c’è un po’ di tutto: bambini uccisi, refurtiva di gioielli, una misteriosa villa, una vecchia signora che scompare da una casa di cura, il tutto affrontato con inimitabile estro.

Da questo romanzo nel 2005 è stato tratto un bel film per la regia di Pascal Thomas, interpretato principalmente da Catherine Frot e André Dussollier, e con la partecipazione significativa di Laurent Terzieff, che commenteremo confrontandolo col romanzo originale.

Innanzitutto, il film riporta grosso modo la trama del romanzo: Belisaire e Prudence Beresford, coniugi col pallino dell’investigazione, pur anzianotti non dimenticano gli antichi ardori: lui è un alto membro dei Servizi d’Informazione, mentre lei si occupa della casa. Un bel giorno vanno a trovare la vecchia zia Ada che è ricoverata in una elegante casa di cura: rispetto al romanzo, i due in macchina, intonano un’aria che avrà la sua importanza nella trama: si tratta dell’Aria di Nadir, dal 1° Atto de “I Pescatori di Perle” di Georges Bizet: “Je crois entendre encore, Caché sous les palmiers, Sa voix tendre et sonore, Comme un chant de ramier! O nuit enchanteresse! Divin ravissement! O souvenir charmant! Folle ivresse! doux rêve! Aux clartés des étoiles, Je crois encore la voir, Entr’ouvrir ses longs voiles Aux vents tièdes du soir! O nuit enchanteresse! Divin ravissement! O souvenir charmant! Folle ivresse! doux rêve! Charmant souvenir!”.

Arrivano alla casa di cura (un castello ristrutturato) ed ecco che i due esclamano:

-Ah, che tranquillità! Che armonia! Da un profondo senso di pace – dice Tommy

-Che bella vita quieta e serena! – dice Tuppence

E intanto la cinepresa si fissa su una delle finestre semi aperte del castello, nella cui stanza qualcuno sta iniettando qualcosa in una bottiglia del latte( ma dev’essere qualcosa di non buono, perché altrimenti per quale motivo la persona indossa dei guanti?)

-Senti che qui non ti può accadere nulla di brutto – dice Tommy

-E’ come una tomba – dice Tuppence.

Il dialogo, nel romanzo non c’è. E ovviamente laddove nel film la casa di cura è un castello, nel romanzo è una dimora vittoriana. Insomma, il film è romanzato, ha delle cose che mancano nel romanzo (per es. dopo la visita dalla zia, nel film vengono a trovarli la figlia il genero e i due nipoti gemelli), e i nomi di alcuni personaggi sono cambiati: per es. la signora Lancaster (che è una tizia strana che parla con Prudence al castello e le accenna ad una bambina dietro un camino), che aveva regalato alla zia di Tommy & Tuppence (poi deceduta) un quadro con ritratta una villa ( che a Prudence risveglia un ricordo), nel film si chiama invece Rose Evangelista.

Fatto sta che Tuppence investigando, scopre che l’indicazione sull’altra casa di cura è fallace; e allora riparte dal quadro che ritrae una vecchia casa tra due filari vicino ad un canale. E prendendo il treno, da un finestrino la scorge. Allora scende e comincia ad investigare e finalmente riesce con una scusa ad entrare in quella casa, stranamente divisa in due: in una delle due parti vivono i coniugi Perry. Dopo una conversazione, mentre lei sta andando via, ecco che dalla cappa del camino cade una bambola: cosa ci farà mai in un camino?

Prende dimora in un villaggio vicino, e qui conosce il curato (un pastore nel romanzo) e la sua perpetua e comincia a fare domande: viene a sapere che il quadro era stato dipinto da un certo Boscovan, un pittore che aveva dipinto parecchio in passato. Ma capisce anche che non tutti dicono la verità, e viene a sapere che in quei paraggi tempo prima dei bambini erano stati uccisi. E soprattutto capisce che c’è un mistero intorno alle morte di una bambina: mentre cerca la sua lapide nel cimitero del paesino, qualcuno le rifila un colpo alla nuca. E Tuppence, ricoverata, perde la memoria per una commozione cerebrale.

Intanto Tommy ricostruisce la vicenda della bambina: era morta alla figlia della Signora Carrington, una signora che abitava in passato nel villino raffigurato nel quadro; la figlia era andata a Londra per fare la ballerina ma poi aveva conosciuto un tipo equivoco; era poi nata la bambina che era morta, e la signora e la figlia per evitare uno scandalo erano andate via: possibile che la figlia della signora Carrington fosse la signora Lancaster?

Fatto sta che a questo punto se non intervenisse la telefonata della figlia Deborah che comunica al padre di aver saputo dell’aggressione compiuta ai danni della madre e che Tuppence è ricoverata in un piccolo ospedale della contea, Tommy non saprebbe dove andare.

A questo punto interviene una cosa che nel romanzo non c’è e nel film invece sì e che è collegato alla famosa aria di Bizet di cui abbiamo parlato prima: nel film, Tuppence, che ha perso la memoria, la riacquista nell’attimo in cui sente canticchiata quell’Aria da un muratore che sta effettuando un aggiusto lì vicino ed è lei che fa chiamare Tommy; nel romanzo invece, dell’aria non c’è traccia e Tuppence viene aiutata a ricordare tutto dal marito che arriva lì, avvisato dalla figlia. Comunque sia, la nota dell’aria del film, mi pare abbastanza indovinata: almeno dona una vena struggente che fa da leit-motiv per tutta la durata del film.

I due insieme fanno il punto e mentre lei fa vedere al marito la bambola, da essa cadono dei sassolini, che Tommy, dopo averli strofinati, capisce che son diamanti. E allora ricollega il tutto a quello che gli ha detto un suo amico poliziotto: un celebre furto di gioielli molti anni prima, di cui molto poco recuperato, era stato orchestrato da un certo avvocato di nome Eccles; la figlia della sig.ra Carrington si era invaghita di uno dei banditi ed aveva avuto una bambina, nella cui bambola avevano nascosto i diamanti. Poi, lei era andata via e anche i banditi, dopo che erano stati fatti evadere avevano fatto perdere le tracce.

Non dico come va a finire, non sarebbe giusto. Ma.. il finale è notevole, e rivela una cattiveria inaspettata, una malvagità che è figlia della pazzia.

Il grande scrittore britannico Anthony Berkeley Cox, che con l’altro suo pseudonimo famoso, Francis Iles, firmava anche articoli di critica, sul Guardian del 13 Dicembre 1968, così commentava l’uscita del romanzo della Christie: This is a thriller, not a detective story, and needless to say an ingenious and exciting one; but anyone can write a thriller (well, almost anyone), whereas a genuine Agatha Christie could be written by one person only”.

Che somigli più ad un thriller che ad un romanzo giallo, l’abbiamo già notato; certo, se il romanzo vien letto da chi abbia già immagazzinato dentro di sé tutti i Poirot e i Marple, e i romanzi senza personaggio fisso, forse un po’ di delusione può provarla. Ma se invece, affronta la lettura, scevro da ogni riserva, apprezzerà la grandezza di una donna che di lì a cinque anni sarebbe passata a miglior vita e pure anziana, sapeva riservare emozioni mai sopite.

Quanta grandezza possiamo trovare, se la cerchiamo, nelle persone anziane! Che sembrano provate, indifese anche, ma che anche sanno tanto della vita!

Per quanto riguarda il film, l’unica variazione di un certo peso, e che ha sicuramente un certo effetto dal punto di vista cinematografico, è che Eccles ha un fratello gemello, mentre nel romanzo non è così.

Al di là di questo, consiglio chi non avesse letto il romanzo, perché ne vale la pena ; e poi di vedere il film: si trova anche nelle edicole.

Sia la Frot che Dussolier sono irresistibili, e anche Terzieff è molto bravo: direi che se mi sarei aspettato una parte drammatica per Terzieff, che interpreta i due fratelli gemelli,  sono rimasto invece molto colpito dalla bravura e versatilità interpretativa di Dussolier che tanti anni fa avevo notato nel film drammatico di Claude Sautet, “Un cuore in inverno” assieme alla Béart e ad Auteil, e poi qualche anno fa avevo di nuovo ammirato nel capolavoro poliziesco di Olivier Marchal, con Gerard Depardieu e Daniel Auteil, 36 Quai des Orfèvres: è un attore completo che sa affrontare con naturalezza sia parti da commedia brillante, sia da polizieschi anche d’azione, sia da film drammatico.

Un’ultima cosa: il titolo in originale del romanzo della Christie, è tratto da un passo del Macbeth di William Shakespeare, Atto IV Scena 1 :

By the pricking of my thumbs,

Something wicked this way comes

che significa: Sento i pollici che prudono: certo arriva qualche infame.

 

Pietro De Palma

 

P.S.

Per chi voglia sentire l’Aria di Nadir da “I Pescatori di Perle” di Bizet, che dona una nota struggente al film (e può anche esser stata inserita, in quanto parecchio melanconica, in riferimento alla vicenda straziante di bambini uccisi, dico io), rimando all’interpretazione di Alfredo Kraus, anche su Youtube.

 

Agatha Christie: Sento i pollici che prudono (romanzo e film)ultima modifica: 2011-07-15T11:23:00+00:00da lo11210scriba
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