Andrew Garve: Un alibi di troppo – I Classici del Giallo Mondadori N.1271 del maggio 2011

 

 

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L’anno scorso Mauro Boncompagni aveva curato l’uscita di uno Speciale del Giallo, dal titolo “La politica del delitto”, e tra i due romanzi presentati ve n’era uno di Andrew Garve.

L’autore del romanzo la cui copertina è indicata, non si chiamava così in origine, giacchè esso era solo uno pseudonimo, al pari di Roger Bax e Peter Somers: il suo nominativo vero era invece Paul Winterton, ed era un giornalista specializzato in economia. Al suo attivo parecchi romanzi anche di spionaggio, e vari di essi incentrati sulla Russia, di cui era un discreto conoscitore, favorito anche dalla conoscenza di varie lingue straniere.

Mondadori ne pubblicò alcuni di romanzi: questo, “Un Alibi di troppo”, Frame-Up, è del 1964, pubblicato in Italia solo due anni dopo, l’11 settembre del 1966, nella collana Il Giallo Mondadori, col numero 919.

Il romanzo snocciola la storia del pittore John Edward Lumsden, ricco e felice ma complessato, che viene ritrovato morto, strangolato, a casa sua. Dopo il suo assassinio, spunta un testamento in base al quale a contendersi la bella cifra di 200.000 sterline, 100.000 procapite, sono il nipote Michael Ransley, dipendente del Foreign Office, e l’amico e protetto George Otway, che con l’aiuto di Lumsden ed anche il suo sostegno economico ha avviato un’attività di mercante d’arte. Nessun altro parrebbe ricavarci nulla dal suo assassinio; neanche la bella Kathie Bowen, governante di casa Lumsden, e segreta fidanzata di Lumsden, che proprio con lui si sarebbe dovuta sposare di lì a 15 giorni.

E’ evidente quindi che l’attività investigativa concerne esclusivamente i beneficiari dell’eredità, e già in questo notiamo una certa limitazione del numero dei sospettati, due al momento, che ovviamente ha una ricaduta sulle stesse aspettative del lettore: una cosa è leggere un romanzo in cui i sospettabili sono un certo numero, e altra cosa è leggerne un altro in cui sono solo due, almeno all’inizio.

L’indagine, condotta dall’ Ispettore Capo di Scotland Yard, Charles Blair, e dal suo sergente maggiore, Harry Dawson, ben presto sbatte contro i due alibi prodotti dai due beneficiari: uno, quello di Otway, si basa sulla testimonianza del suo dipendente James Whybrow, che assicura di aver telefonato al suo datore di lavoro a casa sua, dal Northern Hotel di Edimburgo, addebitandogli il costo della chiamata, per comunicargli l’esito di un’asta (testimonianza confermata da altre persone presenti nell’Hotel, e dalla centralinista, che ha sentito distintamente il dialogo telefonico tra due persone, il trasmittente ed il ricevente); l’altro si basa su una certa telefonata che Michael Ransley dice di aver ricevuto, proveniente da un ospedale in cui egli è donatore di sangue, che lo allertava in merito ad una emergenza, visto che lui è portatore di un gruppo sanguigno raro: ma, una volta recatosi in quel posto, nessuno del personale medico, infermieristico e delle suore afferma di averlo chiamato: uno scherzo di pessimo gusto o…altro?

In realtà dei due alibi, questo è il meno potente, tanto più che Michel Ransley avrebbe potuto avere dei motivi di rancore nei confronti dello zio, visto che quest’ultimo non accettava per il nipote l’unione con la giovane e bella tedesca, Irma Felding, figlia di un giudice, con un passato nazista; e l’Ispettore cerca in tutti i modi di scalfirlo, non riuscendoci. In più accade una cosa che sembra destabilizzare l’indagine: tra i vetri rotti di un portaritratti trovati vicino al cadavere, si trova un’impronta di Otway: tuttavia la circostanza che dovrebbe incriminarlo, finisce per farne una vittima, quando si scopre che i frammenti di vetro insieme formano un lato che è incompatibile con quelli del portaritratti. Insomma qualcuno vuol far incolpare Otway dell’assassinio dell’amico: Ransley? Tuttavia c’è anche da mettere a fuoco il fatto che qualcuno ha chiamato con l’inganno Ransley all’ospedale: una messinscena oppure c’è qualcuno che vuol fargli del male, per es. Otway?

Insomma, Blair deve cercare di smontare i due alibi, ma non vi riesce; e a quel punto è portato persino a considerare che i due abbiano potuto commettere l’assassinio assieme, o almeno coprendosi e inquinando le prove e creandone altre false, vicendevolmente.

Ma proprio in questo momento ecco un nuovo accadimento che rivoluziona il tutto: l’Ispettore viene a sapere dalla sorella di Kathie Bowen, che il futuro marito di Kathie, poi assassinato, avrebbe intestato alla futura moglie i propri soldi, sostituendo il precedente testamento da un altro, olografo, nascosto nel cassetto segreto di un mobile: in questo modo, ai due sospettati viene ad aggiungersi anche la bella Kathie, che avrebbe potuto anche desiderare di sbarazzarsi del futuro marito, acquisendone l’eredità senza doverlo sposare; ed il tutto viene messo in discussione.

A questo punto però finiscono le novità ed il romanzo prende una china obbligata che si concluderà con l’individuazione dell’omicida.

Il romanzo è fresco, anzi in talune sezioni è addirittura frizzante, e così pure molto fluido lo stile: Garve per accendere l’interesse del lettore e mantenere uno stato costante di tensione, individua un modus agendi interessante: innanzitutto, inquadrando in un capitolo troppo lungo, una causa dell’appiattimento dell’interesse del lettore, crea delle sezioni molto corte, anche solo di due pagine, in cui molto spesso scrive l’essenziale; inoltre, nel momento in cui crea questi capitoli così succinti, li collega non da un filo consequenziale, ma secondo piani di azione diversa, che si intersecano, divergono e si toccano, creando così fratture sia temporali che di ritmo, e nello stesso tempo accelerandolo dal cambio di registro. E’ sicuramente un tipo di narrativa di origine prettamente giornalistica, basata su una presentazione dei fatti che rimanda immediatamente alla realizzazione di un articolo su giornale.

Tuttavia, mi pare di inquadrare anche delle pecche, più di natura squisitamente narrativa. Infatti Garve, crea un classico romanzo alla Crofts, basato sull’analisi minuziosa degli alibi al fine di smontarli: nell’azione investigativa, il segugio, non è un investigatore che si trovi opposto all’azione della polizia, bensì proprio un poliziotto. Il lettore pertanto vede dall’inizio, lo svolgimento delle indagini, passo dopo passo, le congetture e le contro-congetture, in quello che mi pare quasi un procedural, direi un procedural annacquato. Comunque che sia un procedural annacquato o altro, al romanzo manca un elemento di tensione nella mancata contrapposizione dell’azione investigativa della polizia rispetto a quella dell’investigatore principe: qui invece, l’indagine scorre su un binario unico. Inoltre, l’indizio del vetro rotto, ad un lettore smaliziato può parere subito quello che verrà svelato alla fine.

Ma, la cosa che, secondo me, toglie qualcosa di importante all’atmosfera del romanzo, è il fatto che non venga creato nessun colpo di scena finale: in altro modo, ciò significa che l’individuazione del colpevole avviene circa trenta pagine prima della parola fine all’ultima pagina, e nelle successive trenta pagine, se ancora qualcuno potrebbe sperare che avvenisse un qualche accidenti che potesse riaprire i termini della questione accendendo l’interesse a favore di un finale pirotecnico, deve amaramente ricredersi, giacchè nelle restanti trenta pagine, viene solo spiegato come il muro dell’alibi sia stato spezzato.

In altre parole, è come se qualcosa ad un certo punto si fosse inceppato, dico io, nella costruzione fantasiosa del romanzo: certo, però, basarne uno solo su due possibili assassini è alquanto rischioso, e così ad un certo punto l’autore deve necessariamente aver pensato a rimpolpare il parco dei possibili assassini, anche con la bella Kathie Bowen, prima fidanzata inconsolabile e poi fredda.

Nonostante ciò, il finale, così si presenta piuttosto appiattito. Anche perchè, pensandoci sopra, aver scritto un romanzo basandolo sull’analisi degli alibi di due soli sospettati, se da una parte fa sì che l’indagine investigativa analizzi tutte le possibili soluzioni al fine di confermare o smontare gli alibi, dall’altra restringe notevolmente il campo dell’indagine, e quindi in sostanza riduce le possibili alternative anche sensazionali.

E la trovata, legata al telefono, oggi ci sembra alquanto risibile, visto che l’espediente usato è alquanto noto, anche se sempre in certo modo suggestivo (io c’ero arrivato parecchio prima che Blair lo rivelasse nel corso del suo ragionamento).

Al di là di ciò, è comunque un romanzo che vale l’acquisto.

 

Pietro De Palma

 

P.S.

Il titolo “Un alibi di troppo” individua anche un romanzo di C.Daly King.

Andrew Garve: Un alibi di troppo – I Classici del Giallo Mondadori N.1271 del maggio 2011ultima modifica: 2011-05-09T00:38:00+00:00da lo11210scriba
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