Christianna Brand : Morte di una strega – Il Giallo Mondadori n.2382 del 1994 (ripubblicato in I Classici del Giallo Mondadori n.1232 del 2009)

 

 

images?q=tbn:ANd9GcTXHesTdV2MFevouirgeBawRc7ME23ahwi34QBqzW_6J0G0a8Nbjwlibri nuovi 014.jpgNata nel 1907 e scomparsa nel 1988, si chiamava Mary Christianna Lewis. Prima di dedicarsi a pieno regime alla narrativa di genere, la Lewis più nota come Christianna Brand, svolse molti diversi mestieri, dalla commessa alla ballerina, modella e anche governante; ma non era inglese, pur appartenendo al Commonwealth Britannico: infatti era nata in Malesia e per molti anni visse in India. Figlia di un militare, Christianna, svolgeva ancora il mestiere di commessa, quando scrisse il suo primo romanzo Death in High Heels, “La morte ha i tacchi alti”, nel 1941: in questo giallo compariva come proprio investigatore l’Ispettore Charlesworth, che comparirà in un altro romanzo quasi quarant’anni dopo, 1979: The Rose in Darkness.

Tuttavia fu con l’Ispettore Cockrill, che la Brand raggiunse il successo; e infatti, oltre che nel suo romanzo d’esordio, Heads You Lose, sempre del 1941, e conosciuto in Italia col titolo “Cockrill perde la testa”, Cockrill comparve in altri romanzi, alcuni dei quali degli autentici capolavori: Green for Danger, “Delitto in bianco” (1944) che molti considerano il suo più bel romanzo; Death of Jezebel (1948); Tour de Force (1955). La Brand scrisse anche altri romanzi di genere poliziesco, introducendo l’Ispettore Chucky, per es. in Cat and Mouse (1950), altro bellissimo romanzo, già pubblicato anni fa da Mondadori e recentemente ripubblicato in Italia da Polillo. Christianna Brand scrisse anche dei romanzi per ragazzi (quelli con Tata Matilde) che ebbero notevole successo.

Christianna Brand è uno di quei rappresentanti del mondo della narrativa che provenivano da altre nazioni del Commonwealth, senza essere pura britannica, come per es.i neozelandesi Ngaio Marsh e Norman Berrow o l’australiano Arthur Upfield. La Brand, tuttavia, proprio per il fatto di esser stata estremamente eclettica nei ruoli svolti fino al successo, e per esser stata capace di mettersi sempre in gioco e di prendere la vita per quello che offriva, riversò nelle sue opere una certe verve che manca in autori come Upfield o Berrow o la stessa Marsh, molto più rigorosi e forse anche eleganti (la penna di Ngaio Marsh è molto raffinata) ma non invece così originali nelle soluzioni stilistiche e nei plot, e soprattutto più affettati. In certo modo, la Brand, nel mondo della tradizione britannica del romanzo poliziesco, è quella che secondo me si avvicina di più all’approccio americano, pieno di fantasia e talora anche fantastico, e che deve molto alla sua origine più “plebea” rispetto a quella aristocratica inglese.

Un esempio originalissimo e per certi versi emblematico di questo modo di vedere la costruzione di un romanzo, è Death of Jezebel , meglio conosciuto in Italia con titolo “Morte di una strega”, recentemente ripubblicato da Mondadori. E’ un romanzo interessantissimo e superbo nella costruzione, lineare e assieme complesso, come certe opere del primissimo Ellery Queen, in cui Christianna Brand fa comparire non solo l’Ispettore Cockrill, ma anche l’Ispettore Charlesworth, il primo dei suoi personaggi: la presenza di entrambi, sancisce l’importanza del romanzo; inoltre, è stato racchiuso da alcuni critici anni fa, in un elenco delle migliori 99 Camere Chiuse della Storia del Giallo. Vediamo il perché.

Innanzitutto è uno di quei romanzi il cui avvenimento principale accade sotto gli occhi di tutti, nella fattispecie una platea, e di romanzi del genere, ve n’è un numero nutrito, per esempio: “Ventimila hanno visto” (un rodeo) per esempio, di Ellery Queen; “Ottanta milioni di occhi” (in televisione), di Ed McBain; “Tragedia in tre atti” (un ricevimento), di Agatha Christie, “La Poltrona N.30” (in teatro) di Ellery Queen.

Il romanzo inizia con uno stravolgimento che lascia del tutto esterrefatti, nella prima parte, quella che nel mystery più propriamente detto era dedicato alla presentazione dei personaggi, dei loro propositi, dei veleni e delle invidie, gelosie,cattiverie, motivo per la premeditazione o comunque per l’estrinsecazione di un fatto delittuoso. E molto spesso nei romanzi più tipicamente inglesi, per es. quelli della Heyer, passa del tempo prima che si arrivi all’omicidio, o almeno parecchie pagine. Invece in questo romanzo, nell’arco di sole due, si racconta di un amore sfortunato e di come un giovane, raggirato, si sia potuto uccidere lanciandosi con la sua auto contro un muro; e di come qualcuno, poi abbia giurato di vendicarlo, uccidendo coloro che si fossero resi colpevoli della sua morte. Tutto in due pagine: nessuna perdita di tempo, nessuna creazione di atmosfera ad hoc, ma in men che non si dica, si arriva alla parte centrale: in un teatro, deve svolgersi un carosello equestre, in costume: cavalieri con indosso elmi e corazze su cavalli bardati all’uopo, ed una rappresentazione di amor cortese, con l’immancabile dama che si dovrebbe sporgere dal balcone. Fatto sta che proprio la dama, è la strega che è stata all’origine del suicidio: si chiama Isabel, ma tutti la chiamano Jezebel, nome che la Brand usa sicuramente rifacendosi alla Jezebel biblica, regina dannata, che morì sbranata dai suoi cani. E come la Jezebel biblica (la regina Cananea sposa del re Acab, che portò il culto del dio fenicio Baal in Israele e si trovò a fronteggiarla il Profeta Elia), o come la Jezebel dell’Apocalisse di Giovanni, finta profetessa che induce e convince molti a commettere atti impuri, questa odiosa donna, che tiene in scacco chi le sta attorno e cerca di trarne il massimo del profitto, finisce per fare la fine che tutti vorrebbero che facesse; perché è stata lei alla base del suicidio di Johnny.

In questo, è come se la Brand prendesse le parti dell’assassino, e in certo senso, siccome la vittima è un personaggio odioso che si indica come la causa di un suicidio, è come se ogni lettore partecipasse alla vicenda, facendo quasi il tifo perché l’assassino potesse farcela questa volta a scamparla. Del resto in alcuni casi il detective è dispiaciuto quasi di aver dovuto arrestare l’assassino: in When in Rome di Ngaio Marsh, Roderich Alleyn commenterà che “..quello era il più simpatico assassino che avessi mai conosciuto”. Tuttavia, questa partigianeria del lettore per l’omicidio della “strega”, finisce nel momento in cui l’assassino per poter portare a compimento l’assassinio, premedita l’assassinio di un innocente, che solo per l’angelo vendicatore merita di morire, ma che in realtà col suicidio di Johnny Wise è c’entrato assai poco: era stato un fantoccio nelle mani e nei piani di Isabel-Jezebel.

Tuttavia questo omicidio, che si scopre in un secondo momento rispetto a quello di Isabel, avvenuto in teatro, sotto gli occhi di tutti, in una ipnotica Camera Chiusa, è stato necessario perché in un certo istante del carosello equestre, si potesse pensare che un certo cavaliere era su un determinato cavallo, ed invece quello era altrove, ad assassinare Isabel.

Se io parlo di trama ed i plot superbi, è perché la Brand qui riesce con un virtuosismo illusionistico a far convincere che davvero sotto quell’elmo, un certo personaggio avesse visto degli occhi, e a farlo convincere che davvero su quel cavallo ci fosse stato un cavaliere, il Cavaliere Bianco. Che poi si trovi che possa essere stato il Cavaliere rosso a strangolare la bella Isabel-Jezebel, e che addirittura quattro persone diverse giurino di essere ciascuna, lo stesso Cavaliere, questo è un altro giochetto con cui furbescamente la Brand rimescola le carte, e butta il povero lettore in pasto ai leoni, tanto più che a dimostrare in un primo tempo che le cose non possano essere andate in un certo modo, e che cioè il Cavaliere Bianco in realtà sul cavallo ci fosse, è proprio Cockrill; come poi ciò possa essere spiegato, è alla base di uno dei romanzi più indimenticabili che io abbia letto negli ultimi anni; e solo quando si leggerà la spiegazione, si potrà capire l’efferatezza dell’omicida e la sua lucida pazzia: come incastrare due fatti assolutamente impossibili (su un cavallo non poteva esserci un cavaliere e nel tempo stesso era provato che sotto l’elmo erano stati visti due occhi azzurri), sarà l’elemento centrale di questo straordinario puzzle: solo in quel momento si capirà come quello che viene scoperto come secondo delitto abbia invece preceduto il primo, quello spettacolare, e non solo in ordine al tempo ma anche alla stessa premeditazione dell’omicidio di Isabel. Infatti senza che fosse ucciso Earl Anderson, non poteva essere organizzato il secondo omicidio (che è poi il primo che ci viene presentato): la sua decapitazione era necessaria. Perchè gli occhi azzurri all’interno dell’elmo sono i suoi, della sua testa mozzata.

Questo fatto di decapitare le vittime non è cosa comune nei Gialli dei begli anni: si tendeva quasi sempre a evitare il sangue (Il mostro del Plenilunio di Carr è un omaggio anche alla letteratura francese). Per cui mi sembra di poter dire che la decapitazione è funzionale alla storia. A parte poi che in altro giallo della Brand, ricorra lo stesso motivo, e possa essere il retaggio di usi antichi delle isole del Borneo, in cui lei aveva abitato da giovane (i daiachi tagliatori di teste), secondo me è un partcilare che riallaccia la Brand a Ellery Queen, e al suo Il mistero delle Croci Egizie, dove anche lì la decapitazione delle vittime è funzionale alla trama del romanzo. Tuttavia rispetto a quel romanzo la Brand opera un’inversione: lì erano i corpi senza testa ad avere una funzione (quella di rammentare la lettera T), qui è la testa ad averla (giustificare lo sguardo e quindi che sotto l’armatura ci fosse in effetti una persona).

E quando l’assassino si rivelerà essere il vendicatore sordo ad ogni richiamo di pietà, in quel momento avverrà il colpo di scena: se in un primo tempo l’assassino avrebbe potuto in qualche modo anche essere scusato, avendo tolto di mezzo una “bastarda” (ma poi l’omicidio anche di Caino può mai essere scusato?), ora, il reo confesso diventerà il colpevole da assicurare alla giustizia. Perchè la giustizia per essere tale dev’essere imparziale, e non fare sconti a chi abbia ucciso per vendicare un suicidio rispetto a chi l’abbia fatto invece per commissione o per rapina: qui però la scena finale vede l’assassino ammanettato che viene portato via, quelli che assistono sanno bene che sarà appeso per il collo fino a che non sarà morto, ma il bello è che anche lui, l’assassino, lo sa, ma non gliene frega nulla, perchè lui comunque ha fatto vendetta.

P. De Palma

 

Christianna Brand : Morte di una strega – Il Giallo Mondadori n.2382 del 1994 (ripubblicato in I Classici del Giallo Mondadori n.1232 del 2009)ultima modifica: 2010-12-12T01:57:00+00:00da lo11210scriba
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