Brown Meggs : GIOCHI DI SABATO

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Brown Meggs : GIOCHI DI SABATO – Rizzoli, I Gialli di Qualità N.62, 1976.

Mi guardava da sotto la pila, e io ricambiavo. Era solo una battaglia psicologica, tra lui e me. Alla fine io ho perso e lui ha vinto. E così, l’ho tirato fuori e ho iniziato a leggerlo.

Il romanzo in questione è un Giallo della Rizzoli, di un tempo in cui l’editrice milanese cercava di ritagliarsi uno spazio tutto suo, pubblicando opere di autori di cui nessuno pare si fosse accorto.

Non so per quale ragione si aggiudicò i diritti alla pubblicazione di questo romanzo: fu più svelta, cacciò subito i soldi invece di stare a contrattare, non so. Certo è che la Rizzoli pubblicando questo romanzo, passato del tutto inosservato o quasi, dette un suo notevole contributo al genere.

L’autore non dice nulla a nessuno: Meggs Brown. Sembrerebbe lo pseudonimo di qualcuno; e invece no, è il nominativo originario. Solo che Megg Brown scrisse dannatamente poco. Infatti faceva dell’altro: conosceva bene, pare molto, la musica classica ed operistica, ed era un dirigente di successo della Capitol Records, una celebre etichetta discografica statunitense. Un bel giorno fece il colpo della sua vita: riuscì ad aggiudicarsi i diritti per la commercializzazione dei dischi dei Beatles in USA. Tuttavia aveva scritto un romanzo, “Saturday Games”, questo, che in Italia fu tradotto col titolo fedele “Giochi di sabato”.

Lo diciamo subito, così sgombriamo il campo da qualsiasi critica: non si tratta di un capolavoro, ma poco ci manca, oppure lo è davvero. Insomma ci troviamo dinanzi ad un’opera eccezionale: poche volte mi son trovato dinanzi ad un’opera prima, straordinaria: Gaston Leroux, Philip MacDonald, Ellery Queen. Questo è un altro caso.

Romanzo veramente notevole, più thriller che giallo, con una struttura a spirale, e più storie che si intrecciano tra loro e dal modo come entrano in sinergia e come si rilassano determinano il ritmo, che inizialmente è fiacco, e deve esserlo perché la storia sta allora cominciando la sua narrazione, ma poi diventa sempre più fibrillante.

Il romanzo comincia con due tali che si svegliano,ognuno nella propria casa; sono nudi e sudati: uno è uno scienziato, l’altro un poliziotto, il primo non si ricorda nulla di quello che ha fatto la notte prima, il secondo idem. Erano entrambi sbronzi, va detto. Il poliziotto deve incontrarsi con una psicologa, sua amica (amante, meglio), con cui cucina deliziosi pranzi ogni sabato o a casa propria o a casa di lei, e dopo il succulento pranzetto, ripassano.. il kamasutra. Lui vorrebbe continuare ad avere una relazione fatta di pranzi, amore, viaggi e tanto sesso, ma lei vorrebbe sposarsi, mentre lui non ne è attratto. Il bello è che al poliziotto, il sergente Anson Frères, prossimo al passaggio a tenente, a detta di tutti i suoi compagni di corso, per il fatto che era vissuto molto tempo con la madre, era stato affibbiata la nomea di effeminato e cocco di mamma, mentre era tutto il contrario, un tipo satiriaco al massimo effetto. Fatto sta che proprio il sabato, quando lui vorrebbe passare con la psicologa il sabato pomeriggio a mettere in pratica le posizioni sessuali, e mentre l’altro, lo scienziato, assieme a due suoi colleghi e al loro capo (fanno parte di uno staff di scienziati impegnati in un progetto spaziale) gioca come tutte le mattine del sabato a tennis, qualcuno chiama la polizia perché un tale armato di arco e frecce sta cercando di colpire un daino, che,ferito, si è andato a nascondere nel bosco. Fatto sta che, quando cominciano le ricerche, trovano dell’altro: in un sacco rosa per l’immondizia, una donna guarda il cielo, gli occhi aperti, fissi. Il viso è bello ma dimostra già una trentina d’anni, i capelli sono bagnati e impiastricciati di sangue, il corpo è completamente nudo: è stata uccisa da almeno sei ore, sfondandole il cranio con un colpo contundente Da qui comincia la storia. E il ritmo sale.

Ogni tanto lo stacco è sul campo da tennis dove i quattro giocano. Si capisce subito che c’entrino, e che almeno conoscessero la tale uccisa: addirittura uno dei tre era suo marito da cui stava per divorziare. Anche gli altri cercano di ricordare, e tra una palla e l’altra si scambiano delle impressioni: Vinnie, Neil e Howard. Non con Baron il loro capo, ma solo tra loro. Perché parlano di quello che è accaduto la sera prima, mentre lui non deve saperlo. Insomma è accaduto qualcosa che connesso o non connesso alla morte della tipa, non deve diventare conoscenza del loro capo. Che invece sospetta che uno dei quattro sia l’amante attuale della moglie, un’altra che fa sesso con la stessa frequenza di un’attrice porno in un film in cui le ammucchiate siano interscambiabili.

Insomma abbiamo: tre scienziati che hanno fatto qualcosa che ha a che fare con la morte della tipa, il marito di questa che stava per divorziare da lei per infedeltà della donna manifesta, un poliziotto il cui sport è fare sesso con una psicologa, un medico legale che invece che mettere dei punti fermi, apre delle altre inquietanti prospettive. E intanto l’indagine va avanti. E fra le volees, i dritti e i passanti dei quattro sul campo da tennis, piccoli frammenti di una verità sconcertante vanno a inserirsi al loro posto; e mentre Neil e Howard si ricordano piano piano quello che hanno fatto con Emjay, la tizia che ha disinvoltamente una quantità industriale di rapporti sessuali con tutti quelli che le piacciono, una donna delle pulizie che sta rassettando all’interno della più bella villa del quartiere, con piscina, scopre un tappeto e un parqué macchiati di sangue, nel bagno tutti gli indumenti intimi e non di una donna; fuori, il ragazzo che si occupa della piscina, scopre macchie di sangue, una pozza di vomito e altre amenità. Insomma..è facile collegare il luogo con la morte della moglie dello scienziato. E intanto l’indagine si fa serrata, sempre più serrata, e quando il ritmo si fa incandescente e nuovi particolari emergono, è sempre la partita di tennis che riporta l’attenzione sui quattro indiziati, sui loro errori a rete, strani per quattro tipi che fanno tennis intensamente anche se una volta a settimana, e la loro lunga partita si intreccia con il rapporto incerto basato sul sesso del poliziotto e della psicologa, sulle indagini di Anson e di Yee (un altro poliziotto, cinese), su quelle di Yee e Martinez altro poliziotto ancora, sui pedinamenti si un detective privato incaricato da Baron di attestare l’infedeltà della moglie, sulle verità che a sprazzi escono fuori, sul ritrovamento di bottiglie di gin e parecchia marijuana fumata, e di un festino a quattro in una villa con piscina: tre uomini e una donna nudi, marijuana, alcool e molto sesso: sono tutti e tre responsabili? O solo uno? Oppure sono innocenti? Si è trattato di omicidio a sfondo sessuale, cioè di primo grado? O di tragica fatalità?

Il tutto fino ad un finale straordinario in cui l’assassino è il meno sospettabile. E devo dire, cosa strana che rimarco sempre nel caso parli di romanzi che giudico straordinari, Brown mena per il naso il lettore (me compreso che non sono solito essere menato per il naso) mettendogli davanti degli indizi, di cui ovviamente non rivela la portata se non nel finale, e solo alla fine, nelle ultime pagine, rivela la scioccante verità. E il romanzo in qualche modo si riallaccia col procedimento, più tardi usato da Paul Halter, nel suo capolavoro, Le brouillard rouge “Nebbia Rossa”, altro romanzo in cui il sangue la fa da padrone.

E qui di sangue ce n’è veramente tanto. Ma solo..della stessa persona. E di sesso ce n’è tanto, e le scene sono intensissime, ma..non c’è una briciola di volgarità né di termini e inquadrature hard. Invece c’è tanta raffinatezza e molta genialità.

Tutto in un romanzo trovato in mezzo a tanti, alla rinfusa, e pagato mezzo euro.

Ah, dimenticavo una cosa non secondaria: Saturday Games, nel 1974, fu nominato all’ Edgar (Allan Poe) Award, come migliore opera prima.

Cosa non da poco.

E non l’avevo dimenticata: è solo che anch’io, al mio lettore, volevo riservare una sorpresa.. nel finale.

P.

 



Brown Meggs : GIOCHI DI SABATOultima modifica: 2010-12-05T16:44:00+00:00da lo11210scriba
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4 pensieri su “Brown Meggs : GIOCHI DI SABATO

  1. Bel pezzo su un ottimo libro, complimenti vivissimi. Comunque Brown Meggs era un uomo, non una signora… Era nato nel 1930 ed è scomparso nel 1997.

  2. Ahia, è vero. Non avevo visto un He nella fonte americana che avevo sotto gli occhi. Sì era un autore. Vado a correggere. Ti eleggo mio correggi bozze. A proposito quella cosa che ti ho dato tempo fa, merita il tuo interessamento, o no?

  3. Mi fa piacere che, anche se unico, sia stato Luca Conti a inviarmi un post. Che Meggs Brown fosse nato nel 1930 e morto nel 1997 lo sapevo anch’io (ahimè ripeto, talora nella fretta di pubblicare, non vedo delle cosette: qui ho visto di sfuggita un He e l’ho preso per uno she) e probabilmente le notizie le abbiamo tratte dalla medesima fonte, ma..che proprio Luca mi abbia fatto una visita, nel Blog che mi incitò lui ed un’altra amica a creare, mi fa un enorme piacere. Tanto più che Luca è molto più conosciuto di quanto non lo possa essere il sottoscritto, e che è stato un onore esser diventato un suo amico, io che – quando mi occupavo di giornalismo musicale e non di gialli, se non per leggerli – leggevo da allora i suoi pezzi pubblicati su Gialloweb e soprattutto le liste di romanzi pubblicati, prima che conoscessi altri strani tipi che poi mi hanno portato sulla via della conoscenza sempre più approfondita della bibliografia giallistica.
    Al di là di questo, devo aggiungere una cosetta sul romanzo: solo leggendolo mi sono reso conto che Halter deve aver letto questo romanzo, o qualcuno deve avergliene parlato approfonditamente: infatti l’omicida in entrambi i libri in sostanza ha una personalità molto simile, il sangue ha la stessa funzione di comune denominatore e poi, cosa molto interessante, i due romanzi hanno una struttura simile, cioè tipo “serpente che si morde la corda”. Allora quando lo lessi, pensai, ammirai l’originalità dell’impianto; ora come ora, non lo direi : ancora una volta il sangue è il comune denominatore di Saturday Games e Le brouillard rouge, e lega la scena iniziale e quella finale di entrambi. Non dico ovviamente cosa riveli nel romanzo che ho recensito questa singolare struttura: lo si legga, a patto di trovarlo (ma sulle bancarelle lo si trova ancora). E non mi sembra un caso, che in Halter si trovino delle cose simili. Ancor più sapendo che Halter cita sempre gli autori che legge. Piuttosto ancora non capisco come altri editori in tempi recenti non si siano accorti di questo ottimo romanzo e non l’abbiano riproposto;invece, talora, leggiamo cose di cui francamente nessuno sentirebbe la necessità.

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